Ritrovarsi…

…mi sembra il titolo più adatto per questo nuovo post che arriva a più di quattro mesi di distanza dal precedente. Voglio raccontarvi una piccola storia…

Avevo 5 anni quando conobbi M. Ci accomunavano l’età, gli occhi azzurri e l’origine nordica. Mia madre piemontese, i suoi genitori lombardi. M. era una bambina seria, un po’ timida, caratterialmente diversa da me. Forse per questo andammo subito d’accordo. Pur vivendo nello stesso paese, abitavamo a diversi chilometri di distanza, per cui non ci vedevamo spesso. Le nostre mamme non erano propriamente amiche, ma si incontravano di tanto in tanto a casa di un’amica comune, ed io e M. giocavamo insieme.

Il primo giorno di scuola elementare non conoscevo nessuno dei miei nuovi compagni di scuola. Mi guardavo intorno un po’ smarrita, tesa per la prima vera separazione da mia madre, ostentando un’ aria distaccata e sicura di me che non mostrava i sentimenti che mi si agitavano dentro. Poi, tra tutti quei visi sconosciuti, riconobbi quello di M. Ci salutammo, o forse no. La mia apparente sicumera nascondeva una grande timidezza (forse più grande della sua), che mi faceva temere (mi accade anche ora, talvolta) di non essere gradita e accettata. Ricordo ancora che mi alzai per andare a gettare qualcosa nel cestino della carta straccia, e alzando gli occhi incrociai quelli di M., che mi sorrise e mi fece un cenno, per farmi avvicinare a lei. Non so se lo chiedemmo noi alla maestra, o se fu sua iniziativa, fatto sta che ci mise al banco insieme. Così si rafforzò il nostro rapporto e per tre anni fummo “amiche del cuore”, inseparabili. Ma la vita unisce e la vita separa, e in questo caso, fu sempre la maestra ad intervenire. Considerò che il nostro rapporto era troppo esclusivo, si mise in mente che forse questo avrebbe ostacolato il legame con gli altri bambini e in quarta elementare decise arbitrariamente che non potevamo più essere compagne di banco. Fu un dispiacere per entrambe, ma la parola della maestra ai miei tempi era legge e non ci rimase che accondiscendere. Naturalmente io e M. continuammo a frequentarci anche fuori da scuola. Andavo io più spesso da lei, facevamo i compiti e a merenda sua mamma ci preparava il budino al cioccolato, che divoravamo ancora tiepido, perché ci piaceva di più così. Passarono gli anni delle elementari, ci ritrovammo nella stessa classe in prima media. Poi lei andò via: con i suoi genitori tornò in Lombardia. Mi regalò la sua collezione di fumetti, ci scambiammo gli indirizzi e continuammo ad essere amiche per posta. Niente internet, niente cellulare…il telefono si usava solo per chiamate “importanti”. M. e io non ci perdemmo di vista per più di dieci anni, anche se le lettere si diradavano sempre più. L’ultima sua comunicazione la ricevetti quando nacque Lollo: mi spedì un biglietto di auguri scritto con la sua grafia minuta e ordinata, così tanto diversa dalla mia, caotica e angolosa.

Qualche anno più tardi venni a sapere che il suo papà, signore gioviale e generoso, era mancato dopo una lunga malattia. Il suo numero non era in elenco. Non sapevo se avesse cambiato caso. Non osai scriverle e di lei non seppi più nulla.

Nell’era dei social network, mi iscrissi al famigerato Facebook, e il suo fu uno dei primi nomi che cercai, inutilmente. A quanto pareva, M. si era sottratta alla febbre dei messaggi istantanei e della condivisione di status di poca importanza. Non avevo grandi speranze di rintracciarla.

Un paio di mesi fa, quasi per caso, digitai il suo nome completo su Google, e si visualizzò un link che mi rimandava ad un noto sito per lo sviluppo di contatti professionali. La zona corrispondeva, la professione anche…poteva essere davvero lei! Le mandai una richiesta di contatto e pochi giorni dopo mi arrivò una risposta…”Sei proprio tu? La ragazza con cui sono cresciuta?”.

Da allora ci siamo scambiate numerose email. Ci siamo raccontate le nostre vite, le nostre esperienze, abbiamo cercato di colmare un buco temporale durato quasi vent’anni. E’ stato un po’ come riaprire la stanza abbandonata di una casa familiare e sempre accogliente, e ritrovare intatti gli oggetti, i ricordi, le emozioni lasciate lì, ma mai dimenticate. E’ stato bello scoprire che siamo cambiate, ma siamo anche le stesse. Che nonostante la distanza l’affetto è rimasto intatto e la voglia di raccontarci è tornata più forte e più matura di prima.

La vita unisce, la vita separa. E qualche volta la vita permette anche di ritrovarsi.

C’è qualcosa di nuovo nell’aria?

Capitava a sera, inaspettatamente, e qualsiasi sera poteva essere buona: in particolare quelle brumose, più fredde che umide, che cominciano ad arrivare dopo la metà di ottobre, a proclamare a gran voce che, a dispetto delle temperature tiepide del giorno, l’autunno ha preso pieno possesso della sua dimora e si sta preparando ad accogliere lentamente l’inverno. Capitava che nell’aria, all’improvviso, si sentisse un profumo particolare, un’armonia di essenze che mescolava foglie secche e fumo di legna, nebbia ed erba bagnata, con una punta di freddo puro, asciutto, in sottofondo. Capitava che in quel momento, chiudessi gli occhi, inspirassi profondamente e senza nessuna premeditazione, la mia mente pensasse “Natale”. Non c’erano collegamenti reali, concreti. Non avevo bisogno dei festoni colorati, della pubblicità del pandoro, del muschio. Bastava la luce arancione di un lampione, un refolo di vento, un soffio di nebbia, un suono lontano di natura non definita. E non importava se stessi salendo in macchina, uscendo da un negozio, chiudendo un portone o andando al lavoro. “Natale” era già lì, in quell’aria più fredda che umida, in quell’odore di sottobosco che a sorpresa raggiungeva anche la strada più trafficata.

Di anno in anno, questa personalissima epifania è arrivata sempre più tardi nella mia vita. Perché ho smesso di crescere e ho cominciato ad invecchiare? O perché le difficoltà sono diventate sempre più numerose e hanno stemperato la magia e l’attesa di qualcosa che ha per me sempre meno senso? Quest’anno, quel giorno qualsiasi, inaspettato, non è ancora arrivato, sebbene le Feste siano alle porte. Eppure, non smetto di sperare che una sera, all’improvviso, io possa chiudere gli occhi per un attimo, respirare a fondo un profumo indefinibile, e che la mia mente, nonostante tutto, possa di nuovo pensare “Natale”.

Io e Dio

Da piccola avevo fede. Quella fede un po’ stile Ikea, preconfezionata, ereditata per tradizione dai miei genitori e dai miei nonni. Andavo sovente a Messa, facevo la Comunione dopo essermi confessata, dicevo le preghiere e quelle cose lì. Poi accadde qualcosa.

Una domenica mattina di luglio, uscii per incontrare un’amica. Non la trovai e decisi di fare la brava ragazza e andare a Messa. Avevo diciannove anni suonati, non avevo mai avuto nemmeno un ragazzo, non sapevo baciare ma avevo la quarta di reggiseno. Indossavo un top di cotonina rossa a fiorellini bianchi che mi aveva cucito mia madre un paio di anni prima. Forse mi andava un po’ stretto, e il decolleté era in evidenza. Osai, sottolineo osai, presentarmi al parroco per prendere la Comunione, ma il prete ritrasse la mano e disse a voce alta e con sguardo severo che non era quello il modo di presentarsi nella casa del Signore. Al principio non capii che ce l’aveva con me, poi vidi tutti gli altri, in fila per comunicarsi, che mi guardavano. Mi tirai indietro, vergognosa, ma alla fine il sacerdote mi fece la carità di darmi l’Ostia. Io tornai al banco, assistetti alla fine della cerimonia, e intanto mi guardai intorno. C’era la signora che vestiva quotidianamente con scollature e minigonne e tradiva notoriamente il marito con numerosi uomini. Ma aveva un velo sulla testa, e il prete le diede la Comunione senza indugio. C’era il tipo che, si sapeva, viveva di furtarelli, riciclava pezzi di macchine rubate e bestemmiava come un turco. Ma aveva la cravatta, e prese l’Ostia consacrata. C’era la donna regolarmente sposata che aveva abortito più volte, perché per lei l’aborto era un metodo contraccettivo migliore di altri. Ma aveva il tailleur, e il prete non ebbe da ridire. Io uscii dalla Chiesa con il mio scandaloso top di cotonina e smisi di andare a Messa e di prendere la Comunione. Perché pur credendo ancora nell’Eucarestia, avevo smesso di credere che un prete, un uomo, potesse lavare i peccati come uno straccetto sporco, e ridarmi l’anima immacolata, ma solo a patto che dopo avermi controllato la scollatura avesse giudicato decente la sua ampiezza. Perché pur pensando ancora che Dio potesse esistere, pensavo che Lui, e solo Lui, avrebbe potuto dirmi se ero degna o meno di entrare nella Sua casa terrena. Forse perché avevo capito che i miei errori, passati presenti e futuri, non potevano essere passati al setaccio da chi di errori ne fa altrettanti restando spesso impunito, o smacchiato con la candeggina da una frettolosa benedizione.

Cominciai a leggere, a informarmi, ad aprire gli occhi. Ancora oggi, dopo più di un quarto di secolo, tengo gli occhi aperti e questo ha determinato un progressivo allontanamento dal Credo della mia infanzia, pur mantenendo alcuni comportamenti che a quel Credo ancora si collegano. A volte il mio bisogno di spiritualità si sente frustrato dall’esistenza delle religioni. Rispetto chi le pratica, ma io non mi sento più di definirmi cattolica, perché, oggettivamente, non vivo secondo le regole della Santa Romana Chiesa. Lo so, un sacco di cattolici fanno come me, e si considerano comunque credenti, devoti e fedeli. Io non ci riesco. La mia coscienza, o quel che ho al suo posto, e la mia coerenza, me lo impediscono. Continuo a credere, o a provare a credere, a Dio. Gli parlo, a volte con un po’ di sfacciataggine, senza mancarGli di rispetto perché tento di non mancare mai di rispetto agli altri, figuriamoci a Qualcuno che non conosco personalmente. Talvolta mi stanco, mi arrabbio, protesto per le ingiustizie del mondo. Talaltra espongo i miei dubbi, sperando che qualcosa possa accendersi dentro di me, aiutandomi a capire meglio cose che la ragione non arriverà mai a comprendere. Conosco credenti di tante religioni, atei, scettici, ateotelici, agnostici. Da tutti imparo qualcosa, non cerco di convincere nessuno e da nessuno mi faccio convincere, non perché abbia conquistato la Verità Assoluta, ma semplicemente perché quello della Fede (non necessariamente religiosa) è per me un percorso da compiere dentro sé stessi e non attraverso proselitismi o prediche. Non sono pacificata, ma sono me stessa.

Leggevo ieri l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo, “Fosse ‘a Madonna!” e mi ha colpito un passo che vi riporto: “Ma in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella Sua esistenza e non ci pensa più”.

Viaggio nel tempo

Sale sulla metro alla stazione successiva la mia. Somiglia a Tilda Swinton, è giovane, sottile, ha la pelle bianchissima e i capelli rossi. Mi colpisce la sua espressione disperata. La seguo con lo sguardo finché non si siede di fronte a me, qualche posto più in là. Il viso le si contrae in una smorfia. Piange. Poi si ricompone, per ricominciare subito dopo. Si apre una porta sul passato, rivedo me stessa quel giorno di ottobre di 25 anni fa, anche io a Roma, anche io su un mezzo pubblico. Non era la metro, ma un autobus; non somigliavo a Tilda Swinton, molto meno charmante; non avevo i capelli rossi che invece ora ho; ma ero disperata. Sugli autobus avevano già installato le obliteratrici, ma c’era ancora, vestigia del passato, il posto un tempo riservato al controllore. Io ero appoggiata lì, piangevo senza ritegno, e una ragazza mi chiese se stavo male. “Problemi di cuore”, risposi, guadagnandomi un sorriso comprensivo e partecipe. Avevo appena lasciato il mio primo amore, non perché non lo amassi, ma perché lui non amava me. La porta sul passato si chiude, guardo di nuovo la ragazza che cerca disperatamente di contattare qualcuno al cellulare, nelle brevi soste del treno nelle stazioni, perché durante i tragitti non c’è segnale. Nessuno sembra accorgersi del suo dolore, nemmeno la suora dall’aria annoiata che le siede accanto. Nessuno le chiede se sta male. Resisto all’impulso di avvicinarmi, potrebbe non gradire la mia intrusione. Vorrei chiederle se piange per amore. E dirle che se così fosse quelle lacrime si asciugheranno presto, per lasciare posto ad altre lacrime, che si asciugheranno presto. E così via. E dirle che sono altre le lacrime che non si asciugano. Alcune di esse dobbiamo ancora piangerle. Altre, le più dolorose, non le piangeremo mai.

Caro Bar…

…due giorni fa ci siamo salutati per l’ultima volta, dopo sette anni di intensa e variopinta vita in simbiosi. Per sette anni, tranne rare eccezioni, ci siamo visti almeno tre volte a settimana. Per sette anni, ho passato insieme a te i miei sabati sera, le mie domeniche pomeriggio, le Pasque e le Pasquette, i Ferragosti, i Capodanni, e pressoché tutte le altre feste comandate, religiose e civili. Tra le mie mani, in tua compagnia, son passati vassoi, bicchieri, tazze, manopole per il caffè, buste di popcorn e di patatine, bricchi colmi di latte schiumoso, bottiglie di frizzante prosecco. Davanti ai miei occhi, tra i tavolini, di fronte al bancone, volti e storie di persone come me, che si trovavano al di là del servizio, ma sempre al di qua della mia vita. Insieme abbiamo condiviso gelide giornate dicembrine e torride serate estive, abbiamo assistito alle sfilate dei clienti abituali, dei turisti, dei bambini che sono diventati adolescenti, degli adolescenti che sono diventati adulti. Qualcuno mi chiamava “zia”, perché l’età c’era, per essere la loro zia. Ultimamente, qualcuno mi ha anche chiamata “mamma”, perché ormai c’era l’età anche per essere la loro mamma. E probabilmente era arrivata anche l’età per voltare pagina, perché, anche se non ti ho abbandonato di mia iniziativa, è pur vero che a 45 anni, fare ancora la “garzona” o la “cameriera apprendista”, suona un po’ stonato.

Però, ammettilo caro Bar, sono stati sette anni interessanti. Non privi di momenti di sconforto, di insoddisfazione, conditi da qualche litigio, spolverati con poche incomprensioni. Ma molto di più, ricchi di risate, di compagnia, di parole scambiate con persone che non avevo mai visto prima, che forse non avrei rivisto più, ma che comunque non avrei potuto conoscere senza la tua mediazione. Non posso dire che sia stato un periodo di crescita professionale: cameriera ero il primo giorno, cameriera sono stata l’ultimo, anche se, progressivamente, mi è stato concesso di entrare dietro il bancone, di fare il caffè, addirittura il cappuccino! Ti ricordi Bar, l’emozione di quando per la prima volta, dopo un anno di collaborazione, ho avuto accesso alla macchina del caffè? E il primo latte macchiato, veramente penoso, preparato per una cliente occasionale (che comunque non sarebbe tornata, dopo aver bevuto quella brodaglia)? E poi, la soddisfazione delle mance, poche, è vero…(ecco, clienti del Bar che mi leggete: lasciate ogni tanto la mancia alla cameriera. Non la offenderete, le farete piacere e non andrete in rovina. Mica si parla di soldoni, bastano anche venti centesimi, ma per chi lavora, è gratificante, come se  diceste: toh, pago il caffè, ma ci metto qualcosa in più perché servito da te mi è sembrato più buono).

Sono stati tanti i protagonisti che con me hanno recitato davanti e dietro le quinte del tuo palcoscenico. Non posso ricordarli tutti, ma sicuramente non dimenticherò alcuni di loro, che spero di rivedere in altre occasioni. Non faccio liste, sono noiose, ma chi mi leggerà, tra loro, sa che anche di loro parlo. Tu continuerai ad esserci, il tuo caffè avrà ancora lo stesso sapore, verranno miscelate tisane, servite cioccolate, e molti nemmeno si accorgeranno che non sono più io a servirle. Tornerò a trovarti, ogni tanto, stanne certo, ci saluteremo da vecchi amici le cui strade si sono inevitabilmente separate, e ci riconosceremo. Sai, io sono convinta che esista una memoria dei luoghi, che nei posti in cui siamo stati, che abbiamo amato (o odiato), rimangano tracce di noi, negli angoli, sul soffitto, invisibili ma incancellabili. In te, un po’ di me resterà sempre, anche se nessuno se ne accorgerà. 

Femmina atipica

Sono sempre stata una femmina atipica. Da bambina avevo un’aria angelica (lunghi capelli chiari, occhioni blu, faccia tondetta) e un’anima diabolica. Questa combinazione mi avrebbe dovuto portare, nell’adolescenza, ad iniziare la carriera di rubacuori e stracciauomini, invece a 13 anni sono diventata una totale imbecille. Mortificata da un aspetto fisico non certo attraente, con i capelli lunghi che erano stati accorciati, si erano arricciati solo da una parte ed avevano assunto una colorazione marrone ratto; gli occhioni che con le palpebre più pesanti avevano la forma di due palle da biliardo; un corpo troppo tondeggiante nella parte superiore e praticamente inesistente in quella inferiore; mantenevo un’anima diabolica, ma fisicamente ero quanto di più insignificante si potesse trovare nel raggio di qualche chilometro. Il mio carattere mi impediva di passare inosservata; la mia dialettica spigliata mi permetteva di emergere a scuola quel tanto che bastava a non far capire ai professori che studiavo veramente poco. Poi, alla tenera età di 19 anni, qualcosa è cambiato. Finalmente il mondo maschile si è accorto che avevo un sesso e non ero un’ameba con cui era piacevole scherzare. Così ho avuto il mio momento di gloria. Il mio passatempo preferito era fare l’elenco (breve ma pur sempre elenco) dei miei spasimanti così come si fa la lista della spesa. Spasimanti tutti respinti perché, ovviamente, io ero quella che si doveva innamorare. Infatti mi innamorai, di uno che non mi cagava. Breve storia, poi qualche anno di letargo. Poi nuova fioritura. Nuovo elenco e nuovo innamoramento. Questa volta lui non solo mi ha cagata, ma mi ha pure sposata. E dopo qualche anno mi ha persino lasciata. Insomma, tutte le cose in piena regola, con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, ma ora sono finalmente in pari e felicemente separata come tante altre mie coetanee. E me ne frega ben poco. Nel senso che continuo ad essere una femmina atipica. Non cerco di sistemarmi con un bravuomo che mi mantenga. Persisto nel mantenere il mio animo diabolico. Pare che fisicamente sia migliorata in modo notevole, per lo meno questo è ciò che dicono i sostenitori del motto “non è amore sotto la quarta”. Io porto in giro con un orgoglio che non conoscevo il mio balcone terrazzato, il mio portabagagli inesistente, la pancetta e le prime rughe. Certo i difetti son rimasti: sono ancora petulante, troppo schietta, qualche volte faccio fatica a collegare il cervello con la favella e me ne esco con frasi che sarebbe opportuno evitare o edulcorare. Non sempre la sincerità paga soprattutto con persone che possono scambiare la mia eccessiva spontaneità per supponenza e protervia. E sono ancora rimasta quella che si deve innamorare e se non capita, o se non viene ricambiata, sceglie di restare single (che schifo di termine, mi suggerite un sinonimo meno trendy e più simpatico?). La mia più grande ricchezza sta nell’avere intorno a me persone valide, che riescono, bontà loro, ad accettarmi e addirittura ad apprezzarmi per quella che sono.

Questo post autobiografico e sicuramente poco interessante vuole essere soprattutto un piccolo gesto di ringraziamento a chi rende la mia vita più leggera e degna di essere vissuta. Grazie ad Alessandra, a Massimo, a Roberto e, ultimo  ma non ultimo, a Sandro, un regalo che il caso o il destino ha messo sulla mia strada da pochi mesi ma che ha già un posto importante nel mio cuore. Amici con la A maiuscola che riempiono la mia anima di cose belle. Grazie alla mia famiglia, a Lollo, a Gianni, ex marito e fratello di una irriducibile, per natura e per indole, figlia unica quale io sono. E grazie a tutte le persone che pur meno presenti mi fanno stare bene e che sanno regalarmi un sorriso che cerco sempre di ricambiare. Compresi voi che mi leggete.

Spottino: è uscito in libreria “I buoni frutti della malapianta” opera prima di Alessandro Chittaro, fratello del carissimo Chit. Si avvicina Natale…regalare un bel libro può essere una buona idea :)

Parallelismi convergenti

A casa mia il conflitto Nord/Sud si vive da ben prima che arrivasse il celodurismo di Bossi e dei Leghisti della piatta Padania. Mio padre è ciociaro di Ciociaria, terronissimo quindi e fiero di esserlo. Mia madre è piemontese D.O.C., cioè polentona all’ennesima potenza e sebbene abbia lasciato la Valsesia da quando aveva 14 anni, pensa, ragiona e parla con i parenti che ha in alta Italia in un tenace dialetto strettissimo e incomprensibile ai più.

Come siano riuscite a conciliarsi due mentalità così diverse, mi risulta incomprensibile, soprattutto tenendo conto che tra loro non è mai divampata la fiamma della passione che abbatte ogni barriera ed elimina ogni ostacolo. Però, a ben pensarci, forse il segreto è proprio nella natura del loro legame, di affetto profondo, stima reciproca e grande sopportazione. A volte però, è inevitabile, le differenze prendono il sopravvento, e chi ci va di mezzo è la sottoscritta che, essendo figlia unica, si carica di tutto il delizioso peso dei loro duetti:

Mamma di Alianorah: eh, quando ero piccola io, il mio paese era pieno di fascisti e nazisti. Ricordo la piazza principale coperta di neve e ai quattro angoli i corpi di quattro persone, un vecchio, due donne e un ragazzo, fucilati per rappresaglia.

Papà di Alianorah: eh, qui i tedeschi non c’erano, ma stiamo vicino a Cassino e ci hanno bombardato. Abbiamo dovuto lasciare la nostra casa e andare in campagna per lunghi mesi…

M.d.A.: io invece sono andata in montagna con mia madre, da suo fratello, mentre mio padre partigiano scappava con i compagni sulle Alpi svizzere per organizzare la Resistenza e sfuggire agli attacchi dei fascisti…

P.d.A.: qui non avevamo nemmeno il pane…

M.d.A.: noi mangiavamo solo polenta e castagne! Da voi si trovava la carne!

P.d.A.: però avevate il latte!

M.d.A.: sì, delle mucche che andavo a pascolare.

E così via…

Altro tema: il Natale.

M.d.A.: a Natale mi regalavano sempre i pentolini che si ammaccavano subito…

P.d.A.: a me invece il cavalluccio di legno che si smontava il giorno dopo e lo schioppetto che si incantava dopo due colpi. E poi facevamo l’albero con le arance e i mandarini attaccati, e dei torroni duri come sassi!

M.d.A.: invece mia mamma non mi faceva fare l’albero, e scappavo da mia zia che lo faceva, con poca roba sopra, perché da noi gli agrumi siciliani arrivavano poco e in scarsa quantità. E di dolci nemmeno l’ombra.

Arrivano dei momenti in cui ognuno parte per la tangente e continua il proprio racconto in una sorta di monologo, che si svolge in contemporanea con quello dell’altro. E a me un po’ viene da ridere, un po’ viene il nervoso, perché non è che succede adesso che sono anzianotti e pensano al tempo che fu. Lo hanno fatto SEMPRE. Sembra una gara a chi è stato più povero, se il discorso vira verso il patetico; o a chi era più felice, se la gara è improntata al positivo.

Però…però sono orgogliosa di loro. Perché tra brontolii e malumori sanno ancora sorridere. Vanno in giro a braccetto. Si lamentano l’uno dell’altra ma se non si vedono per dieci minuti, li vedi girare per casa e chiedere “Ma mamma dov’è?”; “Ma papà che fine ha fatto?”. E poi quando si ritrovano ricominciano a borbottare.

Sono orgogliosa, sì, e un po’ li invidio perché forse sono proprio le persone come loro che hanno capito il vero e più profondo significato della parola “amore”, senza nemmeno chiederselo mai, senza forse nemmeno mai dirselo. Quello che io non sono stata capace di fare nonostante mille sforzi e avvitamenti degni di un virtuoso dei tuffi; loro lo hanno raggiunto e lo raggiungono quotidianamente, vivendo insieme il buono e il cattivo tempo sotto il cielo della loro vita.

Parole, parole, parole…

Il novanta per cento delle persone non si piace. Si guarda allo specchio e si sputa in un ecchio, come cantavano in “Quelli della notte” Arbore e compagnia. E alla fine allo specchio nemmeno ci si guarda più, perché col tempo non riesce più a vedersi nell’insieme ma solo nei particolari e quei particolari non armonizzano, sembrano cozzare tra di loro. L’età non aiuta, anzi…quando i particolari che si cominciano a notare sono i capelli bianchi, l’inizio di doppiomento, la stempiatura, la ruga in più…ecco, allora sì che si vorrebbero i cosiddetti specchi di legno. Con quelli non c’è rischio di notare le impietose imperfezioni che diventano man mano sempre più imperfette e inesorabilmente più impietose. Come tirarsi su in quei momenti? Ognuno avrà un metodo, una gru personalizzata che risolleva il morale, un pensiero a cui appellarsi, un vestito da mettere, una barzelletta da ricordare. Io, ogni tanto, faccio l’elenco delle frasi più belle che mi sono state dette (da uomini) e senza chiedermi se siano state pronunciate con sincerità o per piaggeria, mi crogiolo nell’illusione che se io mi sputo in un ecchio, qualcun altro può anche avere apprezzato l’altro, quello “non sputato”.

“Sei così bella, sei un’opera d’arte! Sei come la Gioconda…o la Pietà, ecco! Sei come la Pietà”. Sorvolo sul paragone inverecondo, dribblo la gaffe evidente. Avevo ventidue anni, lui qualcuno di più. Era alto, altissimo, biondo e con l’aria da scemo. Una volta rischio di andare a sbattere con la macchina perché si era incantato a guardarmi passare per strada, mentre guidava. Forse non aveva solo l’aria, da scemo. Era scemo e basta.

“Non trovi che sia…luminosa?” Avevo vent’anni. Lui qualcuno di più. Parlava ad un amico ed entrambi mi guardavano, alle mie spalle il sole al tramonto. Si sa che all’imbrunire le persone son più belle, perché le ombre celano i difetti. Ma io ero pazza di lui, e mi sembrò il più bel complimento del mondo.

“Per me sei come l’ultima delle mie caramelle preferite. Vorrei che durassi per sempre”. Avevo ventitre anni, lui qualcuno di più. Lo avrei sposato, quattro anni dopo. Ci saremmo lasciati, quindici anni dopo. Niente è per sempre, nemmeno l’ultima caramella.

“Io penso che lei sia la ragazza più bella del paese”. Avevo tredici anni, lui qualcuno di più. Ero obiettivamente una cozza, lui era pure fidanzato e nemmeno ci provò mai con me. Ma quella mattina, mentre viaggiavamo pigiati come sardine sull’autobus che ci portava a scuola, disse questa frase, sottovoce, ad un amico, che molto tempo dopo me la riferì. La bellezza è negli occhi di chi guarda.

“Ah, ma tu fumi? Sai, ho letto che baciare un fumatore equivale a leccare un posacenere sporco. Ma io questo posacenere lo leccherei volentieri”. Avevo diciannove anni, lui qualcuno di più. La frase non è romantica, ma fu pronunciata con assoluta mancanza di malizia. Aveva una cottarella per me e non seppe farmelo capire in un modo meno rude. Risi. Rido ancora quando ci penso. Era il mio migliore amico.

“Lei a volte ha un’aria così triste, si ammanta di malinconia. Ma improvvisamente si apre in un sorriso, e io ricordo tutti i suoi sorrisi”. Avevo trentotto anni, lui qualcuno di più. Era il mio analista, che per farmi ritrovare fiducia in me, ogni tanto esprimeva in modo poetico dei pareri di natura medica, facendoli sembrare quasi complimenti. Adesso siamo amici e di complimenti non me ne fa più. Io lo prendo in giro e lui mi dice “Hai le corna più grosse di quelle di un alce”. Però almeno ora ci diamo del tu.

“Chi scende da queste scale? Un angelo?”. Ho quasi quarantadue anni, lui qualcuno di più. Gli piaccio e me lo fa capire in modo romantico, ma io al romanticismo non ci credo, soprattutto se proviene da un uomo ammogliato. Ma sempre meglio uno sposato poetico rispetto a uno scapolo volgare.

“Non sei perfetta, ma mi piaci così come sei. Non cambiare mai”. Ho quasi quarantadue anni, lui qualcuno di meno. Non è quasi mai gentile con me, per questo ricordo questa frase. Nemmeno io lo vorrei diverso da com’è. Anzi, certe volte non lo vorrei proprio per niente.

“Sei la mamma migliore del mondo”. Ho quasi quarantadue anni, lui molti di meno. Forse questa è la bugia più grande che mi abbia mai detto un uomo, ma io voglio credere che lui lo pensi davvero. E che qualche volta io riesca ad essere proprio così, per lui.


P.S. E’ iniziato il Quarto Torneo Di Giochi Enigmatici. Partecipate!!!

Come in uno specchio

Sono andata a un funerale. E’ morto il padre di un mio amico degli anni verdi, uno di quelli con cui ho condiviso birra e feste dell’Unità, concerti dei Nomadi, serate al pub e primi baci. E’ passato tanto tempo da allora; per un po’, dopo turbolente vicende, non ci salutavamo quasi più. Poi, crescendo, c’è stato un riavvicinamento, una collaborazione per un progetto culturale, una rinnovata manifestazione di stima e simpatia reciproca e il tutto ha fatto sì che lui potesse essere ricollocato al suo giusto posto di primo amore nel passato e di caro, seppur poco frequentato, amico nel presente. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata così tanta…e tante persone sono passate nelle nostre vite. Mi sono sposata, ho avuto un figlio, mi sono separata e ora lavoro in un paese abbastanza distante dal mio da far sì che sia diventata quasi straniera in terra natia. Lui anche si è sposato, è da poco padre, lavora in città. Ci si vede poco o niente, anche se di tanto in tanto si chiede l’uno dell’altra a comuni amici. Le occasioni di incrociarsi sono praticamente nulle e quando accadono, a volte non sono liete. Così, pochi giorni fa, l’ho rivisto, nella piazzetta della chiesa nella frazioncina dove vivono i suoi, sotto il cielo capriccioso di un autunno che sembrava già inverno; qualche goccia di pioggia, qualche raggio di sole, un incredibile triplo arcobaleno che sfregiava il grigio azzurro sopra le teste di persone addolorate, infreddolite, distratte, partecipi, comunque presenti.

C’erano tutti in quella piazzetta, tutti gli amici dei miei vent’anni. Tutti con vent’anni in più sulla pelle, fra i capelli, nei ventri prominenti, nei petti non più sodi. Tanti di loro non li vedevo da molto tempo; li guardavo e mi dicevo “Mio Dio…ma è proprio lui? E’ proprio lei? Così grigio, così ingrassata…” Con i sorrisi che ricordavo e che ora sembravano quasi smorfie. Perché ai funerali, quando il protagonista non è un congiunto, si sorride, è inutile negarlo. Si sorride, ci si saluta con baci, abbracci e pacche sulle spalle; ci si scambiano parole di circostanza e frasi assurde(“sembra brutto dirlo, ma mi fa piacere rivederti!”; “ma quanto tempo!”; “speriamo di incontrarci di nuovo in una più piacevole occasione”) e grottescamente capita di fare tuffi in un passato più o meno prossimo, di rispolverare ricordi e di studiarsi un po’. Così rivedi il ragazzo che ti piaceva un tempo, ma che era troppo piccolo, perché tu avevi vent’anni e lui diciotto. E ora tu hai quarant’anni e lui trentotto, è stempiato, ha il doppio mento e la pancetta; e non sembra più così tanto più piccolo di te. E poi vedi quella che si è sposata che era una ragazzetta e sembrava già una donna di mezza età e, incredibile, ora che è una donna di mezza età sembra molto più giovane e fresca delle coetanee che in gioventù le davano dei punti in bellezza e sensualità. Ti chiedi se anche loro hanno di te la stessa impressione che hai tu di loro; ti sbirci nel finestrino di un auto per vedere se hai la loro stessa aria un po’ stanca e strapazzata. Il tutto sentendoti anche un po’ in colpa, perché non sei lì ad analizzare o ad essere vivisezionata; stai onorando qualcuno che se n’è andato; stai partecipando al dolore di un amico. Poi però ti accorgi, da poche battute gettate lì quasi per caso, che non sei mica l’unica…l’amica che ti dice “ma sei pallida!”; il tizio che ti guarda sorpreso ed esclama “sei irriconoscibile” (e non si capisce se è un complimento o un insulto); il tipo che ti guarda ad occhi sgranati “proprio l’altro giorno mi chiedevo se vivi ancora qui!”. PIù o meno tutti si pensa la stessa cosa, ci si chiede cosa ne è stato dei ragazzi che eravamo, si guarda la facciata della chiesetta e si conclude che tutta la vita passa di lì, per le stradine di un paese con una piazzetta piccola piccola che tutti attraversano, in lungo e in largo, in passeggino; caracollando sulle gambe cicciotte; schiamazzando dietro a un pallone; vantandosi con le amiche; corteggiando e facendosi corteggiare; con la luna storta per un brutto voto; innamorati; tristi; allegri; figli; genitori; nonni… per ritrovarsi poi, alla fine, tutti nello stesso posto, attori e spettatori; complici e nemici; a salutare qualcuno, con un arrivederci. O con un addio.

Vips on the road

Di tanto in tanto faccio un salto a Roma, tanto per respirare un’aria un po’ cosmopolita anche se, con tutti i nuovi immigrati degli ultimi tempi, dove vivo io non è di certo una rarità incontrare stranieri e comincia ad essere più facile sentir parlare arabo o rumeno che ciociaro. Ma una cosa che sicuramente manca in provincia, sono i vip, le very important persons (boh) che vediamo al cine, in tv, sui rotocalchi, di cui conosciamo vita morte e miracoli anche quando non sono ancora morti né hanno ancora compiuto miracoli e spesso, a conti fatti, nemmeno possono essere considerati tanto vivi. Al bar, ad esempio, in quattro anni ho visto soltanto due celebrità: il ragazzo che ha ispirato ad Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio la sublime “Il mio amico”; l’imitatrice Gabriella Germani.  Del primo posso dire poco tranne che è una persona gentilissima ed educata (e mi fissa in maniera imbarazzante…secondo me sta pensando di farmi un restyling, ma le mie sopracciglia non si toccano!). Della seconda posso dire che, nonostante la relativa celebrità, è simpatica, semplice e che si è fatta consigliare da me su quale tisana prendere. Tra le varie opzioni, ha scelto infine quella al peperoncino. La cosa che più mi ha divertita è stata però vedere la mia capa che, non seguendo la TV per motivi di lavoro (l’impegno del bar concede veramente poco spazio all’ozio da telespettatore), dopo che le avevo segnalato la presenza della signorina, si è precipitata da lei con un sorriso a 24 carati e con la mano tesa ha esclamato “Signorina, mi permetta….non potevo non venire a salutare una…una…” (pausa perché non sapeva bene che ruolo rivestisse nel mondo dello spettacolo) “…una PERSONA COSI’ FAMOSA come lei!”. Dal canto mio, le ho detto, mentre fumava una sigaretta all’aperto, che il mio ex marito a 16 anni ballò un lento con lei e che Lollo, quando la vede in TV non fa mai a meno di precisare che “E’ quella che ha ballato con mio padre!”. La Germani, ciociara DOC, ha gentilmente fatto finta di ricordare il suo vecchio cavaliere, ma ha ricordato benissimo il negozio di elettrodomestici dove, quando erano entrambi ragazzi, lui lavorava.

E’ chiaro però che se voglio vedere il (ri)jet set, devo uscire dagli angusti confini della mia terra e, solitamente guidata dal mio best friend metropolitano, non rimango mai delusa dagli incontri. Durante le mie rare puntate nella Capitale, mi è capitato di incrociare, udite udite: Piero Fassino (con un abito millerighe, che però addosso a lui erano solo cinquecento perché tutte e mille non entravano); Gigi Marzullo (per ben due volte, di cui una in compagnia di); Gianni Rivera (un tappo); Cesara Buonamici (senza trucco è…diciamo bruttina, va, che mi sento buona); Alessandra Canale (CHIIIII? la signorina buonasera ipersensibile che quando fu mandata in pensione anticipata diede un lacrimevole addio in diretta ai telespettatori e che è poi stata ripescata a leggere l’oroscopo delle due di notte); Antonella Mosetti (che non ci si crede a quanto è insipida senza trucco e tutta vestita); una rossa carina con tanti riccioli che conduceva Uno Mattina che potessi cecamme se mi ricordo come si chiama (mi dicono dalla regia essere Paola Saluzzi); Brando Giorgi in amichevole conversazione con Maurizio Aiello; Mario Adorf; Daniela Zuccoli e Leolino (ma come chi? la moglie e il figlio minore di Mike Bongiorno; che spettacolo!); Marco Senise (quello che non fa niente a Forum; altissimooo!); Pietro (un mio amico che al paese non vedevo da quindici anni e che ho incontrato a Roma, guarda tu i casi della vita). Ne ho scordato sicuramente qualcuno, ma ho lasciato in fondo il dolce, perché mi sono stufata di mettere sempre “in cauda venenum”. Un pomeriggio di un giorno d’estate (o d’inverno, come vi pare), risalendo via Nazionale, vedo procedere in inversa direzione un baldo giovine. Da lontano faceva una bella vicinanza, ma devo ammettere che da vicino era ancora meglio: giubbotto di pelle (allora doveva essere mezza stagione), jeans, andatura disinvolta, impegnato in una conversazione pacata al cellulare…mica l’ho riconosciuto subito. Aveva un’aria vispa, quasi intelligente, non l’espressione da broccolo che non me lo fa esattamente prediligere come attore. Eppure…mi volto verso il mio amico, ammicco in direzione del bellone, sussurro “Ma è…?”. “Sì sì” risponde lui “Indubbiamente è”. Indubbiamente era Raul Bova che come semplice passante, vi giuro è mille volte più bello che come interprete e anche più bravo forse. E Raul, volevo dirti…complimenti a tua mamma, ma ancora di più a tua moglie! E…scusa se ti ho chiamato attore ;-) .