Viaggio nel tempo

Sale sulla metro alla stazione successiva la mia. Somiglia a Tilda Swinton, è giovane, sottile, ha la pelle bianchissima e i capelli rossi. Mi colpisce la sua espressione disperata. La seguo con lo sguardo finché non si siede di fronte a me, qualche posto più in là. Il viso le si contrae in una smorfia. Piange. Poi si ricompone, per ricominciare subito dopo. Si apre una porta sul passato, rivedo me stessa quel giorno di ottobre di 25 anni fa, anche io a Roma, anche io su un mezzo pubblico. Non era la metro, ma un autobus; non somigliavo a Tilda Swinton, molto meno charmante; non avevo i capelli rossi che invece ora ho; ma ero disperata. Sugli autobus avevano già installato le obliteratrici, ma c’era ancora, vestigia del passato, il posto un tempo riservato al controllore. Io ero appoggiata lì, piangevo senza ritegno, e una ragazza mi chiese se stavo male. “Problemi di cuore”, risposi, guadagnandomi un sorriso comprensivo e partecipe. Avevo appena lasciato il mio primo amore, non perché non lo amassi, ma perché lui non amava me. La porta sul passato si chiude, guardo di nuovo la ragazza che cerca disperatamente di contattare qualcuno al cellulare, nelle brevi soste del treno nelle stazioni, perché durante i tragitti non c’è segnale. Nessuno sembra accorgersi del suo dolore, nemmeno la suora dall’aria annoiata che le siede accanto. Nessuno le chiede se sta male. Resisto all’impulso di avvicinarmi, potrebbe non gradire la mia intrusione. Vorrei chiederle se piange per amore. E dirle che se così fosse quelle lacrime si asciugheranno presto, per lasciare posto ad altre lacrime, che si asciugheranno presto. E così via. E dirle che sono altre le lacrime che non si asciugano. Alcune di esse dobbiamo ancora piangerle. Altre, le più dolorose, non le piangeremo mai.