Scusate

Chiedo scusa a chi mi legge: ho cancellato il mio ultimo post e i relativi commenti, perché non è stato gradito quanto scritto. Per quieto vivere, più che per un rispetto che non sento di aver violato, ho tolto la materia del contendere, ma in cambio anche a me è stata tolta qualcosa: la voglia di continuare a scrivere, con la gioia e la spontaneità che ho sempre avuto. Non mi va di infastidire qualcuno troppo sensibile, o forse soltanto permaloso. Ma non mi va nemmeno  che mi vengano messi dei paletti su quanto o su chi posso o non posso scrivere. Non mi va di avere dei confini stabiliti da altri, quasi non fossi capace di stabilirne da sola. In cinque anni di blog, ho scritto di tutto e di tutti, a volte con veemenza, ma senza mai offendere nessuno. Ho usato l’arma dell’ironia e dell’autoironia per capire meglio me stessa e gli altri, per trovare leggerezza in una vita a tratti troppo pesante, per imparare a ridere di cose che avrebbero altrimenti provocato le mie lacrime. Ho bersagliato il mondo, ma al centro del bersaglio c’ero soprattutto io, con i miei difetti e le mie incompletezze, con le mie incapacità e i miei errori; io, a prendere i miei stessi strali e a farmene fare il solletico, piuttosto che farmene ferire. Adesso mi sento in difficoltà e soprattutto non mi sento più libera, sono arrabbiata, soprattutto con me stessa, perché non so far fronte a questo stupido ostacolo che in altri momenti non mi avrebbe fermata, che non mi ha mai di fatto fermata in passato. Ma le cose stanno così;  forse è solo il momento che io faccia un po’ di ordine nei miei pensieri e nella mia vita, nonché nel mio modo di considerare le cose e le persone, nel bene e nel male. Quindi per ora vi saluto, non sapendo ancora dirvi se e quando tornerò. Qualcuno mi ha detto che non è giusto che lasci andare tutto per il malcontento di una sola persona, e ha ragione. Per questo sono arrabbiata. Forse sono solo stanca e quindi suscettibile e sì, anche un po’ permalosa…abbiate pazienza e vogliatemi bene. Un bacio a tutti Voi, un grazie e un felice inizio di anno!

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E cena fu!

Tanto per aggiornarvi: la prima cena organizzata a casa mia è andata molto bene. Eravamo in cinque, più il Lollo che ogni tanto faceva qualche comparsata per deliziarsi e deliziare i miei ospiti che lo trovano simpaticissimo. Probabilmente perché non ce l’hanno tra i piedi tutto il giorno… I momenti clou della serata sono legati:

1) al colore nuovo dei miei capelli (chi mi segue anche su FB ha visto che la mia chioma bionda è ora di un rosso fiammante). A tal proposito, l’amico M. nell’ osservare i  fagioli all’uccelletto, ha ventilato l’ipotesi che per condirli avessi usato la stessa sostanza adoperata per tingere il crine. Gli ho risposto che in realtà ho fatto il contrario. Tanto per non farmi mancare nulla, l’amico R. non ha fatto che cantare il refrain della canzone “La Rossa” di Milva (che lui trova orribile, intendo la cantante, anche se sostiene che si riferiva solo al colore tizianesco) e in un lampo di estro gossipparo-televisivo, mi ha paragonata alla perfida Bree di “Desperates housewives”. Quella che schiavizza il marito e ha un figlio gay (Lollo non è stato contento), tanto per capirci;

2) all’infelice idea di soddisfare la curiosità degli astanti mostrando le foto del mio ormai defunto matrimonio; oltre al fatto che dello scatto che mi ritrae angelica con il bouquet in mano è stato da tutti proposto di fare un santino a cui chiedere grazie e accendere candele e lumini (con tanto di foto dell’amica A. che si fa fotografare con la foto in mano e con espressione di estasi religiosa che nemmeno Santa Teresa d’Avila); non bisogna dimenticare il commento dell’amico R. che, di fronte ad un mio primo piano in bianco e nero, ha sentenziato che a parte la pettinatura che mi rendeva la testa storta facendomi assomigliare ad un’aliena, sembravo un viado. Un viado anni ’70, per la precisione.

Per concludere, un tocco di vernacolo: sedendomi sulle ginocchia del succitato R., mi sento sfrucugliare le lardelle del girovita in un veemente solletico. “Ehi- esclamo – mi stai facendo ‘cutichella’ (solletico, appunto, in dialetto del mio paese)?!?!?”. “Eh, semmai ‘cuticona’”, è la risposta. “Ti riferisci al fatto che sono grassa?” “Ma NO!!! E’ che non hai più l’età per una ‘cutichella’”. Insomma, non mi ha detto che sono grassa. Mi ha detto che sono vecchia.

Gli insulti ve li risparmio.

Cavoli, non vedo l’ora di farne un’altra. Per uscirne meglio, dovrebbero solo ammazzarmi… 🙂

  

La cena sarà servita. Forse.

Risotto al pomodoro.

Farfalle con funghi porcini e fiori di zucca.

Polenta con tapulòn.

Patate in padella con cipolle e rosmarino (non ho trovarto la ricetta in rete).

Fagioli all’uccelletto.

Torta al cioccolato con panna montata.

Nocciolotti.

Questo è il menù per una cena che preparerò per chi non potrà venire a Natale a portarmi il regalo di compleanno. Perché sono una persona buona e generosa, e non posso togliere ai miei cari amici la gioia di donare a me quanto più è nelle loro possibilità. La cena è molto ben immaginata, i piatti perfettamente riusciti nella mia fantasia, e la mia salute per mercoledì perfettamente ristabilita. Nella realtà sono raffreddata come una cocuzza, ho mal di gola e un accenno di tosse catarrosa. Volendo essere ottimisti e pensando che questo convivio ci sarà, qualcuno ha suggerimenti da darmi? No, non per i piatti da preparare, ma per guarire in tempo dall’influenza.

Bye bye job

Il lavoro appena iniziato, sta per finire. Senza entrare nei dettagli di questa mia nuova, fallimentare esperienza, posso però accennarvi alcune caratteristiche dell’ambiente in cui ho fluttuato gravemente per tre mesi e un tot. Fluttuato gravemente è un ossimoro che mi si confà. Perché nonostante io prenda terribilmente sul serio ogni nuova impresa, dò un impressione di leggerezza ai limiti della superficialità che mi porta a interrogarmi sul perché e sul percome io sembri agli altri quella a cui non le va di fare un cazzo. E quel poco che fa lo fa senza particolare impegno. Che poi, alla fine, faccio tutto quel che mi viene chiesto e anche qualcosa in più, ma inevitabilmente sono i buchi quelli che vengono notati. Considero questo senza vittimismo, anche perché sono sicura che a moltissimi esseri umani di buona, ma non ottima, volontà, capiti questo. Tra i vari soggetti che ho conosciuto, non posso tacere del mio ex futuro collega, che chiamerò Mario, perché in effetti si chiama Mario. Nonostante sia convinta che sia una persona buonissima e generosa, posso affermare che in questo periodo di colleganza, ha fatto di tutto e di più per apparirmi come un vero stronzo. Tra le simpatiche cose che mi ha detto e ridetto, i veri tormentoni sono due: sono anziana e sono prolissa. L’anzianità non è dovuta tanto, secondo lui, ad un dato anagrafico, e ci mancherebbe anche, visto che ha soli quattro anni meno di me; quanto ad un aura di antichità che circonda la mia persona e che si manifesta soprattutto nel mio linguaggio. Eh sì, perché io parlo in italiano, e ho un vocabolario che travalica le 25 parole. Lo ammetto, a volte sono un po’ perifrastica, diciamo così. Se nella media si usano 10 parole per esprimere un concetto, la mia pedanteria mi porta ad utilizzarne almeno 5 di più. Ma cosa c’entra con l’essere antichi? Eppure Mario lo dice e lo ripete e, nell’occasione in cui ha conosciuto Lollo, gli ha espresso profonda comprensione per dover sopportare me. E l’erede ha perso istanteneamente l’aria da adolescente rimbambito che indossa ultimamente ad uso e consumo del prossimo per rispondere “eh, ma ormai dopo 15 anni ci ho fatto quasi l’abitudine!”. Sugli altri colleghi ho poco da dire: la segretaria del mattino, non la incrocio più, visto che io lavoro di pomeriggio. L’altra dipendente, non sono riuscita a capirla bene, ma ho la netta sensazione di starle parecchio sulle scatole. Il titolare deve essere stato assemblato in una fabbrica di orologi svizzeri per quanto è preciso, ma non si può dire non sia una brava persona, anche se il suo peso specifico è sicuramente maggiore di quello dell’elemento con maggiore peso specifico, che non ho la minima idea di quale sia, e infatti a chimica avevo quattro. Fa poche settimane li saluterò per sempre. Non ho avuto modo di affezionarmi a loro, ma sicuramente mi mancherà questo scorcio di nuova vita che non ho fatto in tempo ad assaporare; e soprattutto mi mancherà lo stipendio che smetterò di percepire. Insomma, tra tanti che si preoccupano delle pensioni che si allontanano, mi sento una mosca bianca: io la pensione non ce l’avrò mai, che mi preoccupo a fare?