La Cina è piccina

Entro in un negozio cinese di abbigliamento. Una donna sui trentacinque è attaccata al cellulare e parla freneticamente con qualcuno nella propria lingua. Mi avvicino indiscretamente (tanto non capisco un tubo) per manifestare la mia presenza e lei mi indica un punto del negozio e sussurra in un italiano stentato “Lei sa fare”. Mi volto, si avvicina con fare deciso una bimba, mi mostra gli articoli, sciorina i prezzi, i minimi sconti, propone alternative e intanto tiene d’occhio l’ingresso per vedere se entrano nuovi clienti. E’ un imprenditrice in miniatura, ma pian piano, impercettibilmente, escono fuori alcune caratteristiche infantili, grazie al Cielo. Così cominciamo a farci domande e scopro che ha dieci anni, vive in Italia da un anno con la madre e in Cina ha un fratello più piccolo. E’ nata in Italia, (e poi probabilmente tornata in Cina fino a un anno fa) in una città che inizi con la F, che si trova “molto più su”. Lollo propone Firenze, lei scuote la testa. Il suo nome italiano è Valentina. Le chiedo se lo ha scelto lei, dice che si doveva chiamare Florentina (eh sì, è proprio nata a Firenze) ma il primo giorno di scuola la maestra ha capito male e da allora la chiamano Valentina. Beh, penso io, almeno è un nome senza “erre”… In Italia si trova bene, ma è seccata dall’insistenza dei clienti nel chiedere sconti. “In Cina – dice – se costa cinque danno cinque, se costa cento danno cento”. “E’ che in Italia siamo più poveri che in Cina” (e più paraculi, ma questo non lo dico). Faccio una gaffe paurosa (dico che in cina ci sono gli yen, Lollo ancora ride), e le recito una delle poche frasi che so in cinese “Ni-ao” (ciao). Lei mi guarda con aria di sufficienza e ribatte “Questa la sanno tutti”. Gliene dico altre due, ma lei non capisce. Stabiliamo che probabilmente sono due cinesi diversi :). Lei parla il cinese della regione di suo padre, quello della regione di sua madre, l’italiano e un po’ (ma poco) di giapponese perché ha un’amica giapponese. Mi dice una parolaccia in cinese, provo a ripeterla e lei trova che abbia un pessimo accento. Mi girano un po’ le palle e con un sorriso le dico che anche io parlo l’italiano meglio di lei. Intanto la mamma è ancora incollata al cellulare. Entrano altri clienti, lei mostra, sciorina, controlla, ogni tanto scambiamo due parole. Prima di andar via le chiedo il nome: Jii Shue Lei, lo scandisce e mi insegna a pronunciarlo bene. Quando esco, la mamma ancora blatera al telefono, lei accoglie altri clienti. Io non ho comprato nulla, e mi è venuto il sospetto che “Jii Shue Lei” possa voler dire “ecco i soliti che mi fanno perdere tempo e non comprano un cacchio”. Jii mi è piaciuta, mi fa tenerezza e un po’ soggezione. Tornerò in quel negozio, per vedere come sta, e questa volta anche per comprare qualcosa. E verificherò se si chiama sempre allo stesso modo…

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