Darwin e gli Harmony (seconda parte)

Ma i tempi cambiano, e con i tempi si modificano anche le storie offerte da questi piccoli capolavori della letteratura internazionale (che comunque io non giudico inferiori alle sfumature colorate di recente successo, né ai moccianesimi o a best sellers che hanno scalato le classifiche negli ultimi decenni). Vediamo come si sono evoluti i principali ingredienti dei romanzi Harmony.

Lui: ricco (a volte con un passato da povero) imprenditore, faccendiere, scrittore, artista, alto, bello, o in alternativa, troppo maschio per essere definito classicamente bello. E fin qui ho fatto copia incolla. Spesso problematico, ma cortese, tutt’al più scontrosetto. Talvolta non è nemmeno così ricco…anzi, per colpa di qualche imbroglio o di una ex moglie avida, si ammazza di lavoro per risalire la china. Inutile dire che ci riesce sempre. Ha origini poverissime o ricchissime, un forte senso dell’onestà, rispetta le donne ma se le tromba pure. Protagonista compresa. Cade, come il suo avo, in fraintendimenti che mettono a rischio l’amore che prova per la tipa, ma alla fine con buonsenso e comprensione, riesce a sciogliere ogni dubbio. Non soffre di gelosia retroattiva, anche se un certo senso di disistima gli fa pensare di non essere degno di essere felice in amore e di non meritarsi quella grande gnocca che i destino gli ha fatto incontrare (o incontrare di nuovo). La maggior parte delle volte è scapolo, ma non è raro che sia vedovo con qualche figlio a carico, maschietto simpaticissimo o femminuccia cacacazzi, of course. La differenza di età con la sua futura compagna non è eccessiva, non tanto perché sono cambiati gli standard per lui (che ha comunque tra i 35 e i 40 anni, in media), quanto perché si è alzato il limite dell’età di lei, e più avanti si scoprirà perché. La sua nazionalità è sempre più di frequente straniera, rispetto alle autrici, s’intende. Così nascono le serie nella serie: il ciclo dei tycoon che sono spesso italiani (ma dove stanno in Italia tutti sti fighi straricchi?), greci (armatori per lo più) ma soprattutto arabi. Gli arabi sono tutti principi, sceicchi, di origine berbera, con palazzi da mille e una notte. L’ostacolo della religione diversa si supera con due escamotage: o lui è profondamente laico, oppure ha un padre o una madre occidentali da cui ha ereditato il credo. Come che sia, sti sceicchi hanno tutti studiato in Inghilterra o negli USA, quindi conoscono e rispettano la cultura del “fiore del deserto” che incontrano rocambolescamente e di cui si innamorano, manco a dirlo, “dal primo momento”.

Lei: per lo più bella, non in senso canonico, quanto interessante, affascinante, sexy anche in modo inconsapevole. Ha un carattere forte, deciso, passionale, di sovente ha una piccola impresa (cake design, wedding planner e menate simili) appartiene al ceto medio, ha un’età che vira ai trenta, spesso è laureata o comunque ha una professione che la soddisfa. Non è QUASI MAI vergine, di frequente è vedova, con una pipinara di figli noiosissimi che ha avuto dal primo marito, morto in genere di malattia (se era buono) o di incidente (se era cattivo). Va da sé che il precedente matrimonio, sia che fosse un’unione riuscita con un bravo giovinotto, sia che fosse un disastro con un mezzo delinquente traditore, aveva una grossa carenza: il sesso. Sì, perché queste donne di nuova generazione, dinamiche, indipendenti, mature, soffrono tutte di una qualche forma di anorgasmia che guarisce immediatamente la prima volta che si fanno una mezza pomiciata con il tipo che incontrano (o incontrano di nuovo). E pim, pam, pem…a volte non si arriva alla pagina 20 che già hanno avuto orgasmi multipli provocati da stimolazioni che non farebbero arrossire nemmeno Candy Candy. Una precisazione: a differenza dei romanzi di una volta, in cui i protagonisti si incontravano quasi sempre per la prima volta, nei nuovi Harmony lui e lei spesso si conoscono già e hanno già avuto una storia finita male. Capita così che lei, nata ai bordi di periferia, se ne sia andata in città dove hastudiatofattocarrieratrovatomaritopartoritodueotrefigli. E un giorno torna al paesello, descritto sempre come la cittadina semiabbandonata di “Cars, motori ruggenti” e ritrova lui. Qualche scaramuccia iniziale, poi finiscono a letto, poi si fanno gli scrupoli, poi torna qualcuno dal passato, poi finiscono a letto di nuovo e così via fino a quando decidono che sono fatti proprio l’uno per l’altra.

L’altra/ L’altro: non esistono quasi più. A volte compare qualche ex, ma le vicende dei coprotagonisti non vertono più sul tema del triangolo. Spesso i comprimari saranno i protagonisti del romanzo successivo, per cui hanno comunque valenze positive.

Il punto di vista: in molti dei romanzi moderni, il punto di vista non è più quello esclusivamente della protagonista. Spesso i capitoli si sviuppano con soggettive alternate di modo che viene meno l’effetto sorpresa in base al quale solo alla fine si scopriva che pure lui era già innamorato di lei. E sai che scoop! Comunque in questo si nota una sorta di “parità” tra i sessi: anche l’uomo ha dei sentimenti, anche esagerati. Il che rende alcune storie più di fantascienza che d’amore.

La dinamica di coppia: fondamentalmente si tende anche qui alla parità. La donna non è più la vergine sprovveduta, ha un vissuto importante, esperienze anche dolorose alle spalle che l’hanno fortificata. Lui non è più il maschio dominatore con tendenze sadiche e anche nei casi in cui sia ancora innegabilmente ricco, potente, virile, non strapazza più le donne disprezzandole maschilisticamente, anzi, nutre profonda stima nei loro confronti, anche se non sempre la dimostra in modo adeguato. Venuta meno la componente “io Tarzan tu Jane” i conflitti vertono su differenze ideologiche, fantasmi del passato, incomprensioni caratteriali, malintesi creati ad arte per allungare il brodo.

Il sesso: di tutto e di più. Anche se gli Harmony classici non possono dirsi romanzi erotici, l’erotismo c’è, seppure soft. Dalla metà degli anni ’90 in poi, la verginità ha smesso di essere un valore aggiunto, anzi…è gradita un po’ di esperienza sul campo non solo da parte del maschio. Il petting la fa da padrone fin dalle prime pagine, si evolve rapidamente in rapporto completo e non si disdegnano descrizioni più o meno velate di sesso orale da entrambe le parti. Mentre in passato la donna restava imbambolata e passiva, con tempeste interiori di cui non mostrava nemmeno un refolo in superficie, ora tende ad essere moderatamente assatanata e spesso non priva di iniziativa. I termini esplicito/volgari sono banditi. Il pisello è definito “proprompente virilità” o più raramente “membro possente”. Si sprecano aggettivi e avverbi che sottolineano la potenza ormonale di questi rocchisiffredi in incognita. La patata è detta “centro della femminilità”, spesso definito “pulsante”. Un pulsante che lui preme spesso e volentieri, anche se in quei casi il premio se lo becca lei. “Orgasmo” e “clitoride” non sono più parole tabù, ma vengono usati con parsimonia. Naturalmente, la differenza la fa sempre e comunque l’amore.

Le eccezioni: non esistendo più limiti, non hanno più ragion d’esistere le eccezioni. A volte si torna all’imbranata deficiente e all’arrogante brutalone, ma pena lo scatenarsi delle donne troppo malate di femminismo da prendere queste storie per quel che sono (storie) e anche per non fomentare un certo ritorno al gusto del sadomaso più morale che fisico, si tende ad evitare tuffi nel passato. Anche nei casi in cui la protagonista appare un concentrato di dolcezza e di bontà, non capita più che si faccia mettere i piedi in testa, anzi, spesso è lei che con le affilatissime armi della gentilezza, fa a striscioline sottili il masculo.

Il peggiore:  impossibile dirlo, per me. Mentre prima ero accanita lettrice nonché acquirente degli Harmony rosa ora li leggo a tempo persissimo e solo se me li prestano, per cui non posso stilare classifiche né attribuire il trofeo a nessun titolo in particolare. Diciamo, in generale, che c’è di peggio. Ma anche di molto, molto meglio.

I must: i già nominati romanzi ambientati nel deserto, quelli in cui lei si innamora del suo capo e quelli la cui storia si sviluppa nel periodo natalizio. O sabbia, o scrivania, o palle. O tutto insieme.

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Darwin e gli Harmony (prima parte)

Ogni cosa subisce una trasformazione. E questo ce lo insegna la fisica. Molte cose subiscono un’involuzione. E questo ce lo insegna la vita. Ma anche le tette. Alcune cose subiscono un”evoluzione. E questo ce lo insegnano Darwin e i libri Harmony (i riferimenti sono alla serie Harmony Rosa). Vediamo in che modo.

Gli Harmony ieri:

Lui: ricco (a volte con un passato da povero) imprenditore, faccendiere, scrittore, artista, alto, bello, o in alternativa, troppo maschio per essere definito classicamente bello. Tenebroso dal fisico prestante. Nelle storie più sofferte ha un difetto fisico, preferibilmente la cecità (e ritorna Jane Eyre), a volte la zoppìa. La guarigione, in questi casi, è frequente ma non garantita, ma ciò non cambia di una virgola il suo fascino magnetico e predatore. Preferibilmente moro con gli occhi grigi, naso aquilino, mento volitivo, labbra sottili un po’ crudeli, mascella squadrata. Peloso, vagamente truzzo, con fascino latino anche se è nato in Norvegia. Ma non è mai nato in Norvegia in quanto è spesso americano o inglese. Talvolta spagnolo o messicano o rom. Raramente di altre etnie e/o nazionalità. Ha come minimo 10 anni più di lei, E’ SEMPRE arrogante, molto intelligente, astuto e capace di leggere nel pensiero di quella scema che diventerà l’amore della sua vita, tranne per il fatto che fino all’ultima pagina non capisce che lei lo ama fin dalla prima volta che si sono visti. E’ un concentrato di virilità, ha una sensualità esplosiva, un passato pieno di amanti favolose ma è sessualmente trattenuto con la scema di cui sopra. La rispetta, ma solo nella misura in cui non se la porta a letto. Per il resto la umilia, la sbeffeggia, la bacia con passione ma poi sogghigna cinicamente palesando indifferenza. Solo alla fine si scopre che anche lui la ama dal primo momento in cui l’ha vista, ma poiché in passato è stato A) tradito da una zoccola che incidentalmente aveva sposato B) umiliato da una zoccola sposata con un altro C) deluso da tutte le donne che erano solo interessate ai suoi soldi quindi erano zoccole D) ingannato da una che era tale e quale alla scema ma in realtà era una zoccola… dunque per uno a caso di questi motivi, non è mai riuscito a fidarsi della protagonista.

Lei: bellissima o molto di rado stile Jane Eyre, quindi di fondo cessa ma con vivida bellezza interiore. Nei casi in cui è cessa, ha una femminilità sottile che sboccia quando incontra lui (detta altrimenti: voglia di pisello). E’ nella stragrande maggioranza dei casi vergine, povera (a volte con un passato da ricca), assolutamente soggiogata dalla schiacciante mascolinità del brutalone che la rimbambisce al primo sguardo. Succube, debole, con un passato da orfana maltrattata, da cenerentola vituperata o da ereditiera viziata che si è trovata sul lastrico dall’oggi al domani. Ha un fisico snello e flessuoso, vita sottile, seni piccoli ma sodi, capelli lunghi quasi sempre biondi. E’ SEMPRE nativa del Regno Unito o degli USA. Ha avuto al massimo qualche filarino e talmente inesperta che per lei il bacio alla francese è quello con la erre moscia. Appena scopre quanto è piacevole, diventa automaticamente zoccola inside, ma nasconde con pudore i suoi istinti ferini nel timore che lui la giudichi male. Il lato oscuro del suo carattere si manifesta a circa dieci pagine dalla fine quando, stanca di essere trattata come la scema che è, sparisce dalla vita del tipo non lasciando tracce. Solo nel rush finale, quando lui si prostra ai suoi piedi quasi in lacrime dichiarando di amarla e con il brillocco pronto da infilarle al dito, lei magnanimamente lo perdona. E poi gliela dà, ma questo si sa ma non si dice.

L’altra: è perfida, malvagia, ninfomane, falsa come giuda, sexy all’inverosimile, veste abiti stretch, tacchi alti, si trucca pesantemente, ha i capelli neri o rossi e non è MAI vergine. In una parola è zoccola.

L’altro: non c’è quasi mai. Quando c’è, è il tipico ragazzo della porta accanto, morto di seghe (sottinteso), piuttosto timido, imbranato, povero, racchio o efebico. Quasi sempre è innamorato della scema che lo friendzona spietatamente. In sporadici casi si rivela avere disturbi psichici, manie, un doppio volto, un carattere terribile. Quasi sempre scompare nel nulla, sconfitto. In una parola è uno sfigato.

Il punto di vista: quasi sempre ogni vicenda si sviluppa dal punto di vista di lei. Chi legge il romanzo sa fin dall’inizio vita, morte e miracoli della protagonista. Le sue emozioni, i suoi palpiti, vengono minuziosamente descritti e sviscerati mentre lui rimane una figura misteriosa, dei cui sentimenti non si sa nulla. Questo permette un’identificazione perfetta con la donna e causa pesante frustrazione e irritazione verso il maschio, di cui si subisce però anche, masochisticamente, il fascino.

La dinamica di coppia: lui domina lei per 140 pagine. Nelle restanti cinque si scoprono tutti gli altarini già delineati nei profili su riportati. Lui non è cattivo. Lo sembra perché ha molto sofferto. Lei non è scema. Lo sembra perché lui fa il cattivo. Lui non è arrogante. Lo sembra perché non vuole mostrare la propria fragilità. Lei non è debole. Lo sembra perché lui fa l’arrogante. Lei lo sorprende in mille atteggiamenti compromettenti con l’altra, che spesso è una ex amante, e solo dopo mille peripezie si scopre che sono stati tutti grossi equivoci (la tipa vede la zoccola che esce in piena notte dalla sua camera da letto nuda? sì, ma si saprà poi che lui non c’era! la tipa vede la zoccola che si china a baciarlo appassionatamente sulle labbra mentre è steso sul divano? sì, ma infine si svelerà che lui era privo di sensi; ecc ecc.). Lui è sicuro che lei sia troppo pura per volere uno tanto più vecchio e pieno di amarezza e trova mille prove di questa sua convinzione. Un calvario.

Il sesso: praticamente assente (o presente solo in modo pudìco se i due per qualche strano motivo si sposano prima della fine della storia) la copulazione completa. Verso la fine degli anni ottanta a volte ci si spinge al petting.

Le eccezioni: in qualche romanzo lei incontra lui cinque o sei anni dopo averlo conosciuto e aver tentato di sedurlo provocandone l’ostracismo. In quel lasso di tempo lei resta vergine, lo continua ad amare e teme la sua vendetta. Lui diventa ricco, bono e spietato al pari del conte di Montecristo. Il finale non cambia: anche lui l’ha sempre amata e l’ha già perdonata da tempo, ma non si sa bene perché non glielo fa capire se non in zona cesarini. In rare storie lei ha un carattere volitivo e lui, pur arrogante, è simpatico. Sono gli Harmony Rosa di genere commedia, i più originali se di originalità si può parlare nel campo della letteratura femminile di questo tipo. Qualche volta lei non è vergine, perché vedova (ma il suo matrimonio non è stato felice) oppure perché il tipo tenebroso ha colto il fiore della sua illibatezza sparendo nel nulla subito dopo e facendo la figura del vigliacco. Naturalmente anche per questo alla fine si trova sempre un motivo più che valido e che vede entrambi vittime delle circostanze o di malvagi figuri di contorno.

Il peggiore:  “Amanda al ballo”. Lei è bellissima e scemissima. Lui è bellissimo e cattivissimo. Lei, pur affetta da ninfomania (ma solo con lui!), non gliela dà nemmeno a morire e lo porta a un punto di frustrazione tale che lo porta a dire: ti sposo perché non me la dài ma tanto non ti amerò mai perché l’amore non esiste.  Si sposano, fanno quel che devono fare, lei ha un bambino e lui continua a trattarla come l’ultima delle donne. Finché un giorno non torna a casa e scopre che lei ha preso baracca, burattini vestiti e figlio e se n’è tornata da mammà. Allora impazzisce, corre dalla suocera sbraitando come un ossesso che lei gli appartiene e bla bla. Fin qui tutto normale se non fosse che la deficiente quando vede il marito disperato cade dalle nuvole: le non lo aveva affatto lasciato perché lo ama troppo! Era semplicemente in visita dalla madre (con cui comunque si lamentava perché lui la trattava male). Si viene dunque a sapere che i vestiti erano stati tolti dall’armadio dalla donna di servizio che, stanca di vedere soffrire la decerebrata voleva far credere allo zoticone l’impossibile: che avesse un minimo di cervello. Alla fine, lei, felice e contenta torna con lui alla casa coniugale, lo bacia appassionatamente e gli ripete per la millesima volta “Ti amo”. Al che lui risponde “Anche io. Credo“. Tutto molto cattolico.

 

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Ma cos’è questa crisi?

Caro Babbo Natale,

in questo periodo di crisi, e con lo speranzoso timore dell’imminente fine del mondo, mi porto avanti col lavoro e ti scrivo in anticipo la mia letterina. Si sa mai che tu abbia ancora qualche soldo, o che voglia sbrigare ogni incombenza prima del 21, così, tanto per darci l’illusione che il prossimo sarà un Natale proprio come tutti gli altri…

In genere, per il 25 dicembre, ricevo in regalo capi di abbigliamento, cosmetici, bigiotteria, profumi di erboristeria, libri e, da qualche anno, creme antirughe. Ma stavolta voglio esagerare con le richieste, voglio chiederti tutto quello che di più consumistico, lussuoso, esondante, esagerato e costoso io possa desiderare.

Inizialmente avevo pensato a 3 viaggi: uno a Parigi, uno in Grecia e uno in Egitto. Ma in Grecia ci sono le rivolte popolari; in Egitto, aiutami a di’; facciamo un finesettimana a Parigi, e non se ne parli più, ok?

Una vacanza di una settimana in Sardegna, in Puglia o in Sicilia, a tua scelta.

Uno smartphone con traffico incluso vitanaturaldurante.

Un’auto nuova, possibilmente una Micra ultimo modello. Rossa.

Un paio di stivali neri.

Una boccetta di Baiser Volé.

Due televisori LCD, uno grande e uno piccolo.

Uno scooter 125. Nero.

Perché mi interrompi, Babbo? Cosa dici? Che queste sono cose che un bel po’ di persone ha già e non ha nemmeno avuto bisogno di scomodarti per ottenerle? Scusa, vecchia ciabatta, ma allora…di che crisi si va cianciando?

Sfogo non cutaneo

Il mio blog è nato come un diario pubblico. Mi divertiva scrivere le stranezze che mi capitano e fra le righe era chiaro quello che pensavo degli eventi che narravo. Non ho mai pensato che fosse un caso se su di me si concentrassero le azioni di tante persone particolari perché so da sempre che, tra tutte le persone strambe che popolano il mio microcosmo, la più stramba sono proprio io. E’ naturale che faccia da catalizzatore, portando a galla gli aspetti più singolari, comici, a volte ridicoli a volte commoventi, ma sempre umani, del mio prossimo. Ma il prossimo, come dice il termine stesso, è vicino a me, e non sempre gradisce vedersi attraverso i miei occhi. Soprattutto perché, automaticamente, pensa che se lui si è riconosciuto, tutti gli altri potranno riconoscerlo. E’ quindi subentrata, lentamente, una automoderazione nei miei post. Ho iniziato a selezionare gli argomenti da trattare, i protagonisti che hanno animato le vicende che accadevano, a chiedermi se Tizio piuttosto che Caia, ritrovandosi a torto o a ragione all’interno di esse, potessero sentirsi feriti, offesi, umiliati. Per quanto mi sia (quasi) sempre adoperata per cambiare i nomi e le situazioni, rendendole generiche o avulse dal contesto reale in cui sono accadute, è stato comunque arduo e a volte doloroso, scegliere e scartare, togliendo a me la consolazione dell’esercizio della scrittura ironica e autoironica, e ai miei non tanti lettori il pretesto di un sorriso sagace ma benevolo. Così un po’ per volta, il blog si è trasformato e snaturato. I post sono diventati sempre più rari, meno personali, più “normali”. Una mia amica, mi dice che i comici mi copiano, perché prima o poi fanno battute che ho già scritto su un post o su uno status du Facebook. Le ho risposto che in realtà non mi copiano (dubito che anche il più scalcinato dei comici perderebbe tempo a leggermi) ma partoriscono le stesse banalità di cui parlo e le ovvietà con cui le commento.

Mi chiedo allora se sia ancora il caso di tenere in vita un blog che ha perso il suo senso iniziale, se mai un senso ha avuto (cit. Vasco Rossi), in particolar modo in questo periodo in cui alle flebo dei post, in molti preferiscono le intramuscolari degli status sui social network. Immagino le considerazioni di chi mi leggerà: chi mi ama, dirà di continuare; chi mi sopporta, dirà di fare come voglio; la maggior parte, non dirà niente o penserà che cerco consensi. Non è così. Però con questo noioso post, né divertente né accattivante, ho voluto comunicare un piccolo disagio a una platea sempre più ridotta di lettori di blog, senza polemiche e, una volta tanto, senza ironia.

Amoramaro

Torno dopo questa lunga assenza purificatrice (ma de ché), grazie anche alle premure delle mie amiche blogger (in particolare Ibadeth e Cinciamogia alle quali dedico le primule rosse della testata :)) che mi hanno minacciata di violenza fisica se non fossi tornata a scrivere le mie corbellerie. E per festeggiare la mia rentrée, affronterò un argomento veramente originale e di difficile abbordaggio (e di incidenti navali, ne abbiamo avuti fin troppi, nel primo trimestre di questo 2012 bisesto/funesto, che i Maya mi sa che ci hanno preso, se non sulla fine del mondo, per lo meno su un sostanziale deterioramento del suddetto): l’amore (armatevi di pazienza, sarà lungo).

L’amore passa alla fama, o al mito o, più modestamente, rimane impresso nella mente dell’umana specie, se è torbido, incestuoso o sfigato. E questo si sa. Gli amori felici non fanno storia, figuriamoci leggenda. Perché un amore venga ricordato, deve essere impossibile, oppure deve vedere la morte di uno dei due protagonisti, meglio ancora di tutti e due. Diciamocelo: Adamo ed Eva si saranno amati moltissimo, soprattutto perché non avevano una grande scelta; eppure sono diventati famosi perché hanno mangiato una mela e hanno fatto due figli, uno buono e uno cattivo. Probabilmente si sono conosciuti biblicamente per tempi ugualmente biblici, ma nessuno pensa mai: chissà quanto si saranno amati, per sopportarsi così tanto, in una Terra in cui non c’era nemmeno la possibilità di andarsi a prendere un caffè al bar, o giocare a burraco con le amiche il venerdì sera! Niet. Anche il detto “puttana Eva” non è riferito ad una sua dubbia moralità, non ha intenti giudicanti. E’ che lei ci ha inguaiato con ‘sto frutto proibito, ma che poi si sia fatta il mazzo accanto ad Adamo per tutta la vita, nessuno lo dice mai. Invece, la Bibbia è piena poi di amori torbiducci e naturalmente infelici: Sansone e Dalila (muore lui con tutti i Filistei); Davide e Betsabea per sposarsi devono fare fuori il marito di lei e subire la punizione di Dio che fa fuori a sua volta il loro primogenito; Giuseppe e Maria, non ne parliamo; Gesù e la Maddalena (sì, secondo me si amavano, porelli), non vissero certo felici e contenti. La letteratura laica straborda di amori tragici: Tristano e Isotta muoiono di dolore perché credono che l’altro sia morto a sua volta; idem per Romeo e Giulietta; Paolo e Francesca vengono uccisi dal marito tradito, ma sfido chiunque a ricordarsi di loro (Dante in primis) se fossero stati più furbi e avessero consumato l’adulterio non nella stanza di lettura ma in una camera chiusa a chiave e soprattutto, dopo essersi assicurati che Gianciotto fosse ben lontano. Don Chisciotte e Dulcinea, non quagliano mai, e lui muore insoddisfatto. Abelardo ed Eloisa si ameranno (più o meno) per tutta la vita a distanza, in quanto lui è stato evirato come punizione per aver sedotto la sua allieva, Eloisa, appunto, pur essendo un chierico (e per tanto poco! i nostri preti quasi tutti con voci bianche, dovrebbero cantare!). Werther (I dolori del giovane Werther)si ammazza perché Lotte è sposata e non lo ricambia. Il suo clone italiano, Jacopo Ortis (Le ultime lettere di Jacopo Ortis), ne segue la sorte perché Teresa sposa un altro. Potrei continuare all’infinito, ma voglio evitare di scadere in un mero elenco di tristi vicende.

Anche nelle biografie al limite del leggendario dei grandi, sono gli amori andati in puzza che rimangono famosi. Achille perde Patroclo e si dispera. Didone si fa bruciare su un rogo mentre Enea prende il largo, in tutti i sensi. Cleopatra si uccide dopo aver saputo della morte di Antonio.  Anita Garibaldi muore di parto tra le braccia dell’eroe dei due mondi. Leopardi non viene mai ricambiato da nessuna delle sue amate (era bruttarello, pare anche antipaticuccio, non c’è da stupirsene) a cui dedicherà poesie struggenti che sorridono alla morte. E tornando indietro di qualche secolo, accenno appena a Catullo e Lesbia (che poi, a quanto pare, lei era una prostituta, e non si capisce proprio cosa si era messo in testa Catullo), Dante e Beatrice, nonché a Petrarca e Laura. Unica eccezione, Boccaccio e Fiammetta, che trombavano come ricci, ma lì il gusto della relazione lussuriosa prevale sul ricordo dell’amore sentimentale.

Nella letteratura moderna contemporanea, non mancano esempi calzanti: Fermina Daza e Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera) coroneranno il loro sogno d’amore a settant’anni compiuti, perché lei lo amava, forse, ma sposò un altro che non amava, forse. Una donna dalle mille sfaccettature e dalle duemila decise indecisioni. Anche il povero conte Dracula (Dracula di Bram Stoker) non avrà fortuna con la bella Mina, ed è il loro amore che appassiona gli amanti del genere gotico, non di certo quello borghesuccio di Mina con l’avvocato (avvocato, che tristezza, vuoi mettere un conte vampiro immortale?) Jonathan. Pure al mostro di Frankeinstein (dall’omonimo romanzo) gli dice male: la mostra creata apposta per lui lo schifa perché troppo brutto. Il bue che dice cornuto all’asino. Anna Karenina e Emma Bovary diventano eroine quando si ammazzano per amori fedifraghi. Tolstoj e Flaubert non avrebbero mai scritto storie di felicità coniugali, e se lo avessero fatto, in pochi le avrebbero lette. Financo in Orgoglio e Pregiudizio la Austen non ci dà la soddisfazione di dirci che Darcy ed Elisabeth si mettono insieme, mentre la più tragica Bronte uccide la sua Katie, infelice amante dell’altrettanto infelice Heathcliff in Cime Tempestose. Quasimodo (Notre Dame de Paris) muore per Esmeralda, che muore a sua volta per Febo che stava con Fiordaliso (non la cantante plastificata che non vuole la luna, però). Un macello. Costanza, amata da D’Artagnan, muore ne I tre moschettieri, e ce lo potevano anche risparmiare, in un romanzo di cappa e spada. Ne La Certosa di Parma lui tromba a più non posso con un sacco di donne, ma potrà amare solo Clelia, che però ha fatto voto alla Madonna di non vederlo mai più. Qui Stendhal ha un colpo di genio: li fa diventare amanti, ma si incontreranno sempre al buio. Ciulano sì, ma lei non infrange il voto. Comunque in poco tempo muoiono sia il loro figlio sia lei. Evviva. Un accenno al moderno La solitudine dei numeri primi: numero primo lei, numero primo lui, rimangono soli.

Breve capitolo a parte per il melodramma: lì, se non si muore, non si è contenti. Violetta, Carmen, Tosca, Aida, Madama Butterfly. E’ un’ecatombe.

Passo al cinema: Casablanca (si lasciano pur amandosi); Love Story (muore lei); Titanic (muore lui); Autunno a New York e Sweet November (non due capolavori, diciamolo, ma hanno fatto piangere parecchi spettatori: muore lei in entrambi); I ponti di Madison County (si amano alla follia ma lei è sposata e quindi si lasciano: si ameranno fino alla morte pur non vedendosi mai più); Il paziente inglese (lei muore di inedia perché lui non riesce a chiamare i soccorsi in tempo; poi schiatta pure lui, dopo inenarrabili sofferenze); persino Rossella e Retth di Via col vento ce li ricordiamo perché alla fine lui la pianta in asso. Addirittura tra gli anime, l’amore più struggente è quello tra Madamigella Oscar e André: cecato lui, tubercolotica lei, scopano una volta e poi bruciano tra i fuochi della rivoluzione francese.

Qual’è l’insegnamento di questo lungo rosario di malamori che ha assunto l’aspetto di una insalata mista che zompa indiscriminatamente attraverso i secoli, percorrendoli in su e in giù e viceversa? Che noi povere donne e poveri uomini che sognamo l’amore felice, dobbiamo imparare che, se esauditi, non avremo posto tra gli inni e le laudi dei posteri. Neppure un trafiletto su Internet avremo, perché la cronaca si nutre di orrori, di Melanie e Sare, di Vie Poma e di novelle Circi, dove la morte, la lussuria fine a sé stessa e la pazzia regnano sovrane. Potremo avere la simpatia del prossimo se, sfigati, inseguiremo un sogno d’amore chimerico, oasi nel deserto che puntualmente si rivelano essere miraggi. Ma se saremo felici, tranne i familiari più stretti, nessuno si ricorderà di noi.

Mah…sarà che non sono mai stata ambiziosa, ma io ci metterei la firma.

Brodo caldo

A costo di scatenare ancora le ire di Teodosio Losito o di fanatici troll che prendono le sue difese, ho deciso di dedicare un post a  “Sangue caldo”, l’ultima creazione televisiva del suddetto, terminata ieri. Premetto che potrò essere imprecisa perché l’ho vista a salti e balzelli, ma quanto basta per averne colto l’essenza. O meglio, l’inessenza.

Alla vigilia dell’entrata in vigore della legge Merlin, c’è questa tipa, interpretata da Asia Argento, che fa la mignotta e ha una storia con questo tipo, Gabriel Garko, che fa il ladro. Una bella coppietta. Lui fa una rapina, si tiene il malloppo e viene steso da un complice con la faccia da tedesco, (che infatti è tedesco), che vuole i soldi. Ma Gabriel li ha già dati alla fidanzata che scappa in Svizzera con i due figli di padri diversi, una collega del bordello e il di lei figlio. E poi tornano in Italia e tutti insieme si comprano un bar. Ma c’è un poliziotto che sta sulle loro tracce: è Vincent Spano, che dopo aver avuto scarso successo in America, è venuto ad averne ancora meno qui. Per farla breve, per un po’ le due ex cocotte e i figli stanno in pace, finché faccia da tedesco li trova. Corteggia la figlia di Dario Argento e la sposa. La prima notte di nozze la gonfia di cazzotti, la lega (male) e poi va a letto con il suo fidanzato. Non di lei, ma di lui. Eh sì, perché il cattivone è innamorato di un bel giovane (interpretato dal fratello della Arcuri, che chissà cosa ha fatto per fargli avere questa parte) malvagio quanto lui, che di mestiere fa il travestito in un locale per uomini con il “vizietto”. Insomma, dopo una notte d’amore, il cattivone esce per comprare  i cornetti caldi al suo ragazzo (romanticone, lui), la tizia si libera (era legata male, ve lo avevo preannunciato!) e ammazza il travestito scambiadolo per il marito picchiatore. Questi torna e le spara insultandola pesantemente con parole che non sto qui a ripetere. Poi va a prendere i due figli di lei e vende il maschio agli zingari (non ci giurerei, ma forse lo regala proprio) ma con la femmina non ricordo proprio cosa ci fa. Potrei pensare che la violenta, ma essendo gay non credo sia arrivato a tanto. Com’è, come non è, il poliziotto riesce ad arrestarlo, salva la ragazza e la adotta. Non sa il meschino che lei da grande diventerà Manuela Arcuri. Poi ho perso tre puntate, ma si capisce che il poliziotto, rimasto vedovo, si innamora di Manuelona e cerca di stuprarla. Purtroppo per lui, ma credo anche per lei, l’atto vile non viene compiuto perché arrivano il fratello di lei (che detto per inciso è Ranierodelgrandefratello) e il figlio dell’altra mignotta (che manco a dirlo, è un prodotto del grandefratello pure lui), che è diventato un cocainomane che gestisce un locale di lap dance (lap dance negli anni sessanta?), e interrompono lo stupro menando di brutto il polizotto. Quindi i tre, finalmente di nuovo insieme, si mettono a cercare il cattivone che intanto è uscito di prigione. Il fratello lo trova, ma si fa fregare come un fesso e dimostrando chiaramente che zingari si nasce, ma non si diventa, viene ucciso in quattro e quattr’otto. Manuelona e il cocainomane riescono a rintracciarlo, lo pistano per bene e poi lo ammanettano al letto. Tanto per gradire lui gli spara ad una spalla e poi incita lei a ucciderlo. Scena epica: lo sniffatore per convincerla a sparare chiede al cattivone come ha ucciso la madre di lei. E il malvagissimo, ammanettato al letto, con la faccia più sanguinolenta di una fiorentina e un braccio spappolato, si esibisce in un ghigno e sibila “bang bang” (cioè, capite…questo fa “bang bang” e ride. Ok, non è cattivo soltanto, è anche scemo). Lei sta per fare bang bang a sua volta quando arriva un magistrato bonazzo, che è stato anche il suo uomo, e le impedisce di compiere il delitto. Ma al cocainomane no, e facciadatedesco, finalmente, muore. Il vendicatore viene condannato a 26 anni di carcere. Dopo addirittura DUE ANNI di galera (tanto per dire che la giustizia italiana faceva schifo anche quattro decenni fa?) gli viene dato un permesso di due giorni. Fuori dal carcere la Arcuri, diventata stilista di moda, lo aspetta a bordo di una favolosa spider. Lui le chiede di poter guidare, lei accetta e mentre sculettando gira intorno alla macchina per sedersi dal lato passeggeri, lui piglia e la molla lì lasciandola a bocca aperta (per lo stupore, cosa avevate capito, maliziosi!). La macchina si allontana, e come dal nulla, spunta  il magistrato bonazzo alla cui corte la Manuela è sfuggita per due anni, perché pensa di averlo tradito seguendo il suo proposito di vendetta.

E qui occorre riportare il dialogo*:

LUI: “Io ti ho capita”

LEI: (sorriso tremulo) “Davvero?”

LUI: “E ti perdono”

LEI: (sorriso tremulo) “Davvero?” (sospiro) “Ciao, vado” (???)

LUI: “Non ho ancora finito! Io ti amo!!!”

LEI: (sorriso tremulo) “Davvero?” Bacio con lingua.

Nessuno dei due si preoccupa minimamente che l’assassino è fuggito. Del resto, un bacio con la lingua è sempre un bacio con la lingua…

In quel momento è suonato il cellulare e non ho capito bene la fine, ma credo che il fuggiasco sia andato a riprendersi i soldi in Svizzera.

To be continued…temo.

*Ammetto, le frasi non sono proprio riportate con precisione, ma più o meno ci siamo.