Io e Dio

Da piccola avevo fede. Quella fede un po’ stile Ikea, preconfezionata, ereditata per tradizione dai miei genitori e dai miei nonni. Andavo sovente a Messa, facevo la Comunione dopo essermi confessata, dicevo le preghiere e quelle cose lì. Poi accadde qualcosa.

Una domenica mattina di luglio, uscii per incontrare un’amica. Non la trovai e decisi di fare la brava ragazza e andare a Messa. Avevo diciannove anni suonati, non avevo mai avuto nemmeno un ragazzo, non sapevo baciare ma avevo la quarta di reggiseno. Indossavo un top di cotonina rossa a fiorellini bianchi che mi aveva cucito mia madre un paio di anni prima. Forse mi andava un po’ stretto, e il decolleté era in evidenza. Osai, sottolineo osai, presentarmi al parroco per prendere la Comunione, ma il prete ritrasse la mano e disse a voce alta e con sguardo severo che non era quello il modo di presentarsi nella casa del Signore. Al principio non capii che ce l’aveva con me, poi vidi tutti gli altri, in fila per comunicarsi, che mi guardavano. Mi tirai indietro, vergognosa, ma alla fine il sacerdote mi fece la carità di darmi l’Ostia. Io tornai al banco, assistetti alla fine della cerimonia, e intanto mi guardai intorno. C’era la signora che vestiva quotidianamente con scollature e minigonne e tradiva notoriamente il marito con numerosi uomini. Ma aveva un velo sulla testa, e il prete le diede la Comunione senza indugio. C’era il tipo che, si sapeva, viveva di furtarelli, riciclava pezzi di macchine rubate e bestemmiava come un turco. Ma aveva la cravatta, e prese l’Ostia consacrata. C’era la donna regolarmente sposata che aveva abortito più volte, perché per lei l’aborto era un metodo contraccettivo migliore di altri. Ma aveva il tailleur, e il prete non ebbe da ridire. Io uscii dalla Chiesa con il mio scandaloso top di cotonina e smisi di andare a Messa e di prendere la Comunione. Perché pur credendo ancora nell’Eucarestia, avevo smesso di credere che un prete, un uomo, potesse lavare i peccati come uno straccetto sporco, e ridarmi l’anima immacolata, ma solo a patto che dopo avermi controllato la scollatura avesse giudicato decente la sua ampiezza. Perché pur pensando ancora che Dio potesse esistere, pensavo che Lui, e solo Lui, avrebbe potuto dirmi se ero degna o meno di entrare nella Sua casa terrena. Forse perché avevo capito che i miei errori, passati presenti e futuri, non potevano essere passati al setaccio da chi di errori ne fa altrettanti restando spesso impunito, o smacchiato con la candeggina da una frettolosa benedizione.

Cominciai a leggere, a informarmi, ad aprire gli occhi. Ancora oggi, dopo più di un quarto di secolo, tengo gli occhi aperti e questo ha determinato un progressivo allontanamento dal Credo della mia infanzia, pur mantenendo alcuni comportamenti che a quel Credo ancora si collegano. A volte il mio bisogno di spiritualità si sente frustrato dall’esistenza delle religioni. Rispetto chi le pratica, ma io non mi sento più di definirmi cattolica, perché, oggettivamente, non vivo secondo le regole della Santa Romana Chiesa. Lo so, un sacco di cattolici fanno come me, e si considerano comunque credenti, devoti e fedeli. Io non ci riesco. La mia coscienza, o quel che ho al suo posto, e la mia coerenza, me lo impediscono. Continuo a credere, o a provare a credere, a Dio. Gli parlo, a volte con un po’ di sfacciataggine, senza mancarGli di rispetto perché tento di non mancare mai di rispetto agli altri, figuriamoci a Qualcuno che non conosco personalmente. Talvolta mi stanco, mi arrabbio, protesto per le ingiustizie del mondo. Talaltra espongo i miei dubbi, sperando che qualcosa possa accendersi dentro di me, aiutandomi a capire meglio cose che la ragione non arriverà mai a comprendere. Conosco credenti di tante religioni, atei, scettici, ateotelici, agnostici. Da tutti imparo qualcosa, non cerco di convincere nessuno e da nessuno mi faccio convincere, non perché abbia conquistato la Verità Assoluta, ma semplicemente perché quello della Fede (non necessariamente religiosa) è per me un percorso da compiere dentro sé stessi e non attraverso proselitismi o prediche. Non sono pacificata, ma sono me stessa.

Leggevo ieri l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo, “Fosse ‘a Madonna!” e mi ha colpito un passo che vi riporto: “Ma in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella Sua esistenza e non ci pensa più”.

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14 thoughts on “Io e Dio

  1. è senza dubbio un atto di fede il tuo.credere ,quanto meno non rinnegare la presenza onnipotente di Dio,è già un atto di ammissione.anche se non sei praticante nel vero senso ,non vai a messa ecc.,non rubi non sei accidiosa, non uccidi ,non rubi.questi comportamenti sono già di chi ha rispetto del prossimo.ricordi ? non fare al prossimo quello che non vorresti per te!,essere credenti può essere anche amare il prossimo ,essere caritatevoli,amorevoli positivi verso la vita.

  2. Il dubbio positivo mi sembra una gran cazzata.
    Preferisco farmi un’idea mia, senza tante elucubrazioni mentali.
    Sarebbe come essere incerti su un’idea politica o etica.
    Però Il tuo post è molto ben articolato .
    Cristiana

    • Il dubbio positivo, per quanto mi riguarda, è il processo di evoluzione del tentativo di farmi un’idea mia. Le elucubrazioni sono caratteriali, io sono un’elucubrante di natura, e la tappa di queste elucubrazioni, per ora, è il dubbio positivo. Personalmente io sono piuttosto incerta anche sulla politica e sull’etica. In soldoni, per me non esiste UNA verità, ma tante possibili verità che vanno valutate singolarmente a seconda dei casi e dell’esperienza.

  3. La penso anch’io come te, fondamentalmente. Solo che in me non ha agito un prete ipocrita, ma il dubbio che si stesse insultando la mia intelligenza chiedendomi di credere cose a mio parere assurde.
    Leggendo poi “Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)” di Odifreddi, il dubbio è aumentato.

    • Credo fermamente che cattolico e cristiano oggi più che mai non possano essere considerati sinonimi. Vivere secondo l’esempio di Cristo e seguendo il Suo insegnamento ha ben poco a che vedere con quello che la Chiesa predica.

  4. Alla fine quello che mi allontana maggiormente dalla Chiesa è l’ipocrisia dell’istituzione e la richiesta di credere come dice Ibadeth ad affermazioni che insultano la nostra intelligenza (e anche un po’ noi come persone, vedi misoginia, omofobia e chi più ne ha più ne metta di certe affermazioni di uomini di chiesa). Lo so che non son tutti come quello che hai beccato tu i preti. Posso credere alla bontà delle singole persone. Ma all’isituzione, per favore, no.
    Diverso il discorso per quanto riguarda l’esistenza di Dio…Boh. Non riesco a valutare positivamente l’adesione a certe regole di vita soltanto per evitare un castigo eterno. Fare i bravi che se no Gesù Bambino piange mi sembra una prova come un’altra di ipocrisia.
    A volte però invidio un po’ chi ha certe certezze, anche se se le è guadagnate delegando la gestione del proprio cervello a qualcun altro. Sarà pigrizia, non dico di no. Poi infatti mi sveglio e mi dico che sto meglio così.

  5. Sono sempre stato molto scettico a “patentini” ed etichette dati per apparenza più che per la sostanza, per questo quando ho deciso di provare a mettere in discussione certi ‘dogmi’ il palco é crollato.
    In periodi come questi ti confesso che a volte invidio un po’ persone con una fede forte ed incrollabile, vedo mia madre e a volte penso l’abbia aiutata più lei di me nei momenti di lontananza, quindi un po’ come te la rispetto ma no, farla “mia” proprio non me la sento neanche io.
    Sarà sbagliato, pagherò nelle prossime vite per questa mia diffidenza?
    non lo so, comunque sia pensandoci bene “pago” già salato qui ed ora quindi non mi spaventa anche perché poi qualsiasi cosa grave abbia mai potuto combinare bè… come diceva Heinrich Heine “Dio mi perdonerà: è il suo mestiere.” 😉

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