Oooops!

Ehi, tu! Lo so che ogni tanto leggi il mio blog, per cui manterrò stretto riserbo sulla tua identità, ma ti saprai riconoscere, caro il mio furbetto, che ieri ha imparato che a me non la si fa 😀

Alianorah: beh, ti sei laureato in economia e commercio, sei stato bravo!

Egli: ah, ma non è una laurea che fa la differenza.

A.: intanto tu ci sei riuscito. Io ho fatto undici esami e poi ho mollato.

E.: undici esami di che facoltà?

A.: giurisprudenza.

E.: (con tono sprezzante) beh, se era giurisprudenza ti dò ragione, potevi anche finire gli studi. Non è che facevi ingegneria elettronica!

A.: beh, nemmeno economia e commercio se è per questo!

E.: ma guarda che, a parità di anni, la facoltà che ho fatto io aveva cinque esami in più! E quelli che frequentavano legge mi dicevano “Ma come mai noi ce la facciamo a laurearci in corso e voi di economia e commercio invece NON CE LA FACETE?”.

A.: mah, appunto, come mai non ce la FACETE? Forse non vi IMPARANO bene l’italiano?

P.S. domani sarà un anno che bloggo. Tanti auguri a me e tante grazie a tutti gli amici che mi seguono, mi fanno compagnia e mi rendono piacevole scrivere in questo spazio!

Questione di accenti

L’altro giorno esponevo a mio figlio mie costruzioni mentali, contorte e apocalittiche. Sul comò, il CD con la colonna sonora del film “Evìta” raccoglieva polvere. Dopo un po’ di sproloqui, Lollo mi interrompe:

L.: “Mamma, sai come si chiamano volgarmente quelle che fai tu? Seghe mentali!”.

A.: “Ma no, io parlo con convinzione, lo sai come la penso!”.

L.: “No-o, tu ti fai le paranoie!!!”. Poi afferra il CD sunnominato, me lo mette davanti al naso e conclude “Mamma, per favore: èvita!

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Rimpianti e rimorsi

I meme mi hanno un po’ stufata, ma questo che farò, passatomi dal mitico Picchio, mi dà l’occasione di parlare un po’ di me e siccome sono egocentrica e narcisista, beccatevi l’elenco delle

Cinque cose che avrei voluto fare:

Andare in gita scolastica in Grecia l’ultimo anno delle superiori (non andai perché non sopportavo di allontanarmi da casa per tutti quei giorni, che idiota!)

Laurearmi (e non ditemi che faccio ancora in tempo a meno che non siate disposti a pagarmi le tasse universitarie!)

Dichiararmi a L. (un tipo che mi piaceva tanto a 20 anni. Non mi dichiarai e 15 anni più tardi scoprii che anche io gli piacevo ma non aveva avuto il coraggio di dirmelo….argh)

Dare il primo bacio prima (sono stata una tardona, 19 anni e mezzo sono decisamente troppi per questo tipo di esperienze)

Fare un altro figlio (ma anche no)

 

Cinque cose che forse sarebbe stato meglio non fare:

Tradire la fiducia di una persona che ne aveva in me (qualche giustificazione l’avevo anche io, ma tradire è sempre sbagliato)

Fumare (è vero che fumo poco e smetto quando voglio, ma voglio raramente 🙂 )

Essere troppo comprensiva con persone che in fondo non se lo meritavano proprio.

Sposarmi (non sono pentita di essermi sposata, sono pentita di aver creduto che il matrimonio facesse per me)

Scrivere questo post mentre mio figlio mi parla ininterrottamente di tutto e di più.

 

Rileggendo quanto ho scritto, mi accorgo che nella maggior parte dei casi, i rimorsi e i rimpianti non sono risultati di scherzi crudeli del destino, ma conseguenze di nostre scelte giuste o sbagliate. Se poi si riflette bene, non esiste nemmeno il “giusto” e lo “sbagliato” in senso assoluto, in quanto ogni azione è da relazionare con il momento in cui è stata compiuta e con l’intenzione con cui la si è compiuta. In definitiva, torna in me la convinzione che, a parte poche eccezioni, la nostra esistenza sia un misto di fatalismo ed autodeterminazione. Ogni volta che ci muoviamo, abbiamo davanti un determinato numero di strade che il fato, il caso, il destino, Dio, ci hanno messo davanti, e noi scegliamo quale strada percorrere e come proseguire il cammino. Ad esempio, io potevo pure evitare di scrivere queste banalità, ma mi andava di farlo e l’ho fatto. E ne pagherò lo scotto, qualunque esso sia!

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Passo il meme a Guady, Ponza, Chit, Dyo (che non so se ama ste cose o no, visto che la conosco da poco) e Pibua.

 

La mia vita a testa in giù

Non vi ho mai parlato di lui. Sì, qualche volta ne ho accennato, ma proprio parlarne, descrivendo il rapporto che ci lega, no, e il motivo c’è. Lui è una persona che prima non c’era, e poi piano piano c’è stata, e non stava scritto da nessuna parte che potesse esserci perché se un giorno mi avessero detto che avrei avuto una cosa così avrei detto…”Mavà, mica mi sembra possibile!”. Invece lo è stato, ed è anche bello, e raro, a volte pesante da sopportare perché lui non è per niente una persona facile. E’ categorico. Petulante. Vuol sempre aver ragione a volte in un modo che sfiora l’arroganza. Raramente esprime i suoi sentimenti e non mi ha mai detto “ti voglio bene”; ma me lo ha dimostrato mille volte, in centinaia di modi diversi che non sempre mi sono piaciuti. A volte abbiamo bisticciato e siamo rimasti qualche tempo separati, ma alla fine, vuoi per mia iniziativa, vuoi per sua, siamo ritornati a parlare, discutere, scherzare, litigare, perché non si può mandare alle ortiche qualcosa conquistato con tanto tempo e pazienza. Oramai ci parliamo in codice e dall’esterno capirci è difficile, perché noi sappiamo quel che ci diciamo, ma per gli altri servirebbero i sottotitoli. Lui dice che niente è eterno e non ama definire i rapporti con le persone che gli stanno intorno. Prima di raccontarmi qualcosa di sé ci ha messo almeno due anni, e ancora oggi alcuni aspetti della sua vita mi sono oscuri. Ma i suoi occhi non lo sono mai e questo mi basta per fidarmi di lui. Anche se un giorno dovesse finire sarò contenta di averlo conosciuto in questa maniera moderna e improbabile che è il contatto attraverso una chat. Poche parole scambiate, una curiosità che scatta in lui e che gli fa violare una delle regole che si è imposto (lui che ne ha poche ma tendenzialmente inderogabili), quella di non “relazionarsi” con donne che non gli abitano vicino perché non ama i rapporti a distanza. Poi approfondire sempre più la conoscenza, fino ad arrivare a conoscersi, a studiarsi, a piacersi e a sentirsi praticamente ogni giorno, anche se vedersi è raramente possibile. E poi decidere che ci si può fidare, e confidarsi, andare in vacanza insieme, litigare (anche se lui dice di no), incazzarsi, fraintendersi e poi spiegare che no, non intendeva quello, sono io che non capisco; no, non volevo dire questo, è lui che ha inteso male. Non mi piace sempre, anzi, spesso non mi piace per niente. Quando cade nei suoi tormentoni infiniti diventa una goccia cinese che mira a scavare una pietra (io) riottosa e ribelle a qualsiasi scalfittura. Per non dire di quando comincia a ribadire senza tregua concetti che io non so, non posso o non voglio accettare. Ugualmente lui non riesce a entrare sempre nel mio modo di pensare e a guardare la situazione dal mio punto di vista. Per questo un giorno sì e l’altro pure sono tentata di strillargli che mi straccia i maroni con le sue certezze; e a volte lo faccio. E lui un giorno sì e l’altro pure non sa esimersi dal ricordarmi che sono una masochista, poco lungimirante, settorialmente regressa e che potrei avere quel che desidero se solo ci provassi veramente. Io ascolto, valuto, a volte mi convinco, a volte no. Ma mi fido sempre, perché al di là di tutti gli scazzi e le riconciliazioni so, senza ombra di dubbio che tutto, TUTTO quel che dice e fa per me e con me, lo fa in perfetta buona fede e solo pensando di farmi del bene, anche quando mi fa male, anche quando mi fa piangere invece che ridere. Perché per lui io vengo dal paese dell’incontrario e quel che è bello riesco a vederlo brutto; e dò importanza alle cose infime e non vedo le macroscopiche; e il bicchiere è sempre mezzo vuoto anche quando è tutto pieno. E io lo so che la mia vita è a testa in giù; che il mio ex marito è come il fratello che non ho mai avuto; che sono diventata confidente del mio ex analista; che mio figlio di dodici anni mi dà della paranoica e lo fa con cognizione di causa; che non sopporto la gente ma non riesco a starne lontana; che ogni volta che le cose sembrano girare per il verso giusto poi arriva qualcosa per cui le rifaccio girare nel verso sbagliato; che sembro emozionata quando sono calma, ma so sembrare calma quando sono in fibrillazione; che quando sono innamorata sembro innamorata di tutti meno che della persona che è al centro del mio cuore e anche per questo rischio di perderla per sempre; e tante altre cose, che vi annoierebbe ulteriormente star qui a leggere. Ma per fortuna in tutto questo ribaltamento c’è lui che, a dispetto di quanto possano pensare gli altri, è una delle persone più importanti della mia vita, la persona grazie alla quale ho imparato che a volte le parole non servono e che l’amicizia, vera e senza altre implicazioni, tra uomo e donna non è una favola ma esiste davvero.

C’è lui, che è, oggi e chissà per quanto ancora, il mio migliore amico.

Un bel tacer non fu mai detto

Arrivo al lavoro che piove a dirotto e, come sempre, non ho l’ombrello. Mi copro la testa con la mia sciarpetta nuova multicolore e corro verso l’entrata del bar. Davanti all’ingresso, sotto il portico, incrocio una coppia di clienti che in genere vengono d’estate: lei è una bella donna, mora con gli occhi chiari, straniera. Lui, più anziano, molto garbato e signorile. Li saluto e auguro buona Pasqua. Lui mi guarda con aria vacua, ci mette qualche secondo poi mi riconosce. Si scusa e io, sorridendo come un’oca “Eh, sì, con questa sciarpa in testa sembro una polacca” (in molti, visti i miei “colori”, mi scambiano per una ragazza dell’est). Qualche battuta sul maltempo ma hanno un’espressione strana. Li saluto ed entro nel bar mentre un atroce sospetto mi colpisce. Chiedo a G., il vecchietto che viene a dare una mano nei giorni di festa:

A: “Ehi, ma quella signora che è appena uscita, di dov’è?”

G: “Se non sbaglio è polacca”.

Appunto.

Una difficile impresa

Ieri, come ha argutamente segnalato Fabio, era il primo giorno di primavera, ma quasi nessuno lo sapeva, a meno che non vedesse i tulipani sgargiare sulla home page di Google. Il signor Google è sempre piuttosto aggiornato, per cui non si scappa: se la primavera arriva un giorno prima, causa anno bisestile, lui ce lo dice, anche quando in fondo non ce ne potrebbe fregar di meno. Che poi ieri qui…altro che tripudio di fiori, rondinelle e zufolare di allegri pastori emuli del dio Pan . Tuoni, fulmini, pioggia a rovescio e grandine. E neve sulle montagne intorno, alla faccia della primavera. Sarà che non esiste più la mezza stagione, ma almeno un quarto di stagione si potrebbe anche manifestare ogni tanto. Per fortuna verso sera l’aria si è “alzata”, e ci voleva perché in serata avevo un appuntamento di quelli che se non li becchi al volo, il treno ripassa dopo un decennio, o magari non ripassa più. Sono riuscita, con grande e buona volontà, a rinchiudere in un solo locale tre amici tre, i cui impegni sono sempre cotanti e cotali da far risultare un’impresa ogni tentativo di simultaneità di presenza. Eppure ieri c’erano, c’eravamo tutti, e ci siamo fatti tante di quelle risate che ce ne ricorderemo a lungo, forse per sempre. Sono una persona fortunata, molto fortunata. Perché conosco persone che sanno piangere e sanno ridere, e non lo fanno quasi mai a sproposito. Perché queste persone a cui voglio bene ricambiano il mio affetto. E perché anche io so piangere e ridere. Anche a me qualche volta capita di farlo a sproposito tanto che non capisco sempre bene dove sia il confine tra il motivo per cui vorrei piangere e quello per cui dovrei ridere. Non credo succeda solo a me (e agli schizofrenici, agli isterici, ai masochisti ecc ecc) sentire come la felicità possa a volte sfiorare il dolore, la gioia possa essere l’altra faccia della disperazione e quanto sia vero che gli estremi, nelle loro esasperate manifestazioni, possano arrivare a toccarsi. E chissà…forse uno dei pochi sensi che ha la vita sta proprio in questo.

P.S. Buona Pasqua a tutti!

Diagnosi e avanspettacolo

Ieri il mio ex marito si è messo a riparare degli ombrelli rotti. Di uno, irrecuperabile nella sua funzione originaria, non è rimasto che il bastone. A Lollo non è parso vero: se ne è subito appropriato e per tutto il giorno ha girato per casa zoppicando e imitando il dottor House. Mia madre gli si è avvicinata e gli ha detto “Dottore, mi fa male la gamba…sarà saccardosi?” (voleva dire sarcoidosi, una delle malattie più erroneamente diagnosticate nel telefilm d’oltreoceano insieme alla vasculite e al lupus).

Infine, mio figlio, stanco di zoppicare, si è messo in testa il cappello del nonno e si è messo a camminare come Charlot. Così mamma si è dovuta tenere la sua saccardosi e io ho capito che Lollo era probabilmente guarito dall’influenza.

Del resto, ieri, parlando al telefono con un amico dottore ed elencando i sintomi che il pupo accusava da qualche giorno, mi sono sentita rispondere:

“Mi sembra che siano sintomi riconducibili ad una sindrome para

“Ah, parainfluenzale?”

“No, di paraculite”.

E se lo dice lui che è medico…