Darwin e gli Harmony (seconda parte)

Ma i tempi cambiano, e con i tempi si modificano anche le storie offerte da questi piccoli capolavori della letteratura internazionale (che comunque io non giudico inferiori alle sfumature colorate di recente successo, né ai moccianesimi o a best sellers che hanno scalato le classifiche negli ultimi decenni). Vediamo come si sono evoluti i principali ingredienti dei romanzi Harmony.

Lui: ricco (a volte con un passato da povero) imprenditore, faccendiere, scrittore, artista, alto, bello, o in alternativa, troppo maschio per essere definito classicamente bello. E fin qui ho fatto copia incolla. Spesso problematico, ma cortese, tutt’al più scontrosetto. Talvolta non è nemmeno così ricco…anzi, per colpa di qualche imbroglio o di una ex moglie avida, si ammazza di lavoro per risalire la china. Inutile dire che ci riesce sempre. Ha origini poverissime o ricchissime, un forte senso dell’onestà, rispetta le donne ma se le tromba pure. Protagonista compresa. Cade, come il suo avo, in fraintendimenti che mettono a rischio l’amore che prova per la tipa, ma alla fine con buonsenso e comprensione, riesce a sciogliere ogni dubbio. Non soffre di gelosia retroattiva, anche se un certo senso di disistima gli fa pensare di non essere degno di essere felice in amore e di non meritarsi quella grande gnocca che i destino gli ha fatto incontrare (o incontrare di nuovo). La maggior parte delle volte è scapolo, ma non è raro che sia vedovo con qualche figlio a carico, maschietto simpaticissimo o femminuccia cacacazzi, of course. La differenza di età con la sua futura compagna non è eccessiva, non tanto perché sono cambiati gli standard per lui (che ha comunque tra i 35 e i 40 anni, in media), quanto perché si è alzato il limite dell’età di lei, e più avanti si scoprirà perché. La sua nazionalità è sempre più di frequente straniera, rispetto alle autrici, s’intende. Così nascono le serie nella serie: il ciclo dei tycoon che sono spesso italiani (ma dove stanno in Italia tutti sti fighi straricchi?), greci (armatori per lo più) ma soprattutto arabi. Gli arabi sono tutti principi, sceicchi, di origine berbera, con palazzi da mille e una notte. L’ostacolo della religione diversa si supera con due escamotage: o lui è profondamente laico, oppure ha un padre o una madre occidentali da cui ha ereditato il credo. Come che sia, sti sceicchi hanno tutti studiato in Inghilterra o negli USA, quindi conoscono e rispettano la cultura del “fiore del deserto” che incontrano rocambolescamente e di cui si innamorano, manco a dirlo, “dal primo momento”.

Lei: per lo più bella, non in senso canonico, quanto interessante, affascinante, sexy anche in modo inconsapevole. Ha un carattere forte, deciso, passionale, di sovente ha una piccola impresa (cake design, wedding planner e menate simili) appartiene al ceto medio, ha un’età che vira ai trenta, spesso è laureata o comunque ha una professione che la soddisfa. Non è QUASI MAI vergine, di frequente è vedova, con una pipinara di figli noiosissimi che ha avuto dal primo marito, morto in genere di malattia (se era buono) o di incidente (se era cattivo). Va da sé che il precedente matrimonio, sia che fosse un’unione riuscita con un bravo giovinotto, sia che fosse un disastro con un mezzo delinquente traditore, aveva una grossa carenza: il sesso. Sì, perché queste donne di nuova generazione, dinamiche, indipendenti, mature, soffrono tutte di una qualche forma di anorgasmia che guarisce immediatamente la prima volta che si fanno una mezza pomiciata con il tipo che incontrano (o incontrano di nuovo). E pim, pam, pem…a volte non si arriva alla pagina 20 che già hanno avuto orgasmi multipli provocati da stimolazioni che non farebbero arrossire nemmeno Candy Candy. Una precisazione: a differenza dei romanzi di una volta, in cui i protagonisti si incontravano quasi sempre per la prima volta, nei nuovi Harmony lui e lei spesso si conoscono già e hanno già avuto una storia finita male. Capita così che lei, nata ai bordi di periferia, se ne sia andata in città dove hastudiatofattocarrieratrovatomaritopartoritodueotrefigli. E un giorno torna al paesello, descritto sempre come la cittadina semiabbandonata di “Cars, motori ruggenti” e ritrova lui. Qualche scaramuccia iniziale, poi finiscono a letto, poi si fanno gli scrupoli, poi torna qualcuno dal passato, poi finiscono a letto di nuovo e così via fino a quando decidono che sono fatti proprio l’uno per l’altra.

L’altra/ L’altro: non esistono quasi più. A volte compare qualche ex, ma le vicende dei coprotagonisti non vertono più sul tema del triangolo. Spesso i comprimari saranno i protagonisti del romanzo successivo, per cui hanno comunque valenze positive.

Il punto di vista: in molti dei romanzi moderni, il punto di vista non è più quello esclusivamente della protagonista. Spesso i capitoli si sviuppano con soggettive alternate di modo che viene meno l’effetto sorpresa in base al quale solo alla fine si scopriva che pure lui era già innamorato di lei. E sai che scoop! Comunque in questo si nota una sorta di “parità” tra i sessi: anche l’uomo ha dei sentimenti, anche esagerati. Il che rende alcune storie più di fantascienza che d’amore.

La dinamica di coppia: fondamentalmente si tende anche qui alla parità. La donna non è più la vergine sprovveduta, ha un vissuto importante, esperienze anche dolorose alle spalle che l’hanno fortificata. Lui non è più il maschio dominatore con tendenze sadiche e anche nei casi in cui sia ancora innegabilmente ricco, potente, virile, non strapazza più le donne disprezzandole maschilisticamente, anzi, nutre profonda stima nei loro confronti, anche se non sempre la dimostra in modo adeguato. Venuta meno la componente “io Tarzan tu Jane” i conflitti vertono su differenze ideologiche, fantasmi del passato, incomprensioni caratteriali, malintesi creati ad arte per allungare il brodo.

Il sesso: di tutto e di più. Anche se gli Harmony classici non possono dirsi romanzi erotici, l’erotismo c’è, seppure soft. Dalla metà degli anni ’90 in poi, la verginità ha smesso di essere un valore aggiunto, anzi…è gradita un po’ di esperienza sul campo non solo da parte del maschio. Il petting la fa da padrone fin dalle prime pagine, si evolve rapidamente in rapporto completo e non si disdegnano descrizioni più o meno velate di sesso orale da entrambe le parti. Mentre in passato la donna restava imbambolata e passiva, con tempeste interiori di cui non mostrava nemmeno un refolo in superficie, ora tende ad essere moderatamente assatanata e spesso non priva di iniziativa. I termini esplicito/volgari sono banditi. Il pisello è definito “proprompente virilità” o più raramente “membro possente”. Si sprecano aggettivi e avverbi che sottolineano la potenza ormonale di questi rocchisiffredi in incognita. La patata è detta “centro della femminilità”, spesso definito “pulsante”. Un pulsante che lui preme spesso e volentieri, anche se in quei casi il premio se lo becca lei. “Orgasmo” e “clitoride” non sono più parole tabù, ma vengono usati con parsimonia. Naturalmente, la differenza la fa sempre e comunque l’amore.

Le eccezioni: non esistendo più limiti, non hanno più ragion d’esistere le eccezioni. A volte si torna all’imbranata deficiente e all’arrogante brutalone, ma pena lo scatenarsi delle donne troppo malate di femminismo da prendere queste storie per quel che sono (storie) e anche per non fomentare un certo ritorno al gusto del sadomaso più morale che fisico, si tende ad evitare tuffi nel passato. Anche nei casi in cui la protagonista appare un concentrato di dolcezza e di bontà, non capita più che si faccia mettere i piedi in testa, anzi, spesso è lei che con le affilatissime armi della gentilezza, fa a striscioline sottili il masculo.

Il peggiore:  impossibile dirlo, per me. Mentre prima ero accanita lettrice nonché acquirente degli Harmony rosa ora li leggo a tempo persissimo e solo se me li prestano, per cui non posso stilare classifiche né attribuire il trofeo a nessun titolo in particolare. Diciamo, in generale, che c’è di peggio. Ma anche di molto, molto meglio.

I must: i già nominati romanzi ambientati nel deserto, quelli in cui lei si innamora del suo capo e quelli la cui storia si sviluppa nel periodo natalizio. O sabbia, o scrivania, o palle. O tutto insieme.

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Te le ricordi le lucciole?

Siamo soli, seduti sotto il portico di una casa non nostra. La sera è tiepida e illuminata dalla luce perlacea della luna crescente. All’orizzonte i profili bui delle colline e sparsi qua e là, in lontananza, gruppuscoli di luci di lampioni, serpentine di strade, coacervi di case, paesini. Dietro di noi, il brusio della casa in festa, note di jazz, una risata di donna. Davanti, un prato in discesa e tra l’erba qualche piccola luce intermittente. Qui esiste ancora un po’ di notte.

Ricordo…tanti anni fa vicino a casa mia c’era un fazzoletto di terreno, erba alta, cespugli spinosi di gelso, pietre aguzze scaricate lì chissà quando, chissà perché. Confinava con il versante nord del mio giardino, il più buio e il più ventoso, il mio preferito. Nelle notti di maggio uscivo di casa e giravo l’angolo per guardare, al di là del recinto, quel pezzetto di terra incolta. Sembrava fosse caduto un pezzo del cielo di una notte di novilunio, e che le stelle, a decine, a centinaia, si fossero sparpagliate tra le spine e le pietre e mandassero più forte il loro bagliore, saettando, galleggiando a mezz’aria, palpitando di vita nuova. Se l’aria non era troppo ferma, indossavo una leggera camicia da notte del corredo di mia madre, mi infilavo due foulard agli anellini che portavo alle dita, e sognavo di essere la principessa del vento, tra uno svolazzare di veli traslucidi e quelle stelle che punteggiavano il giardino e il piccolo fazzoletto di terra pieno di rovi.

Poi vennero i lampioni, l’erba alta fu tagliata, i rovi tolti e le pietre portate via. Un manto di asfalto coprì la terra e nacque un parcheggio che non fu poi mai utilizzato. L’asfalto si riempì di crepe di gelo e di calore, i lampioni diffusero tutto intorno la loro luce giallastra e rassicurante, persino il vento smise di soffiare sul lato nord del mio giardino. Le stelle son tornate in cielo, ma non si vedono più neppure lì, tanto è forte il chiarore della notte di periferia del mio paese. Ogni tanto brilla ancora una lucina in mezzo all’erba, sempre più rara e fioca. Mio padre dice che è la stessa ogni anno, che torna a casa a maggio. Non è così ma è bello crederci. Forse, da qualche parte, restano i sogni della principessa del vento, alla ricerca di un vento che non c’è più.

Siamo soli, seduti sotto il portico. Mi volto e vedo il suo profilo indefinito sotto la pallida luce lunare. Vorrei appoggiargli la testa sulla spalla. Vorrei dirgli “Ti amo”. Ma non posso…non ancora.

Sorrido nel buio e gli chiedo, piano: “Ma tu, te le ricordi le lucciole?”.