Nomi di casa mia

26 Novembre 2009

Kevin, Alioscia, Soraya, Morgana, Megan.

Sembra il cast di un film internazionale; in realtà sono i nomi di alcuni dei bambini (italiani) che hanno partecipato a “Chi ha incastrato Peter Pan”, il nostrano programma presentanto da Paolo Bonolis.

Dopo la generazione anni ‘80, che vedevano in prima linea le Sue Ellen, le Pamele e le Venusie, c’è stato un periodo di stasi, e i quindicenni di oggi hanno dei nomi puù o meno “normali”. I compagni di scuola di mio figlio Lorenzo, si chiamano Giacomo, Matteo, Alice, Chiara, Maurizio. Una ragazzina originaria dell’Albania ha il coraggio di avere anche lei un nome italiano, Simona. Incredibile l’italofilia che regna nel regno di mezzo della gioventù.

Ma basta passare alla generazione seguente, ed ecco che troviamo…Alioscia. Che è un nome russo, se non erro. E Megan, che ridonda forse la prosperosa Megan Gale di cellularica (non cellulitica, spero per lei) memoria? Morgana, invece, ci riporta a scenari mitologici mentre Soraya (seguito da un molto più popolano “Pia”) ci favoleggia di principesse tristi e ripudiate.

Anche senza accendere la TV, conosco mamme che hanno battezzato i propri figli con nomi esotici, o semplicemente non italiani. L’ultimo è un Michael (o Maicol? chissà come avranno deciso di registrarlo all’anagrafe), ma ci sono anche dei Dennis (forse il maschile del molto diffuso Denise?), un Elvis (oh yeah) e via di questo passo.

Senza prestare il fianco ad istanze leghiste o, diomenescampi, filofasciste, io amo il nome italiano in Italia. E il nome francese in Francia. E quello inglese nei paesi anglosassoni. Insomma, nome autoctono per gli autoctoni. I nomi propri fanno parte del patrimonio culturale di una nazione, tanto che io già mal tollero le traduzioni dei nomi delle città, per cui Londra si dovrebbe chiamare London, Parigi dovrebbe essere dappertutto Paris e Roma non dovrebbe mai diventare Rome. Per questioni di comunicazioni internazionali, posso accettare queste “modifiche”, ma il bel nome italiano, lasciamolo com’è. Non traduciamolo, non cerchiamone il corrispondente straniero, tentiamo di mantenere almeno qui le radici di antiche tradizioni, senza pretese di essere migliori degli altri, ma solo unici nel nostro genere, come gli altri sono unici nel loro.

P.S. Da mio figlio Lorenzo, detto Lollo, notizie sulla verifica scritta di storia e geografia: 8,5 e 8 sono i voti ottenuti.  E mentre la sera prima, con i lucciconi agli occhi, salmodiava “Stavolta prendo 3″, dopo aver visto il risultato più che onorevole, ha esclamato “Il mio compito era da guinness, come minimo mi meritavo un 10″. E come massimo?

Sabato sera alla sala da tè. Entra una coppia, in due non raggiungono i quarant’anni. Lui è magro, occhi chiari, faccia da bravo ragazzo. Lei è molto carina, capelli corti e piega da parrucchiere, trucco discreto ma molto accurato, vestito elegante a fasciarle la figura snella. Si siedono, consultano il menu, ordinano qualcosa da bere. Dopo averli serviti, mi ritiro dietro il bancone e non vista li osservo. Non si parlano, e come potrebbero? Lui traffica freneticamente con due cellulari, inviando dati dall’uno all’altro, spingendo tasti con frenesia. Lei ha lo sguardo assente, forse un po’ triste, o forse solo annoiato. Spero non indifferente come sembra. Lui parla al telefono con qualcuno che gli spiega come fare a connettersi ad un social network di modo che possano comunicare anche tramite cellulare; poi riattacca e ricomincia a pigiare sulla tastiera. Intanto io prendo altri ordini, preparo vassoi, servo clienti. Dopo dieci minuti, controllo se qualcosa è cambiato. Lei guarda nel vuoto, lui guarda i telefonini e smanetta. Poi, miracolo: una pausa durante la quale lui sembra ricordarsi di non essere solo. Dà alla ragazza un bacio sulla guancia, lei sembra rianimarsi, ne pretende uno sulle labbra. Lui partecipa con apparente entusiasmo, tanto da concedergliene un secondo. Poi il cellulare squilla di nuovo e lui riprende da dove aveva sospeso, mentre lei si riaccascia sulla poltroncina, sorseggiando distrattamente la bevanda.

Sabato sera alla sala da tè. Due ragazzi che insieme non hanno ancora quarant’anni e non hanno già più molto da dirsi. Li guardo, io, che i quaranta li ho superati da un pezzo. Li guardo e non li invidio. Per niente.

Il senso del “mio” mondo.

16 Settembre 2009

Grazie ai “Negramaro” è stata rispolverata di recente una canzone di Domenico Modugno, “Meraviglioso” che, deduco, sia stata scritta ispirandosi ad un vecchio film del geniale Frank Capra, “La vita è meravigliosa”, datato 1946.

In questa pellicola il protagonista è un tipico americano medio che si è fatto da sé, tale George Bailey (interpretato da un grande James Stewart). La sera della Vigilia di Natale, disperato per una serie di problemi apparentemente irrisolvibili, si affaccia da un ponte e, con la tentazione fortissima di buttarsi giù, si pone la fatidica domanda “Che senso ha la mia vita?” a cui segue l’inevitabile constatazione “Sarebbe meglio se non fossi mai nato”. Detto fatto, arriva un angelo, vestito da passante, che esaudisce il suo desiderio e gli mostra, in quella notte fantastica, come sarebbe stato il mondo se George non fosse mai venuto alla luce. E così il brav’uomo scopre che senza di lui, il fratello che aveva salvato da annegamento, sarebbe morto; che sua moglie, da cui ha avuto tre figli, sarebbe diventata altrimenti un’acida zitella paranoica; che il farmacista da cui aveva prestato servizio da ragazzo e a cui aveva evitato di consegnare una medicina pericolosa, sarebbe finito in galera per omicidio ed in seguito diventato un ubriacone. Alla fine il poveretto, sconvolto da tanto sfacelo, prega l’angelo di Seconda Classe, Clarence (che ha bisogno di salvare una vita umana per venire promosso nella categoria superiore) di riportarlo alla vita, o meglio, al mondo in cui lui è nato realmente e ha realmente vissuto.

Il film finisce, chiaramente, a tarallucci e vino, con i problemi che si risolvono tutti e la famiglia riunita intorno all’albero mentre un campanellino che suona testimonia che anche Clarence ha avuto la sua promozione.

Al di là del miele di cui siffatta storia è abbondantemente spalmata (e voglio precisare che io ADORO questo film, e mi sciolgo in lacrime ogni volta che lo vedo), mi trovo spesso ad immedesimarmi nel protagonista e a chiedermi come sarebbe stato il mondo senza di me. E la risposta è, fatta eccezione per la presenza di Lollo, unico essere vivente che esiste solo perché io esisto: “il mondo senza di me sarebbe stato tale e quale”. Insomma, io non ho fatto niente di memorabile; non ho salvato vite; non sono stata indispensabile a nessuno; non ho inventato niente di utile (e nemmeno di inutile); non faccio un lavoro che aiuta gli altri. Insomma, non lascio traccia.

Questo, lo ammetto, si può dire di me come di milioni di altre persone. Fatta eccezione per i grandi della storia, in campo medico, artistico, scientifico ecc ecc., la maggioranza dell’umanità è pressoché “inutile”, più o meno.

Poi, pensandoci meglio, considero che il mio ragionamento è limitato solo alla sfera del ponderabile, dell’accaduto, del vissuto. Ma se immagino che ogni nostra azione sia solo l’anello di una lunga catena di comportamenti nostri e altrui, tutto si sovverte, potenzialmente ma si sovverte. E così, chi può dire se il fatto che Tizio, fermandosi a parlare con me abbia ritardato il momento di attraversare la strada, evitando il camion che cinque minuti prima lo avrebbe travolto? O che Sempronia, in un momento di estrema tristezza, mi abbia chiamata e io l’abbia consolata al punto da farla uscire di casa favorendo così l’incontro con l’uomo della sua vita, che altrimenti non avrebbe conosciuto? Insomma, per farla breve, noi non possiamo sapere come sarebbe stato il mondo senza di noi. Avrebbe potuto essere migliore, uguale, addirittura peggiore! Immaginando l’umanità come un insieme di esseri in stretta relazione tra loro, si può facilmente capire che nessuno è inutile e che se il mondo è quel che è, nel bene e nel male, ognuno di noi deve prendersene il merito. E la colpa.

P.S. Commento di Lollo dopo la lettura del post: “Brava mammuccia, vedi che qualcosa di intelligente la sai dire anche tu, non solo io?”.

Lui, la domanda filosofica alla base del mio ragionamento, non se l’è mai posta, evidentemente. E, se continua così, non se la porrà mai :) .

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Ipocrita ignoranza

7 Giugno 2009

Ieri si parlava del Caravaggio col Figlio del Capo. Premetto che, sebbene non mi intenda di arte, Caravaggio è un pittore che adoro, sia per le sue tecniche pittoriche, sia per l’intensità dei suoi dipinti, nonché per le emozioni che le sue opere riescono a trasmettermi. I volti, i gesti, la postura dei corpi, le luci e le ombre, i colori caldi e violenti, sono a mio avviso espressioni di altissimo genio artistico e i suoi soggetti, in particolare quelli sacri, vibrano di un’umanità, di una carnalità così evidente che non mi stupisce affatto di come il discolo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, abbia avuto guai con i sepolcri imbiancati che occupavano e occupano gli scranni della Chiesa Cattolica.

In particolare, facendo riferimento a “La vocazione di San Matteo“, dicevo che Gesù in particolare era “bono”. Ammetto il termine inappropriato, ma che esprimeva quel che pensavo, cioè che in esso più che mai, era evidente il Verbo fattosi Carne, e quindi più che mai umano e attraente fisicamente.

Un cliente che comprava le sigarette, mi ha squadrata con aria severa:

“Eh, non si dice…”bono”…ha qualcosa di blasfemo. Io non sono così praticante, ma davvero non avresti dovuto usare quel termine”.

L’ho guardato come per dire “Ma che t’intrufoli in un discorso privato” e poi ho risposto…”La tua è un’affermazione molto… cattolica. Sai che “La Madonna dei pellegrini” fu invisa al clero secentesco perché i piedi nudi sporchi e gonfi dei pellegrini, posti in primo piano, apparivano troppo volgari? E che la Vergine aveva un’aria troppo da popolana e sembra addirittura avesse le sembianze di una prosituta amante dello stesso Caravaggio? Ecco, la tua affermazione è molto simile a quella di quei prelati che per guardare il dito, cioè il particolare, non vedevano la luna, cioè il messaggio più ampio”.

Il cliente se n’è andato, pensando forse che una cameriera saccente non avrebbe dovuto rimbrottarlo in quel modo. E io non lo avrei fatto se avessi avuto di fronte un uomo devoto, sensibile, ligio a certi dettami del credo cattolico tanto da sentirsi offeso da un’improprietà linguistica troppo sbarazzina. Ma il mio censore, un tipo sui quarant’anni, si è da poco separato dalla moglie con cui ha avuto un figlio, per andare a stare con l’amante straniera che ha messo incinta; e passa tutte le serate al bar né con l’una né con l’altra famiglia, ma con un gruppo di amici bestemmiatori e bevitori, sempre pieni di soldi di dubbia provenienza e intrallazzoni all’ennesima potenza. E dunque, io accetto le critiche, ma, restando nell’ambito religioso, perchè qualcuno non impara a vedere la trave nel proprio occhio prima di indicare la pagliuzza in quello del prossimo?

In primo piano!

14 Maggio 2009

Da un annetto a questa parte, sta proliferando una serie di spot che reclamizzano deodoranti ascellari (i soliti, poi, Nivea, Dove, Infasil…) innovativi, rivoluzionari, davvero eccezionali nel genere. Se prima, infatti, ad un deodorante si chiedeva quel che il suo stesso nome suggerisce, cioè di de-odorare, ovvero di togliere il cattivo odore da quel ricettacolo di batteri infami che si nutrono delle nostre cellulle morte e che va sotto il nome di “ascella” (parola che mi sta antipatica come suono da sempre, e non so perché…sarà una questione di…pelle ahahah, che battuta cretina); se prima appariva fantastico il fatto che fossero stati elaborati prodotti che non si limitavano a coprire la puzza, chiamiamola col nome suo, ma ad eliminare la causa stessa della medesima (tanto che a volte sono stata tentata di irrorami con un po’ di Lysoform casa, visto che elimina germi e batteri al 99 percento, dicono LORO); se prima insomma si badava ai fatti…ora è stato creato il deodorante che rende BELLE LE ASCELLE. Dio, io ci ho provato ad immaginarmi un’ascella bella, ma il massimo che ho potuto visualizzare è stata la differenza tra un’ascella pelosa e una depilata (con l’unica eccezione dell’ascella con treccine esibita dalla Arcuri in “Viaggi di nozze”). Ma pare, pare eh? dicono sempre LORO, che ci siano persone che amano andare in giro per buona parte del giorno con le braccia alzate, insomma con le ascelle “sempre in primo piano”. E quindi, non era forse indispensabile che queste avessero la cura che meritano, che si provasse a renderle esteticamente attraenti, eroticamente seducenti? Come si possa fare poi, lo sanno sempre LORO. Io, sinceramente, non l’ho capito. Nel dubbio ho comprato un depuzzante alla perla…mal che vada potrò mettere in mostra le mie zone occulte spacciandole per preziose ostriche perlifere.

In attesa che escano fondotinta, fard e rossetto per ascelle depilate. E mascara waterproof per ascelle “nature”.

Originalità

12 Aprile 2009

Lollo e Alianorah augurano a tutti una

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Post pressoché inutile

27 Marzo 2009

In attesa di elaborare il post con gli errori, o meglio, gli orrori che avete pescato nelle canzoni famose, mi affaccio per farvi sapere che nonostante tutto sono ancora viva. Ho avuto un terribile mal di gola che ho generosamente passato a Lollo, perché si sa che una buona madre deve dividere ogni cosa con i proprio figli, al punto da privarsene essa stessa. Quindi ora la mia gola è quasi guarita, in compenso lollo ha due gnocchi fritti al posto delle tonsille. Devo dire che lui riesce comunque a rendere proficua ogni situazione: non essendo un mangione, con la scusa del mal di gola, evita di vuotare il piatto, perchè “non riesce ad inghiottire”. In più, essendo oggi stato dal medico per un controllo, ha pensato bene di non fare i compiti perchè “ormai si era fatto tardi”. Perché mai non li ha fatti prima, chiederete voi…Ma perché “se ne era dimenticato”, che domande! Vabbè, per una volta gliel’ho fatta passare liscia, visto che di solito è piuttosto ligio, e gli ho scritto una giustificazione. Oggi è stata una giornata positiva e ho voluto rendere grazie indossando i panni della mamma buona e comprensiva. Anche se poi, alla fine, un paio di pizzette gliele ho tirate lo stesso perché altrimenti si vizia troppo. A presto con il florilegio degli svarioni. Non mi abbandonate!

Avete pronti?

23 Marzo 2009

Ora vi darò un compitino per casa. E’ un po’ difficile e richiede un minimo di concentrazione, ma sono certa che applicandovi, riuscirete a rispondere adeguatamente. Si tratta di trovare evidenti errori (grammaticali, sintattici, lessicali) in canzoni famose. Insomma, dei veri e propri svarioni che su un compito di italiano avrebbero fruttato agli autori indelebili segni blu; mentre invece, cantati, hanno fruttato un sacco di soldi.

Per cominciare, ne propongo due:

“Ho sentito il cuore in gola, ma però, ero forse troppo avanti” (E poi, Mina).

“Un azzurro più intenso ed un cielo più immenso (Felicità, Al Bano e Romina).

Chi mi segnalerà più sfondoni, avrà come premio tanta simpatia. E buttala!

Ho deciso di dare una sferzata culturale a questo blog e di parlarvi dell’ultimo, autorevolissimo libro che ho letto. Siccome però non voglio togliere a nessuno il piacere di scoprirlo da solo ne parlerò in modo del tutto generico, senza citare né il titolo, né l’autrice ed eviterò dettagli troppo specifici. Chiamerò “lui” il protagonista e “lei” la protagonista. Andiamo a incominciare:

Lei è americana, orfana, povera, ha 23 anni, è vergine e vuole arrivare illibata al matrimonio (no, non è un romanzo di fantascienza). Va a fare una vacanza in Marocco con un’amica, che però la molla perché deve tornare a casa e le dice “vai a fare questo lavoro al posto mio” (il lavoro sarebbe “curatrice di relazioni sociali di uno sceicco straricco e pure un po’ vizioso”). Lei accetta, ma non è convinta perché è una pura di cuore e non le va di mentire. Mentre sta pensando se andare a fare una visita ad un mercato berbero o darla via al primo tassista marocchino che passa, incontra un tipo fascinoso e sfregiato che le dice “vieni con me che ti faccio vedere…il Marocco”. Lei non capisce bene la lingua e va sperando di vedere chissà cosa, invece lui le fa vedere proprio solo il Marocco. Tanto che lei, che è vergine ma ha i suoi sani impulsi, ci prova pure, ma lui la respinge schifato. Lei vuole ripartire e tornare al suo vecchio ranch, ma lui decide di rivelarsi: è lo sceicco di cui dovrebbe curare le pubbliche relazioni, ed è impotente! ” Capperi”, pensa lei, “trovo uno ricco e bono, io sono vergine, e lui non può trombarmi? ma che bella vacanza fortunata!”. Ma lui ormai la ama e scopre che lei sola è capace di riportare un barlume di vita là dove tutto era morto e le chiede “Vieni con me!”. E lei risponde “Ma come faccio a venire con te se tu sei impotente” E lui con santa pazienza le risponde che in questo contesto, “venire” sta per “recarsi” e la porta nello sceiccato, con l’accordo che lei dovrà fingere di essere la sua amante perché nessuno deve sapere che lui è bello ma non balla.  Durante il volo di andata, pomiciano sull’aereo privato e lei ha il primo orgasmo della sua vita ed è tutta contenta perché siccome è una pura di cuore, almeno non deve fingere di essere una concubina, ma lo è veramente. Siccome lui ha scoperto di amarla le fa una proposta incredibile che suona così “Io non posso fare sesso, ma anche se potessi non lo farei perché sei vergine. Ma siccome finché non lo faccio non so se posso farlo, ti propongo di sposarmi con rito berbero: se consumiamo, resti mia moglie, se non consumiamo, te ne torni in America come se nulla fosse”. E qui si vede la coerenza di quest’uomo che dopo averla toccata in ogni punto più intimo del suo corpo, ed essersi fatto toccare, attrìbuisce all’atto sessuale il suo valore più alto, quello di un imene intatto (“perché noi arabi consideriamo troppo disinvolti i costumi di voi occidentali”…ma vai a cagare vai!). Comunque, dopo una serie di rocambolesche avventure, ’sti due si sposano, e in una comoda tenda piena di sabbia e di tappeti polverosi nel mezzo del deserto, consumano un’appassionata notte di nozze. Ma lui è veramente un cavilloso: e prima si preoccupava perché lei non sapeva che era uno sceicco; e poi perché era impotente; e poi perché aveva le erezioni ma non sapeva se poteva consumare; e poi perché poteva consumare ma non sapeva se poteva raggiungere l’estasi; e poi perché raggiunge l’estasi, ma non si vuol far vedere perché è pieno di cicatrici. Quando infine ha il coraggio di farsi vedere con tutti i suoi sfregi lei non trova altro che esclamare “Ma come ce l’hai grosso!”. E pensate che lui sia contento? NO! Perchè non sa se potrà procreare! E siccome non c’è fine all’incontentabilità umana, quando lei rimane incinta, lui è convinto che il bambino non sia suo (perché secondo me ha cominciato a capire che sua moglie era vergine nel corpo, ma nell’anima era un po’ zoccola). Allora lei sdegnata torna nel suo ranch, ma lui la raggiunge, copulano su una scrivania e poi tornano nello sceiccato. Dove vivranno felici e contenti.

Questo romanzo, capitato per caso tra le mie mani, è stato in classifica tra i romanzi d’amore (???) più venduti negli USA e io mi chiedo: ma Barack Obama lo sa?

Ho visto il film “Il curioso caso di Benjamin Button” e mi sono accorta di come, seguire la storia di un tizio che nasce vecchio e diventa progressivamente giovane mi abbia fatto capire di fondo una cosa: mi sto facendo vecchia io. Sì perchè un tempo sarei impazzita per un film così, paradossale, romantico, emozionante, assurdo, tormentato. Invece mi sono mortalmente annoiata per almeno un’ora e mezza. Alla fine ho anche spremuto una lacrimuccia, ma ben poca cosa in confronto ai fiumi salati che avrei versato fino a una decina di anni fa. Ecco, sto diventando cinica, materiale. Quando vedo un film pulito pulito, dolce come un confetto e confezionato con la stessa cura di un regalo comprato da Tiffany (a proposito, “Colazione da Tiffany”…quello è un film), mi viene da chiedermi: ma non ci sono parolacce? e le scene di sesso? Ora, il sesso manca praticamente del tutto, questo film è ancora più casto di “Vi presento Joe Black” e io ci vedo lo zampino di Angelina Jolie, quella sciocca femmina con le labbra alla Clarabella, che ha probabilmente vietato al suo contesissimo sposo di mostrare troppe grazie sul set. Insomma, già Brad Pitt non è tra i miei attori favoriti, (lo paragono ad un carciofo alla giudia: sono entrambi bboni e hanno entrambi la stessa espressività), ma almeno volete darci una panoramica più completa rispetto agli insistiti primi piani dei suoi occhioni blu? In definitiva, la trama è un coacervo di luoghi comuni e banalità, con qualche sprazzo di umorismo e una fotografia stucchevole tutta evidentemente ritoccata al computer (come le rughe di Brad, per esigenze di copione). Capisco bene come, nonostante le numerose nomination, si sia portato a casa solo due Oscar minori, anche se la critica italiana è stata piuttosto benevola nei suoi confronti.

Ora però basta, mi sto proprio inacidendo. E a tal proposito, a tutte le persone che, in riferimento al post precedente, mi chiedono informazioni sul misterioso “Lui”…non posso darvi altri particolari, ma da quel che ho appena scritto, potrete almeno capire perché non mi ca*a per niente :-D .