Dal nano al niño

Se avessi saputo che un giorno Banderas sarebbe stato assunto come mugnaio dalla Barilla, avrei lasciato perdere di servire caffè al bar, o fare fatture a chi lo compra, e avrei seguito un corso per diventare…non so, macina di pietra, o pala rotante. Che poi io sono già bravissima così, a far girare le pale, figuriamoci con una specializzazione. Comunque, mai mi sarei aspettata di vedere il sogno erotico proibito dei miei trent’anni prendere il posto del brutto nano che fino a qualche anno fa sbavava dietro a quella svampita di Clementina*

Di tutti gli spot del Mulino Bianco che si sono susseguiti negli ultimi mesi, da quello in cui Antonio dialoga con la gallina esperta in fette biscottate (e non si capisce chi dei due sia il pollo); a quello dove puccia il cornetto nella crema al cioccolato fatta con le sue “proprie mano”; a quello che lo vede esaltare il gusto rotondo delle macine (ma non era il Glen Grant ad avere il “gusto rotondo”?); il più surreale è uno degli ultimi. Il caliente iberico infarinato balla la mazurka tutta la notte con una bella gnocca che sdilinquisce tra le sue braccia. Arriva l’alba e lui sussurra: “E’ ora di un abbraccio”. E la porta nel mulino. E le dà il biscotto. No, non “quel” biscotto, ma proprio un dolcetto vero, gusto panna-cacao, chiamato appunto “abbraccio”. Lei accetta il dono malcelando la delusione e commentando “E come si fa a resistere?”, prima di addentarlo vagheggiando ben altre degustazioni. E lui, con la stessa espressione seducente della gallina di cui sopra, risponde…”Non lo so”.

E non lo so nemmeno io, come si fa a concepire una siffatta fola. Personalmente, se proprio dovessi scegliere, al posto dell’ “abbraccio”, preferirei un…”galletto”.

*ogni riferimento ad altri nani che sbavano dietro a svampite è da ritenersi puramente casuale.

Io e Dio

Da piccola avevo fede. Quella fede un po’ stile Ikea, preconfezionata, ereditata per tradizione dai miei genitori e dai miei nonni. Andavo sovente a Messa, facevo la Comunione dopo essermi confessata, dicevo le preghiere e quelle cose lì. Poi accadde qualcosa.

Una domenica mattina di luglio, uscii per incontrare un’amica. Non la trovai e decisi di fare la brava ragazza e andare a Messa. Avevo diciannove anni suonati, non avevo mai avuto nemmeno un ragazzo, non sapevo baciare ma avevo la quarta di reggiseno. Indossavo un top di cotonina rossa a fiorellini bianchi che mi aveva cucito mia madre un paio di anni prima. Forse mi andava un po’ stretto, e il decolleté era in evidenza. Osai, sottolineo osai, presentarmi al parroco per prendere la Comunione, ma il prete ritrasse la mano e disse a voce alta e con sguardo severo che non era quello il modo di presentarsi nella casa del Signore. Al principio non capii che ce l’aveva con me, poi vidi tutti gli altri, in fila per comunicarsi, che mi guardavano. Mi tirai indietro, vergognosa, ma alla fine il sacerdote mi fece la carità di darmi l’Ostia. Io tornai al banco, assistetti alla fine della cerimonia, e intanto mi guardai intorno. C’era la signora che vestiva quotidianamente con scollature e minigonne e tradiva notoriamente il marito con numerosi uomini. Ma aveva un velo sulla testa, e il prete le diede la Comunione senza indugio. C’era il tipo che, si sapeva, viveva di furtarelli, riciclava pezzi di macchine rubate e bestemmiava come un turco. Ma aveva la cravatta, e prese l’Ostia consacrata. C’era la donna regolarmente sposata che aveva abortito più volte, perché per lei l’aborto era un metodo contraccettivo migliore di altri. Ma aveva il tailleur, e il prete non ebbe da ridire. Io uscii dalla Chiesa con il mio scandaloso top di cotonina e smisi di andare a Messa e di prendere la Comunione. Perché pur credendo ancora nell’Eucarestia, avevo smesso di credere che un prete, un uomo, potesse lavare i peccati come uno straccetto sporco, e ridarmi l’anima immacolata, ma solo a patto che dopo avermi controllato la scollatura avesse giudicato decente la sua ampiezza. Perché pur pensando ancora che Dio potesse esistere, pensavo che Lui, e solo Lui, avrebbe potuto dirmi se ero degna o meno di entrare nella Sua casa terrena. Forse perché avevo capito che i miei errori, passati presenti e futuri, non potevano essere passati al setaccio da chi di errori ne fa altrettanti restando spesso impunito, o smacchiato con la candeggina da una frettolosa benedizione.

Cominciai a leggere, a informarmi, ad aprire gli occhi. Ancora oggi, dopo più di un quarto di secolo, tengo gli occhi aperti e questo ha determinato un progressivo allontanamento dal Credo della mia infanzia, pur mantenendo alcuni comportamenti che a quel Credo ancora si collegano. A volte il mio bisogno di spiritualità si sente frustrato dall’esistenza delle religioni. Rispetto chi le pratica, ma io non mi sento più di definirmi cattolica, perché, oggettivamente, non vivo secondo le regole della Santa Romana Chiesa. Lo so, un sacco di cattolici fanno come me, e si considerano comunque credenti, devoti e fedeli. Io non ci riesco. La mia coscienza, o quel che ho al suo posto, e la mia coerenza, me lo impediscono. Continuo a credere, o a provare a credere, a Dio. Gli parlo, a volte con un po’ di sfacciataggine, senza mancarGli di rispetto perché tento di non mancare mai di rispetto agli altri, figuriamoci a Qualcuno che non conosco personalmente. Talvolta mi stanco, mi arrabbio, protesto per le ingiustizie del mondo. Talaltra espongo i miei dubbi, sperando che qualcosa possa accendersi dentro di me, aiutandomi a capire meglio cose che la ragione non arriverà mai a comprendere. Conosco credenti di tante religioni, atei, scettici, ateotelici, agnostici. Da tutti imparo qualcosa, non cerco di convincere nessuno e da nessuno mi faccio convincere, non perché abbia conquistato la Verità Assoluta, ma semplicemente perché quello della Fede (non necessariamente religiosa) è per me un percorso da compiere dentro sé stessi e non attraverso proselitismi o prediche. Non sono pacificata, ma sono me stessa.

Leggevo ieri l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo, “Fosse ‘a Madonna!” e mi ha colpito un passo che vi riporto: “Ma in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella Sua esistenza e non ci pensa più”.

La Cina è piccina

Entro in un negozio cinese di abbigliamento. Una donna sui trentacinque è attaccata al cellulare e parla freneticamente con qualcuno nella propria lingua. Mi avvicino indiscretamente (tanto non capisco un tubo) per manifestare la mia presenza e lei mi indica un punto del negozio e sussurra in un italiano stentato “Lei sa fare”. Mi volto, si avvicina con fare deciso una bimba, mi mostra gli articoli, sciorina i prezzi, i minimi sconti, propone alternative e intanto tiene d’occhio l’ingresso per vedere se entrano nuovi clienti. E’ un imprenditrice in miniatura, ma pian piano, impercettibilmente, escono fuori alcune caratteristiche infantili, grazie al Cielo. Così cominciamo a farci domande e scopro che ha dieci anni, vive in Italia da un anno con la madre e in Cina ha un fratello più piccolo. E’ nata in Italia, (e poi probabilmente tornata in Cina fino a un anno fa) in una città che inizi con la F, che si trova “molto più su”. Lollo propone Firenze, lei scuote la testa. Il suo nome italiano è Valentina. Le chiedo se lo ha scelto lei, dice che si doveva chiamare Florentina (eh sì, è proprio nata a Firenze) ma il primo giorno di scuola la maestra ha capito male e da allora la chiamano Valentina. Beh, penso io, almeno è un nome senza “erre”… In Italia si trova bene, ma è seccata dall’insistenza dei clienti nel chiedere sconti. “In Cina – dice – se costa cinque danno cinque, se costa cento danno cento”. “E’ che in Italia siamo più poveri che in Cina” (e più paraculi, ma questo non lo dico). Faccio una gaffe paurosa (dico che in cina ci sono gli yen, Lollo ancora ride), e le recito una delle poche frasi che so in cinese “Ni-ao” (ciao). Lei mi guarda con aria di sufficienza e ribatte “Questa la sanno tutti”. Gliene dico altre due, ma lei non capisce. Stabiliamo che probabilmente sono due cinesi diversi :) . Lei parla il cinese della regione di suo padre, quello della regione di sua madre, l’italiano e un po’ (ma poco) di giapponese perché ha un’amica giapponese. Mi dice una parolaccia in cinese, provo a ripeterla e lei trova che abbia un pessimo accento. Mi girano un po’ le palle e con un sorriso le dico che anche io parlo l’italiano meglio di lei. Intanto la mamma è ancora incollata al cellulare. Entrano altri clienti, lei mostra, sciorina, controlla, ogni tanto scambiamo due parole. Prima di andar via le chiedo il nome: Jii Shue Lei, lo scandisce e mi insegna a pronunciarlo bene. Quando esco, la mamma ancora blatera al telefono, lei accoglie altri clienti. Io non ho comprato nulla, e mi è venuto il sospetto che “Jii Shue Lei” possa voler dire “ecco i soliti che mi fanno perdere tempo e non comprano un cacchio”. Jii mi è piaciuta, mi fa tenerezza e un po’ soggezione. Tornerò in quel negozio, per vedere come sta, e questa volta anche per comprare qualcosa. E verificherò se si chiama sempre allo stesso modo…

Sono ancora qui

Molte, moltissime persone mi chiedono perché non aggiorno più spesso il blog (non è vero, non me lo ha chiesto nessuno). Rispondo volentieri ai miei tanti fans: non ho nulla da scrivere. Nulla di rilevante, di divertente, di interessante. Nulla o poco più. Che poi non ho capito se “più di nulla” è qualcosa o è ancora più niente del nulla. La mia vita galleggia su un mare d’olio. Nessun brivido, nessuna emozione. Il nuovo lavoro è interessante, divertente, se mi pagassero con più sollecitudine sarebbe perfetto, ma è fatto di cose coperte da segreto professionale, per cui nemmeno posso sfiziarmi ad entrare nei particolari. Potete immaginare quali siano quelli più gustosi, visto che si tratta di investigazioni private. Però posso fare una riflessione. Più vado avanti, più mi accorgo che al mondo ci sono disperazione, follia, insoddisfazioni, paranoie, insomma una sorta di masochistica tensione all’infelicità che porta la gente a perseguire risultati che anziché rendere più sereni, aiutano a scavare la fossa in cui tutti sembrano lì lì per buttarsi volontariamente e, oserei dire, quasi coscientemente. Poche persone vanno a caccia di speranze o di consolazione. Qualcuno coltiva qualche illusione, ma è comunque combattuto tra il desiderio di vedere confermate le proprie paure, e la paura di vedere realizzati i propri desideri. C’è chi indaga sperando di essere smentito. C’è chi si irrita perché invece viene smentito. Il risultato è che, in questo come in tantissimi altri campi su cui si svolgono le vicende dell’umano vivere, nessuno è mai contento. Quando poi si tratta di pagare la parcella, naturalmente, lo scontento aumenta. Ma anche questa è diventata prassi in voga ovunque.

E l’amore? Uno schifo. No, peggio che uno schifo, perché lo schifo presuppone qualcosa che sta andando male. Quindi, ci riprovo.

E l’amore? Zero. Così va meglio. Sempre in tensione verso l’isolachenoncè. Almeno fosse l’isolachecifà, invece nulla. Né c’è né ci fa. A volte sembra intravvedersi uno spiraglio nel buio. Macché, sono fuochi fatui, che non lasciano cenere, non sciolgon la brina. Aveva ragione il chimico di De André: “ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore. Affidando ad un gioco la gioia e il dolore. ” Non mi capisco nemmeno io, ma di fatto è così. L’amore è un gioco. Al massacro.

Il Lollo va bene. Magro come un chiodo, non mette un grammo. Sta in panciolle quasi tutto il giorno, godendo le vacanze estive dopo un anno scolastico più che soddisfacente. Lo lascio fare. Quando vedrò che i piedi metteranno radici sul tappeto del salotto e le mani cominceranno a gemmare, proverò a schiodarlo dalla poltrona. Ah, ma ogni tanto esce pure lui. Non ha amici dove vive, se non conoscenti dell’ambito scolastico. Però frequenta dei coetanei di un paese vicino. Anzi, delle coetanee. Tutte fanciulle, che, pare, apprezzano il suo sense/nonsense of humor. Gli ho chiesto se si sente a disagio in mezzo a tutte “femmine”. La risposta è “no, perché non fanno parte della categoria delle bimbeminchia”. Ogni tanto provo a capire se c’è qualcuna che gli fa perdere il sonno, ma dorme come un sasso. Non posso basarmi sull’appetito, perché mangia poco da quando è nato. Chiederglielo è inutile, mi ha già detto che pure se fosse non me lo direbbe, quindi mi tengo le mie curiosità materne, e aspetto di vedere se le mie sensazioni trovino riscontro. Sicuramente no, perché le mie sensazioni non risultano mai fondate su qualcosa di concreto. Sono praticamente priva del sesto senso di cui tante donne vanno fiere. A me sta bene che il Lollo esca con loro, non mi piacciono i gruppetti “maschi contro femmine” e vedo che lui riesce ad essere stronzo con i maschi quando si relaziona con i maschi; e stronzo pure con le femmine quando si relaziona con le femmine. Insomma, stronzo, come quando sta con me. Vedere che le cose non cambiano mi dà un senso di sicurezza, illusorio ma che consola. E poi, vuol dire che il suo carattere è quello, indipendentemente da chi frequenta. Sì, questo è molto rassicurante. Ci rivediamo in cronaca nera :D

Viaggio nel tempo

Sale sulla metro alla stazione successiva la mia. Somiglia a Tilda Swinton, è giovane, sottile, ha la pelle bianchissima e i capelli rossi. Mi colpisce la sua espressione disperata. La seguo con lo sguardo finché non si siede di fronte a me, qualche posto più in là. Il viso le si contrae in una smorfia. Piange. Poi si ricompone, per ricominciare subito dopo. Si apre una porta sul passato, rivedo me stessa quel giorno di ottobre di 25 anni fa, anche io a Roma, anche io su un mezzo pubblico. Non era la metro, ma un autobus; non somigliavo a Tilda Swinton, molto meno charmante; non avevo i capelli rossi che invece ora ho; ma ero disperata. Sugli autobus avevano già installato le obliteratrici, ma c’era ancora, vestigia del passato, il posto un tempo riservato al controllore. Io ero appoggiata lì, piangevo senza ritegno, e una ragazza mi chiese se stavo male. “Problemi di cuore”, risposi, guadagnandomi un sorriso comprensivo e partecipe. Avevo appena lasciato il mio primo amore, non perché non lo amassi, ma perché lui non amava me. La porta sul passato si chiude, guardo di nuovo la ragazza che cerca disperatamente di contattare qualcuno al cellulare, nelle brevi soste del treno nelle stazioni, perché durante i tragitti non c’è segnale. Nessuno sembra accorgersi del suo dolore, nemmeno la suora dall’aria annoiata che le siede accanto. Nessuno le chiede se sta male. Resisto all’impulso di avvicinarmi, potrebbe non gradire la mia intrusione. Vorrei chiederle se piange per amore. E dirle che se così fosse quelle lacrime si asciugheranno presto, per lasciare posto ad altre lacrime, che si asciugheranno presto. E così via. E dirle che sono altre le lacrime che non si asciugano. Alcune di esse dobbiamo ancora piangerle. Altre, le più dolorose, non le piangeremo mai.

G come Galbusera?

Adam Ostrzenski, medico della clinica Institute of Gynecology di Saint Petersburg in Florida, sostiene che «il punto G è lungo 8,1 millimetri, largo 3,6 e spesso 0,4. Si trova sulla membrana dorsale perineale, a 16,5 millimetri dalla parte superiore del meato uretrale, orientato a 35 gradi rispetto al bordo laterale dell’uretra». Tutto chiaro no?

Venuto a conoscenza della scoperta, Lollo ha commentato: “E come si trova? Col GPS?”.

Briciole diabolike

è uscito il sole, e chi l’ha ucciso sei tu : cherchez la femme!

cosa fare se il tuo ragazzo dice che sei una cozza : farti venire qualche dubbio sui suoi sentimenti?

cosa sono chiavi di ricerca tesi : wow, voglio essere citata nella bibliografia!

moglie scopata dal domestico nano: è il più fornito della virtù meno apparente…

ti amo troppo non riesco a stare senza di te e non so piu’ come dirtelo: credo che basti così.

voglio vedere la fi*a pelosa di iva zanicchi: io vorrei vedere la tua faccia. Così, per curiosità.

chi cantava e la cartuccia che non va : uno a cui non funzionava la stampante?

non fu sesso ma non era neanche amore : ho capito, sei andato in bianco.

il sesso è ? : e chi se lo ricorda?

cosa fare se il mio cane ha mal di gola: prova una benagol.

fai tu : sì ma poi non ti lamentare.

tanto lui non mi piaceva nemmeno: ecco, per chi cerca il significato di “La volpe e l’uva”…

kinder cereali odore pipì : hai controllato la data di scadenza?

come si scrive eterno : E di Empoli, E di Torino, E di Empoli…ops, ma guarda che lo hai già scritto!

fiona may dov’è l’altra figlia? : basta già la prima a romperci i maroni con la fetta al latte.

federica sciarelli incu*ata: chi l’ha vista?

togliere odori da piumino senza lavarlo : resta zozzo anche se profuma.

se uno è chiaro, non ci sono fraintendimenti : bentornato, Lapalisse!

piero fassino voglio fare l’amore con te : argh!

bambini usare coltello in casa stomaco : questa mi inquieta un po’.

sesso con polli : stai messo malissimo, fidati.

megasesso lo fa con la marcia : basta non sia la marcia…indietro!

puoi mangiare il gelato con la prostata? : io proverei prima il cucchiaino…

differenze tra didone tosca e butterfly : Didone muore per amore a Cartagine; Tosca muore per amore a Roma, Butterfly muore per amore in Giappone. Similitudini: sono tre sceme.

quando la volpe non va all’ uva si dice che puzza : l’uva o la volpe?

perche nel titanic jack ha freddo mentre fanno sesso in macchina? : perché “vede la gente morta…” (questa la capisce solo chi ha visto “Sesto senso”).

troppo sesso è amore? : sì sì, credici!

buargh è una risata? : no, un conato di vomito.

terence e susanna solo sesso : ma Terence e Susanna di Candy Candy?! SACRILEGIO!

maalox gatto : poi mi fai sapere come ha fatto il gatto a spiegarti che ha l’acidità di stomaco.

facce con i cubi di cubric : e con i rubi di rubik? Ci gioca Mubarak?