Parallelismi convergenti
20 Dicembre 2008
A casa mia il conflitto Nord/Sud si vive da ben prima che arrivasse il celodurismo di Bossi e dei Leghisti della piatta Padania. Mio padre è ciociaro di Ciociaria, terronissimo quindi e fiero di esserlo. Mia madre è piemontese D.O.C., cioè polentona all’ennesima potenza e sebbene abbia lasciato la Valsesia da quando aveva 14 anni, pensa, ragiona e parla con i parenti che ha in alta Italia in un tenace dialetto strettissimo e incomprensibile ai più.
Come siano riuscite a conciliarsi due mentalità così diverse, mi risulta incomprensibile, soprattutto tenendo conto che tra loro non è mai divampata la fiamma della passione che abbatte ogni barriera ed elimina ogni ostacolo. Però, a ben pensarci, forse il segreto è proprio nella natura del loro legame, di affetto profondo, stima reciproca e grande sopportazione. A volte però, è inevitabile, le differenze prendono il sopravvento, e chi ci va di mezzo è la sottoscritta che, essendo figlia unica, si carica di tutto il delizioso peso dei loro duetti:
Mamma di Alianorah: eh, quando ero piccola io, il mio paese era pieno di fascisti e nazisti. Ricordo la piazza principale coperta di neve e ai quattro angoli i corpi di quattro persone, un vecchio, due donne e un ragazzo, fucilati per rappresaglia.
Papà di Alianorah: eh, qui i tedeschi non c’erano, ma stiamo vicino a Cassino e ci hanno bombardato. Abbiamo dovuto lasciare la nostra casa e andare in campagna per lunghi mesi…
M.d.A.: io invece sono andata in montagna con mia madre, da suo fratello, mentre mio padre partigiano scappava con i compagni sulle Alpi svizzere per organizzare la Resistenza e sfuggire agli attacchi dei fascisti…
P.d.A.: qui non avevamo nemmeno il pane…
M.d.A.: noi mangiavamo solo polenta e castagne! Da voi si trovava la carne!
P.d.A.: però avevate il latte!
M.d.A.: sì, delle mucche che andavo a pascolare.
E così via…
Altro tema: il Natale.
M.d.A.: a Natale mi regalavano sempre i pentolini che si ammaccavano subito…
P.d.A.: a me invece il cavalluccio di legno che si smontava il giorno dopo e lo schioppetto che si incantava dopo due colpi. E poi facevamo l’albero con le arance e i mandarini attaccati, e dei torroni duri come sassi!
M.d.A.: invece mia mamma non mi faceva fare l’albero, e scappavo da mia zia che lo faceva, con poca roba sopra, perché da noi gli agrumi siciliani arrivavano poco e in scarsa quantità. E di dolci nemmeno l’ombra.
Arrivano dei momenti in cui ognuno parte per la tangente e continua il proprio racconto in una sorta di monologo, che si svolge in contemporanea con quello dell’altro. E a me un po’ viene da ridere, un po’ viene il nervoso, perché non è che succede adesso che sono anzianotti e pensano al tempo che fu. Lo hanno fatto SEMPRE. Sembra una gara a chi è stato più povero, se il discorso vira verso il patetico; o a chi era più felice, se la gara è improntata al positivo.
Però…però sono orgogliosa di loro. Perché tra brontolii e malumori sanno ancora sorridere. Vanno in giro a braccetto. Si lamentano l’uno dell’altra ma se non si vedono per dieci minuti, li vedi girare per casa e chiedere “Ma mamma dov’è?”; “Ma papà che fine ha fatto?”. E poi quando si ritrovano ricominciano a borbottare.
Sono orgogliosa, sì, e un po’ li invidio perché forse sono proprio le persone come loro che hanno capito il vero e più profondo significato della parola “amore”, senza nemmeno chiederselo mai, senza forse nemmeno mai dirselo. Quello che io non sono stata capace di fare nonostante mille sforzi e avvitamenti degni di un virtuoso dei tuffi; loro lo hanno raggiunto e lo raggiungono quotidianamente, vivendo insieme il buono e il cattivo tempo sotto il cielo della loro vita.
Parole, parole, parole…
5 Novembre 2008
Il novanta per cento delle persone non si piace. Si guarda allo specchio e si sputa in un ecchio, come cantavano in “Quelli della notte” Arbore e compagnia. E alla fine allo specchio nemmeno ci si guarda più, perché col tempo non riesce più a vedersi nell’insieme ma solo nei particolari e quei particolari non armonizzano, sembrano cozzare tra di loro. L’età non aiuta, anzi…quando i particolari che si cominciano a notare sono i capelli bianchi, l’inizio di doppiomento, la stempiatura, la ruga in più…ecco, allora sì che si vorrebbero i cosiddetti specchi di legno. Con quelli non c’è rischio di notare le impietose imperfezioni che diventano man mano sempre più imperfette e inesorabilmente più impietose. Come tirarsi su in quei momenti? Ognuno avrà un metodo, una gru personalizzata che risolleva il morale, un pensiero a cui appellarsi, un vestito da mettere, una barzelletta da ricordare. Io, ogni tanto, faccio l’elenco delle frasi più belle che mi sono state dette (da uomini) e senza chiedermi se siano state pronunciate con sincerità o per piaggeria, mi crogiolo nell’illusione che se io mi sputo in un ecchio, qualcun altro può anche avere apprezzato l’altro, quello “non sputato”.
“Sei così bella, sei un’opera d’arte! Sei come la Gioconda…o la Pietà, ecco! Sei come la Pietà”. Sorvolo sul paragone inverecondo, dribblo la gaffe evidente. Avevo ventidue anni, lui qualcuno di più. Era alto, altissimo, biondo e con l’aria da scemo. Una volta rischio di andare a sbattere con la macchina perché si era incantato a guardarmi passare per strada, mentre guidava. Forse non aveva solo l’aria, da scemo. Era scemo e basta.
“Non trovi che sia…luminosa?” Avevo vent’anni. Lui qualcuno di più. Parlava ad un amico ed entrambi mi guardavano, alle mie spalle il sole al tramonto. Si sa che all’imbrunire le persone son più belle, perché le ombre celano i difetti. Ma io ero pazza di lui, e mi sembrò il più bel complimento del mondo.
“Per me sei come l’ultima delle mie caramelle preferite. Vorrei che durassi per sempre”. Avevo ventitre anni, lui qualcuno di più. Lo avrei sposato, quattro anni dopo. Ci saremmo lasciati, quindici anni dopo. Niente è per sempre, nemmeno l’ultima caramella.
“Io penso che lei sia la ragazza più bella del paese”. Avevo tredici anni, lui qualcuno di più. Ero obiettivamente una cozza, lui era pure fidanzato e nemmeno ci provò mai con me. Ma quella mattina, mentre viaggiavamo pigiati come sardine sull’autobus che ci portava a scuola, disse questa frase, sottovoce, ad un amico, che molto tempo dopo me la riferì. La bellezza è negli occhi di chi guarda.
“Ah, ma tu fumi? Sai, ho letto che baciare un fumatore equivale a leccare un posacenere sporco. Ma io questo posacenere lo leccherei volentieri”. Avevo diciannove anni, lui qualcuno di più. La frase non è romantica, ma fu pronunciata con assoluta mancanza di malizia. Aveva una cottarella per me e non seppe farmelo capire in un modo meno rude. Risi. Rido ancora quando ci penso. Era il mio migliore amico.
“Lei a volte ha un’aria così triste, si ammanta di malinconia. Ma improvvisamente si apre in un sorriso, e io ricordo tutti i suoi sorrisi”. Avevo trentotto anni, lui qualcuno di più. Era il mio analista, che per farmi ritrovare fiducia in me, ogni tanto esprimeva in modo poetico dei pareri di natura medica, facendoli sembrare quasi complimenti. Adesso siamo amici e di complimenti non me ne fa più. Io lo prendo in giro e lui mi dice “Hai le corna più grosse di quelle di un alce”. Però almeno ora ci diamo del tu.
“Chi scende da queste scale? Un angelo?”. Ho quasi quarantadue anni, lui qualcuno di più. Gli piaccio e me lo fa capire in modo romantico, ma io al romanticismo non ci credo, soprattutto se proviene da un uomo ammogliato. Ma sempre meglio uno sposato poetico rispetto a uno scapolo volgare.
“Non sei perfetta, ma mi piaci così come sei. Non cambiare mai”. Ho quasi quarantadue anni, lui qualcuno di meno. Non è quasi mai gentile con me, per questo ricordo questa frase. Nemmeno io lo vorrei diverso da com’è. Anzi, certe volte non lo vorrei proprio per niente.
“Sei la mamma migliore del mondo”. Ho quasi quarantadue anni, lui molti di meno. Forse questa è la bugia più grande che mi abbia mai detto un uomo, ma io voglio credere che lui lo pensi davvero. E che qualche volta io riesca ad essere proprio così, per lui.
P.S. E’ iniziato il Quarto Torneo Di Giochi Enigmatici. Partecipate!!!
Come in uno specchio
16 Ottobre 2008
Sono andata a un funerale. E’ morto il padre di un mio amico degli anni verdi, uno di quelli con cui ho condiviso birra e feste dell’Unità, concerti dei Nomadi, serate al pub e primi baci. E’ passato tanto tempo da allora; per un po’, dopo turbolente vicende, non ci salutavamo quasi più. Poi, crescendo, c’è stato un riavvicinamento, una collaborazione per un progetto culturale, una rinnovata manifestazione di stima e simpatia reciproca e il tutto ha fatto sì che lui potesse essere ricollocato al suo giusto posto di primo amore nel passato e di caro, seppur poco frequentato, amico nel presente. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata così tanta…e tante persone sono passate nelle nostre vite. Mi sono sposata, ho avuto un figlio, mi sono separata e ora lavoro in un paese abbastanza distante dal mio da far sì che sia diventata quasi straniera in terra natia. Lui anche si è sposato, è da poco padre, lavora in città. Ci si vede poco o niente, anche se di tanto in tanto si chiede l’uno dell’altra a comuni amici. Le occasioni di incrociarsi sono praticamente nulle e quando accadono, a volte non sono liete. Così, pochi giorni fa, l’ho rivisto, nella piazzetta della chiesa nella frazioncina dove vivono i suoi, sotto il cielo capriccioso di un autunno che sembrava già inverno; qualche goccia di pioggia, qualche raggio di sole, un incredibile triplo arcobaleno che sfregiava il grigio azzurro sopra le teste di persone addolorate, infreddolite, distratte, partecipi, comunque presenti.
C’erano tutti in quella piazzetta, tutti gli amici dei miei vent’anni. Tutti con vent’anni in più sulla pelle, fra i capelli, nei ventri prominenti, nei petti non più sodi. Tanti di loro non li vedevo da molto tempo; li guardavo e mi dicevo “Mio Dio…ma è proprio lui? E’ proprio lei? Così grigio, così ingrassata…” Con i sorrisi che ricordavo e che ora sembravano quasi smorfie. Perché ai funerali, quando il protagonista non è un congiunto, si sorride, è inutile negarlo. Si sorride, ci si saluta con baci, abbracci e pacche sulle spalle; ci si scambiano parole di circostanza e frasi assurde(“sembra brutto dirlo, ma mi fa piacere rivederti!”; “ma quanto tempo!”; “speriamo di incontrarci di nuovo in una più piacevole occasione”) e grottescamente capita di fare tuffi in un passato più o meno prossimo, di rispolverare ricordi e di studiarsi un po’. Così rivedi il ragazzo che ti piaceva un tempo, ma che era troppo piccolo, perché tu avevi vent’anni e lui diciotto. E ora tu hai quarant’anni e lui trentotto, è stempiato, ha il doppio mento e la pancetta; e non sembra più così tanto più piccolo di te. E poi vedi quella che si è sposata che era una ragazzetta e sembrava già una donna di mezza età e, incredibile, ora che è una donna di mezza età sembra molto più giovane e fresca delle coetanee che in gioventù le davano dei punti in bellezza e sensualità. Ti chiedi se anche loro hanno di te la stessa impressione che hai tu di loro; ti sbirci nel finestrino di un auto per vedere se hai la loro stessa aria un po’ stanca e strapazzata. Il tutto sentendoti anche un po’ in colpa, perché non sei lì ad analizzare o ad essere vivisezionata; stai onorando qualcuno che se n’è andato; stai partecipando al dolore di un amico. Poi però ti accorgi, da poche battute gettate lì quasi per caso, che non sei mica l’unica…l’amica che ti dice “ma sei pallida!”; il tizio che ti guarda sorpreso ed esclama “sei irriconoscibile” (e non si capisce se è un complimento o un insulto); il tipo che ti guarda ad occhi sgranati “proprio l’altro giorno mi chiedevo se vivi ancora qui!”. PIù o meno tutti si pensa la stessa cosa, ci si chiede cosa ne è stato dei ragazzi che eravamo, si guarda la facciata della chiesetta e si conclude che tutta la vita passa di lì, per le stradine di un paese con una piazzetta piccola piccola che tutti attraversano, in lungo e in largo, in passeggino; caracollando sulle gambe cicciotte; schiamazzando dietro a un pallone; vantandosi con le amiche; corteggiando e facendosi corteggiare; con la luna storta per un brutto voto; innamorati; tristi; allegri; figli; genitori; nonni… per ritrovarsi poi, alla fine, tutti nello stesso posto, attori e spettatori; complici e nemici; a salutare qualcuno, con un arrivederci. O con un addio.
Vips on the road
19 Settembre 2008
Di tanto in tanto faccio un salto a Roma, tanto per respirare un’aria un po’ cosmopolita anche se, con tutti i nuovi immigrati degli ultimi tempi, dove vivo io non è di certo una rarità incontrare stranieri e comincia ad essere più facile sentir parlare arabo o rumeno che ciociaro. Ma una cosa che sicuramente manca in provincia, sono i vip, le very important persons (boh) che vediamo al cine, in tv, sui rotocalchi, di cui conosciamo vita morte e miracoli anche quando non sono ancora morti né hanno ancora compiuto miracoli e spesso, a conti fatti, nemmeno possono essere considerati tanto vivi. Al bar, ad esempio, in quattro anni ho visto soltanto due celebrità: il ragazzo che ha ispirato ad Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio la sublime “Il mio amico”; l’imitatrice Gabriella Germani. Del primo posso dire poco tranne che è una persona gentilissima ed educata (e mi fissa in maniera imbarazzante…secondo me sta pensando di farmi un restyling, ma le mie sopracciglia non si toccano!). Della seconda posso dire che, nonostante la relativa celebrità, è simpatica, semplice e che si è fatta consigliare da me su quale tisana prendere. Tra le varie opzioni, ha scelto infine quella al peperoncino. La cosa che più mi ha divertita è stata però vedere la mia capa che, non seguendo la TV per motivi di lavoro (l’impegno del bar concede veramente poco spazio all’ozio da telespettatore), dopo che le avevo segnalato la presenza della signorina, si è precipitata da lei con un sorriso a 24 carati e con la mano tesa ha esclamato “Signorina, mi permetta….non potevo non venire a salutare una…una…” (pausa perché non sapeva bene che ruolo rivestisse nel mondo dello spettacolo) “…una PERSONA COSI’ FAMOSA come lei!”. Dal canto mio, le ho detto, mentre fumava una sigaretta all’aperto, che il mio ex marito a 16 anni ballò un lento con lei e che Lollo, quando la vede in TV non fa mai a meno di precisare che “E’ quella che ha ballato con mio padre!”. La Germani, ciociara DOC, ha gentilmente fatto finta di ricordare il suo vecchio cavaliere, ma ha ricordato benissimo il negozio di elettrodomestici dove, quando erano entrambi ragazzi, lui lavorava.
E’ chiaro però che se voglio vedere il (ri)jet set, devo uscire dagli angusti confini della mia terra e, solitamente guidata dal mio best friend metropolitano, non rimango mai delusa dagli incontri. Durante le mie rare puntate nella Capitale, mi è capitato di incrociare, udite udite: Piero Fassino (con un abito millerighe, che però addosso a lui erano solo cinquecento perché tutte e mille non entravano); Gigi Marzullo (per ben due volte, di cui una in compagnia di); Gianni Rivera (un tappo); Cesara Buonamici (senza trucco è…diciamo bruttina, va, che mi sento buona); Alessandra Canale (CHIIIII? la signorina buonasera ipersensibile che quando fu mandata in pensione anticipata diede un lacrimevole addio in diretta ai telespettatori e che è poi stata ripescata a leggere l’oroscopo delle due di notte); Antonella Mosetti (che non ci si crede a quanto è insipida senza trucco e tutta vestita); una rossa carina con tanti riccioli che conduceva Uno Mattina che potessi cecamme se mi ricordo come si chiama (mi dicono dalla regia essere Paola Saluzzi); Brando Giorgi in amichevole conversazione con Maurizio Aiello; Mario Adorf; Daniela Zuccoli e Leolino (ma come chi? la moglie e il figlio minore di Mike Bongiorno; che spettacolo!); Marco Senise (quello che non fa niente a Forum; altissimooo!); Pietro (un mio amico che al paese non vedevo da quindici anni e che ho incontrato a Roma, guarda tu i casi della vita). Ne ho scordato sicuramente qualcuno, ma ho lasciato in fondo il dolce, perché mi sono stufata di mettere sempre “in cauda venenum”. Un pomeriggio di un giorno d’estate (o d’inverno, come vi pare), risalendo via Nazionale, vedo procedere in inversa direzione un baldo giovine. Da lontano faceva una bella vicinanza, ma devo ammettere che da vicino era ancora meglio: giubbotto di pelle (allora doveva essere mezza stagione), jeans, andatura disinvolta, impegnato in una conversazione pacata al cellulare…mica l’ho riconosciuto subito. Aveva un’aria vispa, quasi intelligente, non l’espressione da broccolo che non me lo fa esattamente prediligere come attore. Eppure…mi volto verso il mio amico, ammicco in direzione del bellone, sussurro “Ma è…?”. “Sì sì” risponde lui “Indubbiamente è”. Indubbiamente era Raul Bova che come semplice passante, vi giuro è mille volte più bello che come interprete e anche più bravo forse. E Raul, volevo dirti…complimenti a tua mamma, ma ancora di più a tua moglie! E…scusa se ti ho chiamato attore
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Polvere di stelle
12 Agosto 2008
Anche se la tradizione vuole che la notte delle stelle cadenti sia quella di San Lorenzo, da qualche giorno non c’è telegiornale che, tra la guerra in Georgia e gli ori italiani alle Olimpiadi, non mandi la fondamentale notizia che quest’anno la notte migliore per esprimere desideri sarà quella a cavallo tra il 12 e il 13 agosto. Praticamente stanotte. Tutti quelli che due giorni fa sono rimasti a naso in su beccandosi ettolitri di umidità nella speranza di poter esprimere i loro più nascosti desideri al passaggio di queste rapidissime e magiche scie di luce; e sono andati a letto con i capelli flosci e le braccia gelate, sul far dell’alba, delusi per il mancato appuntamento; lo sappiano! Hanno rischiato reumatismi estivi con due giorni d’anticipo a causa della famigerata precessione degli equinozi che ha fatto sì che il periodo di maggior traffico di Perseidi (termine “scientifico” per indicare le stelle cadenti, dal nome della costellazione di Perseo, da cui sembra provenire questa polvere di meteoriti che prende fuoco a contatto con l’atmosfera terrestre) si spostasse di due giorni. Per avere qualche notizia in più circa questa romantica tradizione, vi consiglio di leggere il bel post di Placida Signora, ma non posso esimermi da una raccomandazione: fate molta attenzione a quali desideri esprimete (“Attento a ciò che desideri: potrebbe avverarsi”, aforismizzava Wilde Emerson) ma soprattutto, a COME li esprimete. Una mia amica vide una stella cadente e chiese di poter vivere un grande amore. Ma dimenticò di aggiungere “felice”: il suo desiderio si avverò, si innamorò perdutamente di un idiota…e fu un disastro. Io, tanti anni fa, chiesi alle stelle di farmi vivere una storia con il ragazzo di cui ero cotta. Avrei dovuto chiedere che lui ricambiasse i miei sentimenti, ma non lo feci. La storia ci fu, ma lui non si innamorò mai di me…e fu un disastro.
Nel film “La sicurezza degli oggetti“, Glenn Close è la madre di un ragazzo vittima di un incidente automobilistico. Dopo aver sentito la diagnosi dei medici che lo davano per spacciato, prega tutta la notte chiedendo che il figlio sopravviva e di fatto viene accontentata: il ragazzo non muore ma entra in coma irreversibile. Tempo dopo, parlando con un conoscente, gli consiglia “Se le capiterà di chiedere un miracolo sia preciso: Dio ha un grande senso dell’umorismo, Lui sa con sicurezza quello che vogliamo davvero, ma si limita a darci solo ed esclusivamente ciò che abbiamo chiesto” (citazione non letterale, ma il senso è quello).
Ho l’impressione che per le stelle cadenti valga la stessa ipotesi.
P.S. Grazie alla mia amica Teresa che mi ha ispirato questo post, raccontandomi aneddoti sul tema e citandomi l’episodio del film. E buoni desideri a tutti!

Scene di vita scema
9 Luglio 2008
Ieri un caro amico mi ha mandato un SMS sconsolato “Defluisco in mille rivoli”. Questo mi ha causato un’associazione di idee curiosa, cioè mi ha ricordato una vecchia canzone dello Zecchino d’oro, intitolata “Il pupazzo di neve“, la storia di un pupazzo di neve (ma và?) che esce da un libro di fiabe curioso di conoscere il mondo, ma, ahilui, sceglie il periodo sbagliato: è estate e il solleone lo scioglie e lo fa evaporare. Ma le canzoni dello Zecchino hanno (quasi) sempre un lieto fine, per cui torna l’inverno, il pupazzo si ritrova trasformato in fiocchi di neve finché i bambini non lo ricostruiscono più grande e bello di prima. L’eterno ciclo delle cose; una morale spicciola ma innegabile; la metafora della legge di Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Con in testa ’sta canzoncina, sono tornata a casa dal lavoro e, nonostante fosse tardissimo, trovando mia mamma e mio figlio ancora svegli, si è svolta la seguente scena:
Ambiente: anticamera di casa mia.
Personaggi: Alianorah, mamma di Alianorah, Lollo.
Alianorah in reggiseno e mutandine (causa caldo asfissiante) e mamma di Alianorah in vestaglietta di cotone, cantano la canzone “Il pupazzo di neve” ad uno scatenato Lollo in slip che balla per la stanza con movenze da rapper. Tutto ciò all’una e trenta di notte.
Che poi uno pensa che queste cose accadono solo nelle sit-com cretine americane, invece no. Accadono anche a casa mia.
Te le ricordi le lucciole?
17 Maggio 2008
Siamo soli, seduti sotto il portico di una casa non nostra. La sera è tiepida e illuminata dalla luce perlacea della luna crescente. All’orizzonte i profili bui delle colline e sparsi qua e là, in lontananza, gruppuscoli di luci di lampioni, serpentine di strade, coacervi di case, paesini. Dietro di noi, il brusio della casa in festa, note di jazz, una risata di donna. Davanti, un prato in discesa e tra l’erba qualche piccola luce intermittente. Qui esiste ancora un po’ di notte.
Ricordo…tanti anni fa vicino a casa mia c’era un fazzoletto di terreno, erba alta, cespugli spinosi di gelso, pietre aguzze scaricate lì chissà quando, chissà perché. Confinava con il versante nord del mio giardino, il più buio e il più ventoso, il mio preferito. Nelle notti di maggio uscivo di casa e giravo l’angolo per guardare, al di là del recinto, quel pezzetto di terra incolta. Sembrava fosse caduto un pezzo del cielo di una notte di novilunio, e che le stelle, a decine, a centinaia, si fossero sparpagliate tra le spine e le pietre e mandassero più forte il loro bagliore, saettando, galleggiando a mezz’aria, palpitando di vita nuova. Se l’aria non era troppo ferma, indossavo una leggera camicia da notte del corredo di mia madre, mi infilavo due foulard agli anellini che portavo alle dita, e sognavo di essere la principessa del vento, tra uno svolazzare di veli traslucidi e quelle stelle che punteggiavano il giardino e il piccolo fazzoletto di terra pieno di rovi.
Poi vennero i lampioni, l’erba alta fu tagliata, i rovi tolti e le pietre portate via. Un manto di asfalto coprì la terra e nacque un parcheggio che non fu poi mai utilizzato. L’asfalto si riempì di crepe di gelo e di calore, i lampioni diffusero tutto intorno la loro luce giallastra e rassicurante, persino il vento smise di soffiare sul lato nord del mio giardino. Le stelle son tornate in cielo, ma non si vedono più neppure lì, tanto è forte il chiarore della notte di periferia del mio paese. Ogni tanto brilla ancora una lucina in mezzo all’erba, sempre più rara e fioca. Mio padre dice che è la stessa ogni anno, che torna a casa a maggio. Non è così ma è bello crederci. Forse, da qualche parte, restano i sogni della principessa del vento, alla ricerca di un vento che non c’è più.
Siamo soli, seduti sotto il portico. Mi volto e vedo il suo profilo indefinito sotto la pallida luce lunare. Vorrei appoggiargli la testa sulla spalla. Vorrei dirgli “Ti amo”. Ma non posso…non ancora.
Sorrido nel buio e gli chiedo, piano: “Ma tu, te le ricordi le lucciole?”.

Primo amore
12 Aprile 2008
Avevo sei anni quando lo vidi per la prima volta. Ero in prima elementare ed ero la cocca della maestra perché, unica su più di venti scolari, sapevo leggere. E qui apro una parentesi, anzi, una parentetica, come dice il mio migliore amico.
Il primo giorno di scuola, timorosa remigina (allora ci chiamavano “remigini”, perché la scuola iniziava sempre il primo Ottobre, giorno in cui si festeggia san Remigio, protettore degli orfanelli che vanno in giro con cani e scimmie e dei Memi Remigi che trovano strano innamorarsi a Milano), mi fu chiesto dalla maestra cosa sapevo fare. E io risposi “Leggere e scrivere”. La maestra mi fece leggere le prime pagine del libro di testo…poi le seguenti…poi le ultime. Si insospettì. Non era possibile! Probabilmente avevo imparato il libro a memoria, per questo lo sapevo leggere tutto! Per smascherarmi, il giorno dopo portò uno SUO libro, ma…sorpresa! Sapevo leggere anche quello! Sapevo leggere ogni cosa!!! Insomma…sapevo leggere e basta. Cavoli, io questa cosa non l’ho mai capita: per quella donna, sarebbe stato più normale che io avessi imparato a memoria chissà come l’intero libro di prima elementare, piuttosto che aver già imparato a leggere sui Topolino, come le aveva detto anche mia madre…Ora, conoscendo che tipa era la mia prima insegnante, forse capirete meglio tante cose anche di me.
Ma torniamo a bomba: erano i primi giorni di scuola e vennero a far visita alla maestra due suoi ex alunni che avevano terminato con lei le elementari l’anno precedente e frequentavano ora la prima media. La maestra fece le presentazioni e poi puntò il dito su di me, suo fiore all’occhiello (nemmeno fosse merito suo) e uno di loro mi si avvicinò, mi diede un buffetto sulla guancia e disse piano “Che carina…”.
Non lo rividi che 13 anni più tardi, nel corridoi della Facoltà di Giurisprudenza. Io 19enne, lui 24enne. Avevamo mantenuto più o meno tutti e due la stessa statura di quando ci eravamo visti per la prima volta. Non ci salutammo, ci scambiammo solo un’occhiata. Qualche tempo dopo ci trovammo a frequentare la stessa compagnia di amici, diventammo amici anche noi due. Poi io mi presi una cotta “papapapammmm”. A lui piacevo, ma era innamorato di un’altra ragazza che se non lo filava. Allora ci provò con me…per mesi e mesi mi corteggiò (insomma, si fa per dire), ci fu una breve storia che provocò a lui qualche fastidio e a me molto dolore. Fu il mio primo amore (ve l’ho detto che sono una tardona!). La cosa che ancora adesso mi fa sorridere, è che, quando mi aveva rivista 13 anni dopo il nostro primo incontro, all’Università, mi aveva riconosciuta e aveva pensato “Ah…però…”, che nel suo linguaggio ormai adulto, equivaleva più o meno a quel “Che carina…” di tanto tempo prima.
Accadde una notte
3 Aprile 2008
Era il maggio del 1973 quando mio nonno, il mio incredibile, impossibile, amatodiato nonno, malandato di salute ma più capoccione e coriaceo che mai, arrivò a casa annunciando di avere versato la quota per andare in autobus a Belgrado, con un pullmann di sfegatati juventini, per assistere alla finale di Coppa dei Campioni, Ajax-Juventus. Mia madre cercò di opporsi alla realizzazione di questa mattana, ma non ci fu verso. Mio nonno credeva in una sola parola, generalmente la sua. E partì, con i suoi amici matti, lasciandoci preoccupati ma impotenti, senza farsi problemi. Allora non esistevano telefonini per cui eravamo all’oscuro di tutto. Il viaggio fu, presumibilmente, tranquillo. Come si suol dire, nessuna nuova, buona nuova. La sera del 30 maggio i miei genitori ed io eravamo davanti al nostro 20 pollici in bianco e nero ad assistere alla finale, cercando inutilmente di scorgere in quella folla urlante di spettatori la figura imponente e un po’ marziale del mio nonnone. Rimanemmo colpiti da un episodio che si verificò nell’intervallo tra i due tempi: un’ambulanza entrò in campo e il telecronista ipotizzò il malore di un tifoso. Tenete presente che 35 anni fa non c’erano le telecamere a bordo campo né collegamenti con giornalisti dislocati al di là delle linee, per cui tutto quello che vedevamo e sapevamo noi da casa non era molto diverso da quello che vedeva e sapeva il cronista della Rai. Di quell’ambulanza non si seppe più nulla, e, terminata la partita (con la sconfitta della Juve), ce ne andammo a dormire.
Il silenzio della notte fu interrotto verso le tre dal suono del telefono (il lacerante DRIIIN DRIIINNN dei telefoni grigi a rotelle della SIP, non il più discreto TURLULULUPP dei telefoni attuali). Con gli occhi appannati dal sonno, mia madre andò a rispondere. All’altro capo del filo la voce gentile di un funzionario dell’ambasciata italiana di Belgrado, ci avvertì, svelandoci il mistero dell’ambulanza in campo, che il sig. R. era caduto durante il primo tempo della partita di calcio e si era rotto quel capoccione duro come il marmo. Ufficialmente, era inciampato. Ufficiosamente, e noi lo capimmo subito, aveva alzato come suo solito il gomito e preso dall’ebbrezza del tifo aveva, diciamo così, perso l’equilibrio.
I giorni dopo furono febbrili, con mia madre che girava come una trottola per avere i documenti necessari per andare a recuperare suo padre a Belgrado e io che non facevo che preoccuparmi e piangere perché non volevo andare a stare da mia zia (mio papà lavorava e non poteva stare con me durante il giorno). Tutto poi si risolse rapidamente, perché il mio storico avo si riprese abbastanza bene (in apparenza, perché poi ci furono serie complicanze che gli fecero rischiare la vita) per venire imbarcato su un aereo e tornare in Italia sulle sue gambe.
Su questo avvenimento abbiamo riso parecchio negli anni seguenti, passata la paura e il rischio maggiore, anche se mio nonno subì le conseguenze di quel colpo di testa (e non solo in senso metaforico) per tutta la vita. Ma la cosa che ricordo con maggiore commozione e tenerezza fu quello che provai quando, tornato a casa dall’aeroporto, mi diede un pacchetto. Conteneva una bambolina in pannolenci che indossava un tradizionale costume jugoslavo. L’aveva comprata in aeroporto prima di partire. Nonostante tutto, aveva pensato a me e aveva trovato il tempo di dimostrarmi ancora una volta il suo burbero affetto.
Quella bambolina è ancora qui, che mi guarda ogni volta che sono al computer, che scrivo sul blog, che comunico con i miei amici lontani. Mi sorride dal suo contenitore di plastica trasparente un po’ ammaccato e mi ricorda di quel nonno incorreggibile che, nel bene e nel male, ha lasciato un ricordo indelebile in tutti quelli che lo hanno conosciuto.