Aspettative deluse

Non esco quasi mai in giro per il paese in cui vivo, per cui le rare volte che succede, mi capita di incontrare persone che non vedo da mesi, a volte da anni. Quasi sempre la domanda che mi viene rivolta è “ma tu non abiti più qui, vero?”. Ma ieri c’è stata una variazione sul tema.

Dopo aver trascorso almeno tre quarti d’ora all’ufficio postale a sfrangere gli zebedei all’impiegato Loreto, gentilissimo, a cui ho chiesto: di attivare il nuovo postamat; di prelevare del denaro; di pagare con quel denaro una ricarica postepay, di attivarmi una nuova postepay…insomma, dopo essermi beccata, verosimilmente, una pacca di “iotimaledico” dal giovanotto, attraverso la piazza del paese per andare a ripescare la mia macchina vecchia parcheggiata nella zona vecchia. E sottolineo vecchia, non antica. Perché ogni cosa ha un suo perché. Mentre procedo a passo di marcia, vedo da lontano una sagoma ben nota e facilmente riconoscibile: si tratta di A., la prima vera cotta della mia vita con cui un sacco di tempo fa ebbi una breve storia dal sapore fortemente adolescenziale, nonostante io avessi vent’anni e lui venticinque. Insomma, vedo ‘sto qui che è ancora lontanuccio, penso di tirare dritto perché ho un po’ di fretta e di male ai piedi, ma lui accelera e alla fine ci incrociamo. Saluti, baci, convenevoli. I nostri convenevoli sono sempre del tipo: “ehi! da quanto tempo! ne poteva passare ancora un po!”…oppure “ma com’è che ti chiami?”…o ancora “ammazza come stai vestito!” ,”ma come sei in menopausa, ho amiche sessantenni che ancora non ci sono entrate!” e cose del genere. Mentre ci insultavamo allegramente, una macchina passa strombazzando: è il mio vicino di casa M., amico di A.. Non gli sembra vero di rompere le scatole a entrambi contemporaneamente e si ferma, parcheggia alla bell’e meglio e si avvicina. Alla sua domanda su cosa stessimo facendo (in mezzo alla piazza, alle cinque di pomeriggio, non è difficile da capire, ma M. è M.), il mio adorabile ex del paleolitico risponde…”Mah…stavo andando allo studio quando ho visto in lontananza una donna con una gonna svolazzante, con uno spacco che mostrave le gambe e una scollatura che fa vedere le tette e ho pensato…ma fammi un po’ vedere chi è. Poi mi quando mi sono avvicinato l’ho riconosciuta…ah, peccato, è SOLO Maria Carla! “.

 

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https://www.youtube.com/watch?v=s6yo8bMNoTA

 

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Sfogo non cutaneo

Il mio blog è nato come un diario pubblico. Mi divertiva scrivere le stranezze che mi capitano e fra le righe era chiaro quello che pensavo degli eventi che narravo. Non ho mai pensato che fosse un caso se su di me si concentrassero le azioni di tante persone particolari perché so da sempre che, tra tutte le persone strambe che popolano il mio microcosmo, la più stramba sono proprio io. E’ naturale che faccia da catalizzatore, portando a galla gli aspetti più singolari, comici, a volte ridicoli a volte commoventi, ma sempre umani, del mio prossimo. Ma il prossimo, come dice il termine stesso, è vicino a me, e non sempre gradisce vedersi attraverso i miei occhi. Soprattutto perché, automaticamente, pensa che se lui si è riconosciuto, tutti gli altri potranno riconoscerlo. E’ quindi subentrata, lentamente, una automoderazione nei miei post. Ho iniziato a selezionare gli argomenti da trattare, i protagonisti che hanno animato le vicende che accadevano, a chiedermi se Tizio piuttosto che Caia, ritrovandosi a torto o a ragione all’interno di esse, potessero sentirsi feriti, offesi, umiliati. Per quanto mi sia (quasi) sempre adoperata per cambiare i nomi e le situazioni, rendendole generiche o avulse dal contesto reale in cui sono accadute, è stato comunque arduo e a volte doloroso, scegliere e scartare, togliendo a me la consolazione dell’esercizio della scrittura ironica e autoironica, e ai miei non tanti lettori il pretesto di un sorriso sagace ma benevolo. Così un po’ per volta, il blog si è trasformato e snaturato. I post sono diventati sempre più rari, meno personali, più “normali”. Una mia amica, mi dice che i comici mi copiano, perché prima o poi fanno battute che ho già scritto su un post o su uno status du Facebook. Le ho risposto che in realtà non mi copiano (dubito che anche il più scalcinato dei comici perderebbe tempo a leggermi) ma partoriscono le stesse banalità di cui parlo e le ovvietà con cui le commento.

Mi chiedo allora se sia ancora il caso di tenere in vita un blog che ha perso il suo senso iniziale, se mai un senso ha avuto (cit. Vasco Rossi), in particolar modo in questo periodo in cui alle flebo dei post, in molti preferiscono le intramuscolari degli status sui social network. Immagino le considerazioni di chi mi leggerà: chi mi ama, dirà di continuare; chi mi sopporta, dirà di fare come voglio; la maggior parte, non dirà niente o penserà che cerco consensi. Non è così. Però con questo noioso post, né divertente né accattivante, ho voluto comunicare un piccolo disagio a una platea sempre più ridotta di lettori di blog, senza polemiche e, una volta tanto, senza ironia.

Ho visto cose…

La città è un universo a parte per i provinciali come me. Qualche giorno fa, sulla metropolitana, un uomo di età indefinita, vestito con panni indefiniti, avvicina una signora e con aria gentile le prende la mano. Lei accondiscende, risponde alle sue domande (come ti chiami, hai figli) fatte in un italiano corretto ma con forte accento straniero. L’uomo inizia un monologo incomprensibile sui bambini, su Dio, su domande e risposte, la cui conclusione è che non importa a quale fede si appartiene o se si è atei, l’importante è il rispetto per il prossimo e l’Amore. Poi chiede di nuovo alla donna “Come ti chiami?”  “Romina”, risponde lei. “Io mi chiamo Velia”. Un’altra donna esclama stupidamente “Se ti chiami Velia sei femmina!” Lui pazientemente ribatte “Sono rumeno. La Romania ha una lingua neolatina, ma cultura balcanica, il mio è un nome rumeno”. Poi si rivolge nuovamente a Romina e sentenzia “Tu sei molto simpatica dentro, anche se fuori sei brutta”. Scoppiamo tutti a ridere, compresa la “bella dentro”. Velia ringrazia Romina, fa un mezzo inchino e si allontana, per scendere o per andare a chiedere a qualcun altro “come ti chiami?”.

 

Per strada, due ragazzi parlano di scuola.

Ragazzo 1: e quindi lei ha detto che i discorsi indiretti sono in prima persona!

Ragazzo 2: ed è sbagliato?

Ragazzo1: certo! I discorsi indiretti sono sempre in terza persona, mentre quelli diretti sono sempre in prima!

Ho avuto la forte tentazione di avvicinarmi e dirgli “Perciò se io ti dico che sei un somaro, è discorso diretto o indiretto, in prima o terza persona, ma soprattutto, mi rispondi in italiano o ragliando?”

 

In treno incontro per caso mio cugino. Mi siedo, su suo invito, davanti a lui e cominciamo a parlare di tutto un po’: il mio nuovo lavoro, la crisi economica, la riforma delle pensioni. Sapendo che la mia voce tende a salire di tono quando parlo in luoghi rumorosi, sto attenta a modularla. Ci rimango malissimo quando una tipa si alza dal suo posto, neppure troppo vicino al mio, e con aria arrogante mi apostrofa “Scusi, può abbassare il tono? Sa, non sono interessata a quello che dice”. Divento bordò, chiedo a mio cugino se parlavo a voce troppo alta. Lui mi guarda con aria stupita “Proprio per niente! Sono pendolare “professionista” ed è la prima volta che assisto a un scena del genere. Quella donna è CHIARAMENTE matta!”. Qualche minuto dopo, il trillo del suo telefonino ha invaso lo scompartimento. Sto diventando troppo buona, se ho evitato di dirle che non ero interessata alla suoneria del suo cellulare?

E cena fu!

Tanto per aggiornarvi: la prima cena organizzata a casa mia è andata molto bene. Eravamo in cinque, più il Lollo che ogni tanto faceva qualche comparsata per deliziarsi e deliziare i miei ospiti che lo trovano simpaticissimo. Probabilmente perché non ce l’hanno tra i piedi tutto il giorno… I momenti clou della serata sono legati:

1) al colore nuovo dei miei capelli (chi mi segue anche su FB ha visto che la mia chioma bionda è ora di un rosso fiammante). A tal proposito, l’amico M. nell’ osservare i  fagioli all’uccelletto, ha ventilato l’ipotesi che per condirli avessi usato la stessa sostanza adoperata per tingere il crine. Gli ho risposto che in realtà ho fatto il contrario. Tanto per non farmi mancare nulla, l’amico R. non ha fatto che cantare il refrain della canzone “La Rossa” di Milva (che lui trova orribile, intendo la cantante, anche se sostiene che si riferiva solo al colore tizianesco) e in un lampo di estro gossipparo-televisivo, mi ha paragonata alla perfida Bree di “Desperates housewives”. Quella che schiavizza il marito e ha un figlio gay (Lollo non è stato contento), tanto per capirci;

2) all’infelice idea di soddisfare la curiosità degli astanti mostrando le foto del mio ormai defunto matrimonio; oltre al fatto che dello scatto che mi ritrae angelica con il bouquet in mano è stato da tutti proposto di fare un santino a cui chiedere grazie e accendere candele e lumini (con tanto di foto dell’amica A. che si fa fotografare con la foto in mano e con espressione di estasi religiosa che nemmeno Santa Teresa d’Avila); non bisogna dimenticare il commento dell’amico R. che, di fronte ad un mio primo piano in bianco e nero, ha sentenziato che a parte la pettinatura che mi rendeva la testa storta facendomi assomigliare ad un’aliena, sembravo un viado. Un viado anni ’70, per la precisione.

Per concludere, un tocco di vernacolo: sedendomi sulle ginocchia del succitato R., mi sento sfrucugliare le lardelle del girovita in un veemente solletico. “Ehi- esclamo – mi stai facendo ‘cutichella’ (solletico, appunto, in dialetto del mio paese)?!?!?”. “Eh, semmai ‘cuticona’”, è la risposta. “Ti riferisci al fatto che sono grassa?” “Ma NO!!! E’ che non hai più l’età per una ‘cutichella’”. Insomma, non mi ha detto che sono grassa. Mi ha detto che sono vecchia.

Gli insulti ve li risparmio.

Cavoli, non vedo l’ora di farne un’altra. Per uscirne meglio, dovrebbero solo ammazzarmi… 🙂

  

Bye bye job

Il lavoro appena iniziato, sta per finire. Senza entrare nei dettagli di questa mia nuova, fallimentare esperienza, posso però accennarvi alcune caratteristiche dell’ambiente in cui ho fluttuato gravemente per tre mesi e un tot. Fluttuato gravemente è un ossimoro che mi si confà. Perché nonostante io prenda terribilmente sul serio ogni nuova impresa, dò un impressione di leggerezza ai limiti della superficialità che mi porta a interrogarmi sul perché e sul percome io sembri agli altri quella a cui non le va di fare un cazzo. E quel poco che fa lo fa senza particolare impegno. Che poi, alla fine, faccio tutto quel che mi viene chiesto e anche qualcosa in più, ma inevitabilmente sono i buchi quelli che vengono notati. Considero questo senza vittimismo, anche perché sono sicura che a moltissimi esseri umani di buona, ma non ottima, volontà, capiti questo. Tra i vari soggetti che ho conosciuto, non posso tacere del mio ex futuro collega, che chiamerò Mario, perché in effetti si chiama Mario. Nonostante sia convinta che sia una persona buonissima e generosa, posso affermare che in questo periodo di colleganza, ha fatto di tutto e di più per apparirmi come un vero stronzo. Tra le simpatiche cose che mi ha detto e ridetto, i veri tormentoni sono due: sono anziana e sono prolissa. L’anzianità non è dovuta tanto, secondo lui, ad un dato anagrafico, e ci mancherebbe anche, visto che ha soli quattro anni meno di me; quanto ad un aura di antichità che circonda la mia persona e che si manifesta soprattutto nel mio linguaggio. Eh sì, perché io parlo in italiano, e ho un vocabolario che travalica le 25 parole. Lo ammetto, a volte sono un po’ perifrastica, diciamo così. Se nella media si usano 10 parole per esprimere un concetto, la mia pedanteria mi porta ad utilizzarne almeno 5 di più. Ma cosa c’entra con l’essere antichi? Eppure Mario lo dice e lo ripete e, nell’occasione in cui ha conosciuto Lollo, gli ha espresso profonda comprensione per dover sopportare me. E l’erede ha perso istanteneamente l’aria da adolescente rimbambito che indossa ultimamente ad uso e consumo del prossimo per rispondere “eh, ma ormai dopo 15 anni ci ho fatto quasi l’abitudine!”. Sugli altri colleghi ho poco da dire: la segretaria del mattino, non la incrocio più, visto che io lavoro di pomeriggio. L’altra dipendente, non sono riuscita a capirla bene, ma ho la netta sensazione di starle parecchio sulle scatole. Il titolare deve essere stato assemblato in una fabbrica di orologi svizzeri per quanto è preciso, ma non si può dire non sia una brava persona, anche se il suo peso specifico è sicuramente maggiore di quello dell’elemento con maggiore peso specifico, che non ho la minima idea di quale sia, e infatti a chimica avevo quattro. Fa poche settimane li saluterò per sempre. Non ho avuto modo di affezionarmi a loro, ma sicuramente mi mancherà questo scorcio di nuova vita che non ho fatto in tempo ad assaporare; e soprattutto mi mancherà lo stipendio che smetterò di percepire. Insomma, tra tanti che si preoccupano delle pensioni che si allontanano, mi sento una mosca bianca: io la pensione non ce l’avrò mai, che mi preoccupo a fare?

Servizio scortesia

E’ arrivata una bolletta del gas salata. Mio padre, meticoloso come sempre, ha scoperto che la lettura presunta era ben più alta della reale e mi ha chiesto di contattare la società (GDF SUEZ) per chiedere chiarimenti. Così, una ventina di giorni fa, una signorina molto gentile mi ha garantito che la fattura sarebbe stata annullata e ne sarebbe stata emessa una nuova e corretta. Mi ha altresì detto di richiamare i primi di novembre per aggiornarmi sull’iter della pratica. Così, tampinata dal genitore (mio padre sa essere davvero sfiatante), ho chiamato. Il colloquio si è così svolto:

Alianorah: telefono per conto di mio padre per sapere se è stata emessa la nuova fattura del signor Tal dei Tali (e spiego in sintesi il problema).

Operatore: (con voce dal forte accento meridionale e dal tono scocciatissimo) òra controllo… (lunga pausa)… La bòllètta non è stata ancòra èmèssa. Ma ancòra manca tanto tèmpo al 14 (il 14  è la data di scadenza della bolletta pompata  n.d.A.);

A.: quindi mi conferma che non devo pagare questa? Mio padre mi stressa per saperlo.

O.: (irritato)  signòra, il rèclamo è inòltrato

A.: la ringrazio. Mi scusi se sono stata insistente, ma mio padre mi sta col fiato sul collo…

O.: eh, e se suo padre le sta col fiato sul còllo, lei dève stare còl fiato sul còllo a mè?!

A.: ma sa che lei è proprio gentile?! Mi può dire il suo nome?!

O.: (silenzio prolungato)…sì… Click

Ottimo servizio di call center, GDF SUEZ. Ma selezionare meglio il personale (e magari pagarlo di più, ipotizzo…) no?

 

Buona Pasqua

Temporaneamente (???) disoccupata, con poche energie ma sperando che la Festa della Resurrezione faccia risorgere anche un po’ di buonumore e quel pizzico di fortuna che non guasta mai, auguro a tutti i passanti una serena Pasqua e una scampagnevole Pasquetta!