Vadino siòrre e siòrri…

…a leggere l’intervista che Rick di PocaCola mi ha fatto sul suo blog. Leggerete alcune cose che ho già detto anche qui, ma, in esclusiva, potrete vedere le fantastiche foto (due foto due, se Rick è riuscito a superare lo sconforto e ha osato pubblicarle) di Alianorah, l’altra gallina, in tutta la sua discutibile bellezza. Grazie a Rick e grazie a voi che apprezzerete senz’altro questa lodevole e benefica iniziativa.

Dichiaro vincitrice assoluta del concorso indetto nel mio precedente post l’immarcescibile Dyo. Menzione speciale a VioletT9 e Pilotino. Un doveroso grazie a tutti i partecipanti e in particolare a Mauro che ha con garbo sottolineato l’adolescenzialità del tema trattato e a Chit che, dichiarando di aver spesso pensato anche lui a fare un post simile, mi ha rincuorata dimostrandomi che altri 40enni possono avere 15 anni inside, soprattutto per merito dei loro spacciatori di fiducia.

Ed ecco l’attesa soluzione:

Ciao cara come stai (Zanicchi); Quante volte (Baglioni, Martini); Ho in mente te (Equipe84); Interminatamente (Raf); C’è tutto un mondo intorno (Matia Bazar); I miei pensieri sono tutti lì (Bertoli); E tu (Baglioni); Chissà se mi pensi (Baglioni); Vorrei che fosse amore (Mina); Se telefonando (Mina); Tu (Tozzi); Cercami (Zero); Nei giardini che nessuno sa (Zero); Bocca di Rosa (De André); Occhi di ragazza (Morandi); Le mani (De Crescenzo); Il mondo (Fontana); Dentro gli occhi (Vecchioni, trovata da Dyo); Gli occhi miei (Goich); Vedrai (Vecchioni); Il mare d’inverno (Berté); L’ultima neve di primavera (Micalizzi); Estate (Martino; Negramaro); Notte di San Lorenzo (Simone); Viale d’autunno (Boni); Non credere (Mina); Senza fine (Vanoni); Sono come tu mi vuoi (Mina); Ma prima o poi (Goggi); Nel blu dipinto di blu (Modugno); Vorrei che fosse amore (Mina); Come saprei (Giorgia); Amare (Vergnaghi); L’altra donna (Pooh); La solitudine (Pausini); Minuetto (Martini); Eternità (Camaleonti, Antonacci); Ti amo (Tozzi); Dio come ti amo (Modugno); Se mi vuoi (Grandi); Vieni da me (Vibrazioni); Vaffanculo (Masini).

Ehi tu…sì tu! Provaci dài!

Ciao caro, come stai? Quante volte ti ho pensato, ho in mente te interminatamente. C’è tutto un mondo intorno, ma i miei pensieri sono tutti lì. E tu, chissà se mi pensi… Vorrei che fosse amore, e se telefonando io riuscissi a capirlo, lo farei. Ma tu, tu cercami nei giardini che nessuno sa; accarezza la mia bocca di rosa, il mio viso da bambola, guarda nei miei occhi di ragazza. Prendimi le mani e potrai stringere il mondo: dentro gli occhi miei vedrai il mare d’inverno, l’ultima neve di primavera, l’estate e la notte di San Lorenzo, un viale d’autunno. Non credere che la mia pazienza sia senza fine, sono come tu mi vuoi, ma prima o poi potrei sparire nel blu dipinto di blu. Sai che vorrei che fosse amore, che come saprei amare io, l’altra donna non potrebbe, ma la solitudine è difficile da sopportare e anche se sei l’uomo per me, questo minuetto non può durare un’eternità. Io ti amo, Dio come ti amo, se mi vuoi vieni da me.

Altrimenti…vaffanculo!

Chi riesce a trovare più titoli di canzoni in questo mio inutile post, vincerà tutta la mia stima. E un link speciale nel prossimo inutile post.

P.S./O.T. : Oggi è il compleanno del Figlio Del Capo. Ripetete con me “Tanti auguri, Figlio Del Capo!”

Paurazza

Ieri:

Ieri ho accompagnato Lollo a una festina di compleanno e devo dire che si è divertito parecchio. Ma siccome ad ogni divertimento sembra che la vita debba far seguire una contropartita il ritorno a casa (25 chilometri in macchina) è stato alquanto avventuroso. Io che guidavo, lui sul sedile posteriore che ogni cinque minuti vomitava in una busta di plastica. E tra un’esternazione e l’altra del suo stomaco, appena riprendeva fiato, chiacchierava del più e del meno.

Lollo: ho la nausea.

Alianorah: mi fermo?

L. : no.

A.: se vedi il peggio usa la busta.

L.: buargh.

A.: appunto…

L.: ma se una macchina è tutta nera come fanno a vederla di notte?

A.: accende i fari e la vedono.

L.: buargh.

A.: mi fermo?

L.: no. Ho sporcato il sedile…

A.: porca zozza!

L.: mica l’ho fatto apposta, dove siamo?

A.: a metà strada, non riconosci il tragitto?

L.: no, sono un po’ intontito dalla nausea. Buargh. Ma è incredibile, tra la benzina e il diesel ormai c’è una differenza di prezzo davvero irrilevante!

A.: …

L.: (silenzio). Ho vomitato di nuovo, non te ne sei accorta? Madonna che puzza…

A.: ecco, sorpasso ‘sta Panda che va a 30 all’ora.

L.: eh, le Panda so’ proprio lumache. Che poi se le comprano in tanti, anche se fa schifo sia il modello vecchio sia quello nuovo.

A.: …

L.: buargh

Oggi:

Oggi nausea e dolori addominali: il medico di base paventa una possibile appendicite. Corriamo al Pronto Soccorso: analisi, ecografia, radiografia. Grazie al Cielo pare che vada tutto bene: o è un virus, o stitichezza. Inutile dire che non ha fatto altro che parlare anche con il dolore e la paura addosso. Stitico forse, ma non di parole.

L’imbarazzo della scelta

Devo ammetterlo: da quando lavoro al bar, la schiera dei miei corteggiatori si è decisamente allargata e questo non potrebbe che farmi piacere, se uno, e dico almeno UNO di loro, fosse una persona non dico bella, ma per lo meno distinta, o intelligente, originale, simpatica. GIOVANE! L’età media dei miei spasimanti si aggira intorno alla sessantina, con punte di 80 anni e rare eccezioni al di sotto dei cinquanta. E’ vero che anche io non son più di primo pelo e nemmeno mi piacciono gli uomini più giovani di me, però la prospettiva di passare i miei momenti liberi al fianco di una quasi mummia, a ballare a “Gioca Jouer” nel club della terza età o a fare anticamere dall’urologo o dal geriatra per accompagnare l’amato bene ad una visita di controllo non mi sconfinfera granché. Però, ripeto, ci sono anche quelli più giovani: in genere scapoloni sovrappeso, con l’occhio lubrico e l’alito importante; o mariti annoiati che cercano frizzanti alternative al talamo coniugale; o ancora uomini che se non ci provano “apprescindere” non son contenti. Vi riporto, in sintesi, le tipologie dei “provoloni da bar” e i relativi tentativi di abbordaggio.

IL PENSIONATO VEDOVO IN FREGOLA (over sixty, over size, ipotricotico con vistoso riporto).

“Una donna separata, con un figlio, ha bisogno di sicurezza, anche economica. Guarda nel mondo dello spettacolo quante coppie in cui lei è molto più giovane di lui. Tanto, le donne son tutte uguali, badano solo al portafogli, e io non credo tu faccia eccezione”. Questo avvenne quattro anni fa: è ancora lì che aspetta la conferma che io non faccio eccezione. E intanto si è fidanzato con una neovedova sulla sessantina pure lei.

IL DIVORZIATO ROZZO/GALANTE (abbonato al whisky, epidermide traslucida, colorito olivastro):

“Sei acida; sei sempre più bella; sei cafona; vuoi uscire con me; sei maleducata; oggi sei splendida…”. Ecc. ecc.

LO SCAPOLO PRETESTUOSO (mezza età, poco avvenente, approcciatore familiare)

“Saluta tuo figlio e digli ‘Forza Inter’! Anzi, abbraccialo da parte mia. Io abbraccio te e poi tu dai il mio abbraccio a lui!”

IL DIVORZIATO FINTO TIMIDO (intrallazzone, sbruffoncello e sprezzante)

“Prima non ti salutavo (chissà perché) ma ora che ti saluto ti dico che è un peccato che lavori qua la sera, altrimenti potresti venire a ballare con me; ma forse tu preferisci il teatro, il cinema…Vuoi venire a Cannes?” (detto proprio così C A N N E S).

IL GIOVANE (pseudo)VIVEUR (under 40, belloccio, stupidotto, moderatamente simpatico, la butta sullo scherzo):

“Lo so che sei innamorata di me da sempre, ma ormai abbiamo perso l’attimo: peccato! Poteva essere una grande storia d’amore, la nostra!”

LO SPOSATO ANNOIATO (figura già nota ai lettori, falsamente distaccato, patetico):

“Sei nella lista di donne che mi interessano, ma sbrigati a decidere, non sarai giovane per sempre”.

IL VECCHIO AMICO DI FAMIGLIA (sposato, galante, inutile come un due di picche):

“Sei proprio bella…ma tu metti paura agli uomini sai?” (uuuuhhhhhh)

LO SPOSATO INSOSPETTABILE (maturo, amichevole, serio?)

“Vuoi una sigaretta? Così poi moriamo tutte e due e ci facciamo seppellire io sotto e tu sopra e ci divertiamo un po’”.

 

E per concludere, visti i miei successi con gli uomini, riporto una frase che una volta mi disse il famigerato e temibile Figlio Del Capo:

F.D.C. : credo che se qualcuno fosse attratto da te avrebbe problemi a dirtelo per paura di essere messo alla gogna.

Alianorah: io rispetto molto i sentimenti degli altri, quando sono sinceri, ma se gli uomini fanno i pulcinella, non posso prenderli sul serio e non riesco a non ridere della loro stupidità.

Il problema è proprio questo: gli stupidi si fanno avanti, i seri hanno paura intimoriti dalla mia regale riservatezza e dalla mia straorinaria intelligenza nonché dal mio fascino imbarazzante (il F.d.C. veramente non ha detto proprio questo; ma a me piace interpretarla così la faccenda 😉 ). E io rimango come un cuccuruccù 🙂

Sono masochista

A costo di perdere dei punti, vi confesso che vedo “Uomini e donne”. Al di là del fatto che sono più che convinta che sia una trasmissione confezionata come una crostatina del Mulino Bianco (aromi artificiali, coloranti, grassi idrogenati, Clementina e il piccolo Mugnaio liofilizzati), io davvero mi scompiscio dalle risate a vedere questi esseri che per un’ora di telecamera al giorno, dicono e fanno le assurdità più inverosimili, piangono e ridono a comando con straordinaria abilità, si prendono falsamente sul serio e si incazzano così, in modo talmente improbabile che la parodia di Katiana e Valeriana di Zelig non riesce a rendere appieno la trasherìa del tutto.

I tronisti, belli e impossibili. Uh. Ve li raccomando. Ce n’è uno che sta lì piantato su quel trono pacchianissimo da non so quanto tempo, proclamando che lui si vuole fidanzare SUL SERIO, che è timido, sensibile, che non tromba da non so quanti mesi perché se lui non si innamora…eeehhh; che cerca la donna della sua vita, che crede nel colpo di fulmine ma vuole andare oltre l’aspetto fisico. Ora, sopravvoliamo sull’evidente ossimoro (il colpo di fulmine necessariamente parte da un forte impatto fisico/chimico, altrimenti non è un colpo di fulmine), ma questo tipo che è realmento uno strafigo, ha “visionato” (termine orribile, ma appropriato) 250, e dico DUECENTOCINQUANTA ragazze di ogni colore, età, cultura ed estrazione sociale, ed in ognuna ha trovato un difetto insormontabile. Quella era troppo scollata; quell’altra era troppo incoerente (ma avete fatto caso a quanto va di moda la parola “incoerente” in questo tipo di trasmissione?); l’altra era superficiale; l’altra ancora troppo chiusa…eh la peppa! E io non voglio essere maligna, ma non è per caso, caro il mio bel tronista permalosissimo e incontentabile, che il difetto maggiore che non riesci a tollerare è che siano donne?

E poi ci sono anche le troniste. L’ultima della lista è una che aveva già fatto la sua parte qualche anno fa come corteggiatrice, accaparrandosi l’uomo con l’occhio più bovino del mondo delle discoteche, ma che piace alle sgarzoline. Poi la storia è finita perché lui era troppo vanesio, e faceva troppi inciuci con Lele Mora, e non era affidabile perché voleva la notorietà, e a lei piacciono i ragazzi semplici. E per trovarne un altro che faccia proprio per lei, cosa fa? Ma naturalmente va in televisione e tra tutti quelli che si propongono come spasimanti chi sceglie? La fotocopia del suo ex, bello, modello, senza cervello e inciuciato con Lele Mora. In psicoanalisi codesta baggianata si chiama “coazione a ripetere”, in tivù si chiama “sindrome della presa per il cu*o del telespettatore che ancora ci crede”.

Ma la cosa che preferisco, è la serie di gioielli che esce da quelle boccucce perfettamente modellate e pittate. Proprio l’altro giorno, una di queste aspiranti “fidanzate in casa” (neolaureata, diocenescampi) se ne esce con un “Mah, i primi tempi con lui ci stavo bene, ma poi il suo atteggiamento mi ha un po’ infreddolita“.

Intanto mettiti una maglietta della salute, invece di andare in giro con la pancia di fuori anche a gennaio! Se non ti riscalda il cuore, almeno ti riscalda il cu…il corpo, volevo dire il corpo!

Woman at work

Venerdì sera: mentre lavoro al bar, mi telefona un amico. C’è poca gente, rispondo alla chiamata mentre porto un vassoio. Non mi capita mai, la mia capa lo sa e non mi trova nulla da rimproverare se per una volta mi prendo un momento per me. A., il cliente a cui porto l’ordinazione, è un ragazzo a cui sono poco simpatica. Spesso mi prende in giro con un po’ troppo sarcasmo, qualche volta ho risposto piccata, altre volte ho smorzato i toni. Non mi piace, ma è un cliente, devo abbozzare. Mentro appoggio il vassoio sul tavolino, con il cellulare nell’altra mano in attesa di poter parlare al mio amico, A., interviene in modo petulante: “Salutamelo tanto! Anzi, passamelo, così gli parlo direttamente io!”. Dapprima non rispondo, ma lui continua a dire stupidate, così lo liquido con un “Sì, poi te lo passo” e gli volto le spalle, dicendo al mio amico al telefono “Scusa, i clienti cretini…”.

Due giorni dopo A. viene a prendere un caffè al banco. Lo saluto ma lui mi guarda con aria arrogante e offesa, mi dice che posso fare a meno di salutarlo, perché ha sentito cosa dicevo al telefono, sa che cosa penso di lui. Lì per lì cado dalle nuvole, non ricordo nemmeno a cosa si riferisca, poi ricordo. Poco dopo si siede al tavolo con la sua pseudofidanzata, e io mi avvicino subito per prendere l’ordinazione prima del mio collega. La ragazza mi guarda con comprensione, dicendomi sorridendo di non far caso alle paranoie del tipo. Lui mi dice con sussiego che vuole ordinare all’altro cameriere. Mantengo il sangue freddo e lo guardo:

Alianorah: Senti, A., posso dirti una cosa?

Cliente: Certo…

A.: non volevo insultarti l’altra sera, ma tu hai esagerato…ti sei intromesso nei fatti miei in modo fastidioso.

C.: tu mi hai detto “vai a quel paese” e poi mi hai dato del cretino! Ci sono rimasto male!

A.: io non ti ho mandato a quel paese, ho detto “ora te lo passo”; e ho aggiunto “clienti cretini” non riferendomi a te in quanto A., ma in relazione alle tue prese in giro. Lo avrei detto di chiunque fosse stato al tuo posto e si fosse comportato come te. E poi, scusami, noi non siamo amici, e nemmeno ci tengo che lo diventiamo, come probabilmente non ci tieni tu. Ma se ritieni da essere talmente in confidenza con me da poterti permettere di prendermi per i fondelli non sapendo nemmeno con chi e di cosa stavo parlando, allora devi anche essere abbastanza sportivo da accettare una mia reazione…disinvolta e altrettanto confidenziale. Comunque, non volevo offenderti e se l’ho fatto ti chiedo davvero scusa.

Poi gli ho dato un bacetto sulla guancia e ho preso tranquillamente l’ordinazione, mentre la sua ragazza ridacchiava sotto i baffi (che magari poi me ne ha dette di ogni, ma in quel momento mi era solidale).

Ora, io capisco che a volte sono un po’…impulsiva, ma solo per il fatto che sono una cameriera devo abbozzare un comportamento villano senza reagire in alcun modo? O tenermi delle accuse ingiustificate cucendomi la bocca solo perché sto lavorando? Io accetto gli scherzi, sono la prima a riderci, ma ci sono dei limiti; rispetto i clienti, ma pretendo uguale rispetto da loro e il fatto che siano seduti e paghino e che io sia pagata per servirli non li autorizza a farsi i ca..i miei.

Accetto pareri, critiche e supporti, qualora ce ne siano!

Te le ricordi le lucciole?

Siamo soli, seduti sotto il portico di una casa non nostra. La sera è tiepida e illuminata dalla luce perlacea della luna crescente. All’orizzonte i profili bui delle colline e sparsi qua e là, in lontananza, gruppuscoli di luci di lampioni, serpentine di strade, coacervi di case, paesini. Dietro di noi, il brusio della casa in festa, note di jazz, una risata di donna. Davanti, un prato in discesa e tra l’erba qualche piccola luce intermittente. Qui esiste ancora un po’ di notte.

Ricordo…tanti anni fa vicino a casa mia c’era un fazzoletto di terreno, erba alta, cespugli spinosi di gelso, pietre aguzze scaricate lì chissà quando, chissà perché. Confinava con il versante nord del mio giardino, il più buio e il più ventoso, il mio preferito. Nelle notti di maggio uscivo di casa e giravo l’angolo per guardare, al di là del recinto, quel pezzetto di terra incolta. Sembrava fosse caduto un pezzo del cielo di una notte di novilunio, e che le stelle, a decine, a centinaia, si fossero sparpagliate tra le spine e le pietre e mandassero più forte il loro bagliore, saettando, galleggiando a mezz’aria, palpitando di vita nuova. Se l’aria non era troppo ferma, indossavo una leggera camicia da notte del corredo di mia madre, mi infilavo due foulard agli anellini che portavo alle dita, e sognavo di essere la principessa del vento, tra uno svolazzare di veli traslucidi e quelle stelle che punteggiavano il giardino e il piccolo fazzoletto di terra pieno di rovi.

Poi vennero i lampioni, l’erba alta fu tagliata, i rovi tolti e le pietre portate via. Un manto di asfalto coprì la terra e nacque un parcheggio che non fu poi mai utilizzato. L’asfalto si riempì di crepe di gelo e di calore, i lampioni diffusero tutto intorno la loro luce giallastra e rassicurante, persino il vento smise di soffiare sul lato nord del mio giardino. Le stelle son tornate in cielo, ma non si vedono più neppure lì, tanto è forte il chiarore della notte di periferia del mio paese. Ogni tanto brilla ancora una lucina in mezzo all’erba, sempre più rara e fioca. Mio padre dice che è la stessa ogni anno, che torna a casa a maggio. Non è così ma è bello crederci. Forse, da qualche parte, restano i sogni della principessa del vento, alla ricerca di un vento che non c’è più.

Siamo soli, seduti sotto il portico. Mi volto e vedo il suo profilo indefinito sotto la pallida luce lunare. Vorrei appoggiargli la testa sulla spalla. Vorrei dirgli “Ti amo”. Ma non posso…non ancora.

Sorrido nel buio e gli chiedo, piano: “Ma tu, te le ricordi le lucciole?”.

“Sfacciates” fortuna iuvat

Il mio vicino di casa M. sta seguendo, per lavoro, un corso di aggiornamento che comporta tra l’altro la composizione di elaborati da inviare ad un apposito sito in Rete. Poiché con il pc è abile come un elefante al pianoforte, come già dissi, mi ha chiesto un aiuto concreto. Beh, diciamo che nelle sue intezioni ci sarebbe stata soprattutto quella di far fare a me i temi, ma visto che non ho esattamente scritto “gioconda” sulla fronte, mi sono catgoricamente rifiutata, acconsentendo a prestargli esclusivamente assistenza tecnica. Con il risultato che il brillante giovane si è fatto dare gli elaborati da amici, parenti, colleghi (nonché amici di amici, parenti di colleghi, colleghi di amici ecc ecc) che avevano già seguito il corso gli anni passati. Poi si è presentato qui bel bello con questa mole di file, ognuno dei quali doveva essere modificato cancellando i dati personali degli autori originari e inserendo i suoi. Intanto aveva detto agli altri corsisti e alla tutor che li segue, che una sua vicina di casa “bravissima con il pc”, lo stava aiutando perché lui di internet non ne capisce niente (così, tanto per scaricare eventuali responsabilità).

Invia che ti rinvia, è uscito l’inghippo. Siccome lui non si prendeva minimamente la briga di leggere i temi (e di certo non lo facevo io) su un paio di file modificati è rimasta qualche magagna che ne testimoniava la, diciamo, non originalità, tanto che la tutor, che come me non ha scritto “gioconda” sulla fronte, gli ha mandato una simpatica email in cui lo invitava a stare più attento, a scrivere qualcosa di non scopiazzato e gli raccomandava di dire alla sua “vicina di casa” (la sottoscritta) di farlo lavorare di più altrimenti non gli avrebbe potuto accreditare i lavori. Chiamata in causa, le ho risposto personalmente (sempre dalla casella di posta di M.) dicendo che io ci avevo provato a metterlo in riga, ma senza esito. Forse impietosita dalla mia sconsolata missiva, la tutor ha scritto, molto spiritosamente: “Ho capito che M. è irrecuperabile, chiuderò un occhio, anzi tutti e due. E complimenti a te per la pazienza”. E quella sera stessa, entrando sul sito del corso, ho scoperto che aveva finito per accreditare tutti gli elaborati dell’allievo svogliato, che si è ancora una volta salvato il culo.

Questa vicenda dimostra che, come sempre da che mondo è mondo, il destino arride alle facce toste. In ogni caso, quando M., vedendo che rispondevo alla email della tutor, mi ha redarguita con un “Ma così mi fai fare una figura di ca..o!”, mi sono levata la soddisfazione di rispondergli “Mio caro, non ti è servito il mio aiuto, per questo. Sei stato capacissimo di farla da solo!”

Para…para…para vero!

La festa della mamma è andata liscia, nel senso che né io ho fatto il regalo a mia madre né mio figlio lo ha fatto a me. Anzi Lollo si è proprio dimenticato dell’evento (che tra l’altro io detesto, insieme a tutte le altre feste confezionate per far spendere soldi ai povericristi) e io ho fatto un po’ l’offesa, così, giusto per farlo sentire un pochino in colpa. Naturalmente non ho ricevuto alcun segno di rimorso da parte del pargolo, che mi ha salutata allegramente alle 15 del pomeriggio quando sono uscita di casa per andare al lavoro, prendendomi anche in giro con falsi regali (un foglio di carta con delle operazioni matematiche svolte: a suo avviso mi stava regalando le soluzioni). Quando sono tornata, verso le dieci di sera, la solfa era cambiata. Il piccolo aveva un’aria contrita, sommessa. Con i lucciconi mi ha abbracciata chiedendomi scusa, mentre io mi chiedevo il vero perché di tanta partecipazione emotiva. Non ci è voluto molto per scoprirlo: a scuola ha un compito in classe di cui si era scordato e non avendo ripassato la materia, voleva che io lo aiutassi a rinfrescarsi la memoria. Imprecando a denti stretti, ho acconsentito e mi sono sorbita un’ora di lavorazione della gomma e della pelle (un paragrafo del libro si intitola “Dalla pelle al cuoio” e Lollo, ripassandolo, canticchiava la canzone di Venditti “Dalla pelle al cuore”, modificandola secondo il titolo del paragrafo). Ogni tanto il Lollo si autocommuoveva. Sì, perché lui è capace di autocommuoversi. Ad esempio, quando dice qualcosa di particolarmente arguto che lo rende conscio del suo essere spiritoso; o, di contro, si trova in una situazione a suo avviso patetica o degna di compatimento, si osserva dal di fuori e si compatisce; gli si inumidiscono gli occhi, fa i sospironi, mi prende la mano con partecipazione e si fa tenerezza da solo. Stasera, in un momento particolare di pathos, credo a metà tra la lavorazione delle gomme artificiali e lo scuoiamento, alza gli occhi umidi e sospira. Poi, forse volendo dire “Come farei se non ci fossi tu?,” se ne esce con un emozionato “Mamma, come fossi io senza te?”. Lo guardo impietosa e rispondo. “Ah, non so, magari sapresti meglio il congiuntivo e il condizionale!”

Quando è andato a dormire, oppresso dal senso di colpa per non avermi fatto il regalo della festa della mamma (senso di colpa su cui ha abilmente traslato la fifa per il compito in classe di tecnologia), mi ha detto: “E’ come se tu fossi da una parte e io dall’altra mamma! E mi manchi!”. E io: “Lollo, dormi sereno. Del regalo non mi importa nulla e il compito andrà bene”. Allora mi ha abbracciata e ha detto “Speriamo di prendere almeno ‘buono'”. E si è addormentato.

Risceneggiamoli!

Quante volte vi è capitato, seguendo un film, uno sceneggiato, una fiction, di pensare “Io non l’avrei scritta così!”, oppure “Io avrei messo un altro dialogo” o “L’avrei fatto finire in un altro modo”? A me spesso, non tanto perché sono, come in molti potrebbero pensare (e non oso chiedermi perché) un’incontentabile criticona; ma piuttosto perché la fantasia che tendo a far galoppare nella quotidianità diventa un inarrestabile fiume in piena quando viene stimolata da prodotti della fantasia altrui.

E così, nel rivedere per l’ennesima volta “Romeo e Giulietta”, di Zeffirelli, e il viso dolce di Olivia Hussey e le chiappette tonde di Leonard Whiting, spero sempre che finisca a tarallucci e vino. Shakespeare mi perdonerà se immagino che la boccetta da cui Romeo attinge il veleno per suicidarsi, gli scappi dalle mani e vada in frantumi e che mentre il giovane si accinge a lappare la mortale mistura direttamente dal pavimento facendo attenzione ad evitare i cocci per non tagliarsi la lingua, la soave fanciulla si risvegli dal suo sonno di piombo, in tempo per ricongiungersi con il suo amato. Che poi i due, dopo venti anni di matrimonio, sarebbero potuti diventare acidi, flaccidi e litigiosi…beh, a questo preferisco non pensare. Vive l’amour!

Di contro, sono una contro-fan di quell’immondo polpettone che va sotto il nome di Titanic. Lungo, nioioso, scontatissimo nello svolgersi della trama, mi fa sperare che, quando la prosperosa Rose sale sulla poppa (o sulla prua? non mi ricordo mai come si chiama) del transatlantico e, alla domanda di Jack “Ti fidi di me?” risponde “Sì”, il giovane adone biondo esclami “E fai male!” e…splash, un bel tuffo in acqua e bye bye bella faciulla. Va da sé che il povero Jack riuscirebbe in seguito ad impossessarsi del famoso diamantone a forma di cuore e a salvarsi dal naufragio, aggrappandosi proprio a quello stesso relitto che ha invece dovuto mollare per mettere al sicuro la petulante ragazza viziata. Certo in questo modo nessuno avrebbe potuto vedere Jack/Leonardo con le labbra blu, ma credo che assistere alla lenta morte per annegamento di Rose/Kate sarebbe stato ancora più esilarante.

Ma il finale che mi fa sempre azzeccare la nervatura è quello di “Via col vento”. Io mi domando e dico: ma possibile che il rude Rhett Butler, che ha sopportato che la sua ribelle Rossella si sposasse due volte prima di cedere, obtorto collo, alla sua corte e sposare lui dopo aver seppellito i due precedenti mariti (e visto che “non c’è due senza tre”, io al posto di Rhett ci avrei pensato due volte prima di impalmare la riottosa ragazza); possibile che dopo aver sbeffeggiato per tre ore e mezza e circa 15 anni di storia americana, il pallido Ashley, un po’ gay, un po’ tisico e molto molto cretino, irraggiungibile chimera di quella sciroccata di Rossella dicendo che non era l’uomo adatto a lei; possibile che dopo aver superato guerre, incendi, lutti, carestie e chi più ne ha più ne metta per vivere felice e contento con lei…nel momento in cui lei, ricevuto l’ennesimo due di picche dal biondo efebo appena rimasto vedovo, si fionda (in modo un po’ sospetto e un ciccinino opportunista, ammettiamolo, ma Rossella è fatta così) tra le nerborute braccia del legittimo sposo…lui le volti le spalle e la pianti in asso, dicendole che “francamente se ne infischia” di quel che sarà di lei? Ecco. Ogni volta che vedo questo finale assurdo, accompagnato, non ho ancora capito perché, dalla gloriosa musica di “Porta a porta”, mi aspetto che, arrivato al cancello di Tara, Rhett si volti, sorrida beffardamente come solo Clark Gable sapeva fare e torni poi tra le braccia della furba mogliettina. Che per coerenza dovrebbe ricominciare a respingerlo. In saecula saeculorum.

To be continued…