Darwin e gli Harmony (seconda parte)

Ma i tempi cambiano, e con i tempi si modificano anche le storie offerte da questi piccoli capolavori della letteratura internazionale (che comunque io non giudico inferiori alle sfumature colorate di recente successo, né ai moccianesimi o a best sellers che hanno scalato le classifiche negli ultimi decenni). Vediamo come si sono evoluti i principali ingredienti dei romanzi Harmony.

Lui: ricco (a volte con un passato da povero) imprenditore, faccendiere, scrittore, artista, alto, bello, o in alternativa, troppo maschio per essere definito classicamente bello. E fin qui ho fatto copia incolla. Spesso problematico, ma cortese, tutt’al più scontrosetto. Talvolta non è nemmeno così ricco…anzi, per colpa di qualche imbroglio o di una ex moglie avida, si ammazza di lavoro per risalire la china. Inutile dire che ci riesce sempre. Ha origini poverissime o ricchissime, un forte senso dell’onestà, rispetta le donne ma se le tromba pure. Protagonista compresa. Cade, come il suo avo, in fraintendimenti che mettono a rischio l’amore che prova per la tipa, ma alla fine con buonsenso e comprensione, riesce a sciogliere ogni dubbio. Non soffre di gelosia retroattiva, anche se un certo senso di disistima gli fa pensare di non essere degno di essere felice in amore e di non meritarsi quella grande gnocca che i destino gli ha fatto incontrare (o incontrare di nuovo). La maggior parte delle volte è scapolo, ma non è raro che sia vedovo con qualche figlio a carico, maschietto simpaticissimo o femminuccia cacacazzi, of course. La differenza di età con la sua futura compagna non è eccessiva, non tanto perché sono cambiati gli standard per lui (che ha comunque tra i 35 e i 40 anni, in media), quanto perché si è alzato il limite dell’età di lei, e più avanti si scoprirà perché. La sua nazionalità è sempre più di frequente straniera, rispetto alle autrici, s’intende. Così nascono le serie nella serie: il ciclo dei tycoon che sono spesso italiani (ma dove stanno in Italia tutti sti fighi straricchi?), greci (armatori per lo più) ma soprattutto arabi. Gli arabi sono tutti principi, sceicchi, di origine berbera, con palazzi da mille e una notte. L’ostacolo della religione diversa si supera con due escamotage: o lui è profondamente laico, oppure ha un padre o una madre occidentali da cui ha ereditato il credo. Come che sia, sti sceicchi hanno tutti studiato in Inghilterra o negli USA, quindi conoscono e rispettano la cultura del “fiore del deserto” che incontrano rocambolescamente e di cui si innamorano, manco a dirlo, “dal primo momento”.

Lei: per lo più bella, non in senso canonico, quanto interessante, affascinante, sexy anche in modo inconsapevole. Ha un carattere forte, deciso, passionale, di sovente ha una piccola impresa (cake design, wedding planner e menate simili) appartiene al ceto medio, ha un’età che vira ai trenta, spesso è laureata o comunque ha una professione che la soddisfa. Non è QUASI MAI vergine, di frequente è vedova, con una pipinara di figli noiosissimi che ha avuto dal primo marito, morto in genere di malattia (se era buono) o di incidente (se era cattivo). Va da sé che il precedente matrimonio, sia che fosse un’unione riuscita con un bravo giovinotto, sia che fosse un disastro con un mezzo delinquente traditore, aveva una grossa carenza: il sesso. Sì, perché queste donne di nuova generazione, dinamiche, indipendenti, mature, soffrono tutte di una qualche forma di anorgasmia che guarisce immediatamente la prima volta che si fanno una mezza pomiciata con il tipo che incontrano (o incontrano di nuovo). E pim, pam, pem…a volte non si arriva alla pagina 20 che già hanno avuto orgasmi multipli provocati da stimolazioni che non farebbero arrossire nemmeno Candy Candy. Una precisazione: a differenza dei romanzi di una volta, in cui i protagonisti si incontravano quasi sempre per la prima volta, nei nuovi Harmony lui e lei spesso si conoscono già e hanno già avuto una storia finita male. Capita così che lei, nata ai bordi di periferia, se ne sia andata in città dove hastudiatofattocarrieratrovatomaritopartoritodueotrefigli. E un giorno torna al paesello, descritto sempre come la cittadina semiabbandonata di “Cars, motori ruggenti” e ritrova lui. Qualche scaramuccia iniziale, poi finiscono a letto, poi si fanno gli scrupoli, poi torna qualcuno dal passato, poi finiscono a letto di nuovo e così via fino a quando decidono che sono fatti proprio l’uno per l’altra.

L’altra/ L’altro: non esistono quasi più. A volte compare qualche ex, ma le vicende dei coprotagonisti non vertono più sul tema del triangolo. Spesso i comprimari saranno i protagonisti del romanzo successivo, per cui hanno comunque valenze positive.

Il punto di vista: in molti dei romanzi moderni, il punto di vista non è più quello esclusivamente della protagonista. Spesso i capitoli si sviuppano con soggettive alternate di modo che viene meno l’effetto sorpresa in base al quale solo alla fine si scopriva che pure lui era già innamorato di lei. E sai che scoop! Comunque in questo si nota una sorta di “parità” tra i sessi: anche l’uomo ha dei sentimenti, anche esagerati. Il che rende alcune storie più di fantascienza che d’amore.

La dinamica di coppia: fondamentalmente si tende anche qui alla parità. La donna non è più la vergine sprovveduta, ha un vissuto importante, esperienze anche dolorose alle spalle che l’hanno fortificata. Lui non è più il maschio dominatore con tendenze sadiche e anche nei casi in cui sia ancora innegabilmente ricco, potente, virile, non strapazza più le donne disprezzandole maschilisticamente, anzi, nutre profonda stima nei loro confronti, anche se non sempre la dimostra in modo adeguato. Venuta meno la componente “io Tarzan tu Jane” i conflitti vertono su differenze ideologiche, fantasmi del passato, incomprensioni caratteriali, malintesi creati ad arte per allungare il brodo.

Il sesso: di tutto e di più. Anche se gli Harmony classici non possono dirsi romanzi erotici, l’erotismo c’è, seppure soft. Dalla metà degli anni ’90 in poi, la verginità ha smesso di essere un valore aggiunto, anzi…è gradita un po’ di esperienza sul campo non solo da parte del maschio. Il petting la fa da padrone fin dalle prime pagine, si evolve rapidamente in rapporto completo e non si disdegnano descrizioni più o meno velate di sesso orale da entrambe le parti. Mentre in passato la donna restava imbambolata e passiva, con tempeste interiori di cui non mostrava nemmeno un refolo in superficie, ora tende ad essere moderatamente assatanata e spesso non priva di iniziativa. I termini esplicito/volgari sono banditi. Il pisello è definito “proprompente virilità” o più raramente “membro possente”. Si sprecano aggettivi e avverbi che sottolineano la potenza ormonale di questi rocchisiffredi in incognita. La patata è detta “centro della femminilità”, spesso definito “pulsante”. Un pulsante che lui preme spesso e volentieri, anche se in quei casi il premio se lo becca lei. “Orgasmo” e “clitoride” non sono più parole tabù, ma vengono usati con parsimonia. Naturalmente, la differenza la fa sempre e comunque l’amore.

Le eccezioni: non esistendo più limiti, non hanno più ragion d’esistere le eccezioni. A volte si torna all’imbranata deficiente e all’arrogante brutalone, ma pena lo scatenarsi delle donne troppo malate di femminismo da prendere queste storie per quel che sono (storie) e anche per non fomentare un certo ritorno al gusto del sadomaso più morale che fisico, si tende ad evitare tuffi nel passato. Anche nei casi in cui la protagonista appare un concentrato di dolcezza e di bontà, non capita più che si faccia mettere i piedi in testa, anzi, spesso è lei che con le affilatissime armi della gentilezza, fa a striscioline sottili il masculo.

Il peggiore:  impossibile dirlo, per me. Mentre prima ero accanita lettrice nonché acquirente degli Harmony rosa ora li leggo a tempo persissimo e solo se me li prestano, per cui non posso stilare classifiche né attribuire il trofeo a nessun titolo in particolare. Diciamo, in generale, che c’è di peggio. Ma anche di molto, molto meglio.

I must: i già nominati romanzi ambientati nel deserto, quelli in cui lei si innamora del suo capo e quelli la cui storia si sviluppa nel periodo natalizio. O sabbia, o scrivania, o palle. O tutto insieme.

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Darwin e gli Harmony (prima parte)

Ogni cosa subisce una trasformazione. E questo ce lo insegna la fisica. Molte cose subiscono un’involuzione. E questo ce lo insegna la vita. Ma anche le tette. Alcune cose subiscono un”evoluzione. E questo ce lo insegnano Darwin e i libri Harmony (i riferimenti sono alla serie Harmony Rosa). Vediamo in che modo.

Gli Harmony ieri:

Lui: ricco (a volte con un passato da povero) imprenditore, faccendiere, scrittore, artista, alto, bello, o in alternativa, troppo maschio per essere definito classicamente bello. Tenebroso dal fisico prestante. Nelle storie più sofferte ha un difetto fisico, preferibilmente la cecità (e ritorna Jane Eyre), a volte la zoppìa. La guarigione, in questi casi, è frequente ma non garantita, ma ciò non cambia di una virgola il suo fascino magnetico e predatore. Preferibilmente moro con gli occhi grigi, naso aquilino, mento volitivo, labbra sottili un po’ crudeli, mascella squadrata. Peloso, vagamente truzzo, con fascino latino anche se è nato in Norvegia. Ma non è mai nato in Norvegia in quanto è spesso americano o inglese. Talvolta spagnolo o messicano o rom. Raramente di altre etnie e/o nazionalità. Ha come minimo 10 anni più di lei, E’ SEMPRE arrogante, molto intelligente, astuto e capace di leggere nel pensiero di quella scema che diventerà l’amore della sua vita, tranne per il fatto che fino all’ultima pagina non capisce che lei lo ama fin dalla prima volta che si sono visti. E’ un concentrato di virilità, ha una sensualità esplosiva, un passato pieno di amanti favolose ma è sessualmente trattenuto con la scema di cui sopra. La rispetta, ma solo nella misura in cui non se la porta a letto. Per il resto la umilia, la sbeffeggia, la bacia con passione ma poi sogghigna cinicamente palesando indifferenza. Solo alla fine si scopre che anche lui la ama dal primo momento in cui l’ha vista, ma poiché in passato è stato A) tradito da una zoccola che incidentalmente aveva sposato B) umiliato da una zoccola sposata con un altro C) deluso da tutte le donne che erano solo interessate ai suoi soldi quindi erano zoccole D) ingannato da una che era tale e quale alla scema ma in realtà era una zoccola… dunque per uno a caso di questi motivi, non è mai riuscito a fidarsi della protagonista.

Lei: bellissima o molto di rado stile Jane Eyre, quindi di fondo cessa ma con vivida bellezza interiore. Nei casi in cui è cessa, ha una femminilità sottile che sboccia quando incontra lui (detta altrimenti: voglia di pisello). E’ nella stragrande maggioranza dei casi vergine, povera (a volte con un passato da ricca), assolutamente soggiogata dalla schiacciante mascolinità del brutalone che la rimbambisce al primo sguardo. Succube, debole, con un passato da orfana maltrattata, da cenerentola vituperata o da ereditiera viziata che si è trovata sul lastrico dall’oggi al domani. Ha un fisico snello e flessuoso, vita sottile, seni piccoli ma sodi, capelli lunghi quasi sempre biondi. E’ SEMPRE nativa del Regno Unito o degli USA. Ha avuto al massimo qualche filarino e talmente inesperta che per lei il bacio alla francese è quello con la erre moscia. Appena scopre quanto è piacevole, diventa automaticamente zoccola inside, ma nasconde con pudore i suoi istinti ferini nel timore che lui la giudichi male. Il lato oscuro del suo carattere si manifesta a circa dieci pagine dalla fine quando, stanca di essere trattata come la scema che è, sparisce dalla vita del tipo non lasciando tracce. Solo nel rush finale, quando lui si prostra ai suoi piedi quasi in lacrime dichiarando di amarla e con il brillocco pronto da infilarle al dito, lei magnanimamente lo perdona. E poi gliela dà, ma questo si sa ma non si dice.

L’altra: è perfida, malvagia, ninfomane, falsa come giuda, sexy all’inverosimile, veste abiti stretch, tacchi alti, si trucca pesantemente, ha i capelli neri o rossi e non è MAI vergine. In una parola è zoccola.

L’altro: non c’è quasi mai. Quando c’è, è il tipico ragazzo della porta accanto, morto di seghe (sottinteso), piuttosto timido, imbranato, povero, racchio o efebico. Quasi sempre è innamorato della scema che lo friendzona spietatamente. In sporadici casi si rivela avere disturbi psichici, manie, un doppio volto, un carattere terribile. Quasi sempre scompare nel nulla, sconfitto. In una parola è uno sfigato.

Il punto di vista: quasi sempre ogni vicenda si sviluppa dal punto di vista di lei. Chi legge il romanzo sa fin dall’inizio vita, morte e miracoli della protagonista. Le sue emozioni, i suoi palpiti, vengono minuziosamente descritti e sviscerati mentre lui rimane una figura misteriosa, dei cui sentimenti non si sa nulla. Questo permette un’identificazione perfetta con la donna e causa pesante frustrazione e irritazione verso il maschio, di cui si subisce però anche, masochisticamente, il fascino.

La dinamica di coppia: lui domina lei per 140 pagine. Nelle restanti cinque si scoprono tutti gli altarini già delineati nei profili su riportati. Lui non è cattivo. Lo sembra perché ha molto sofferto. Lei non è scema. Lo sembra perché lui fa il cattivo. Lui non è arrogante. Lo sembra perché non vuole mostrare la propria fragilità. Lei non è debole. Lo sembra perché lui fa l’arrogante. Lei lo sorprende in mille atteggiamenti compromettenti con l’altra, che spesso è una ex amante, e solo dopo mille peripezie si scopre che sono stati tutti grossi equivoci (la tipa vede la zoccola che esce in piena notte dalla sua camera da letto nuda? sì, ma si saprà poi che lui non c’era! la tipa vede la zoccola che si china a baciarlo appassionatamente sulle labbra mentre è steso sul divano? sì, ma infine si svelerà che lui era privo di sensi; ecc ecc.). Lui è sicuro che lei sia troppo pura per volere uno tanto più vecchio e pieno di amarezza e trova mille prove di questa sua convinzione. Un calvario.

Il sesso: praticamente assente (o presente solo in modo pudìco se i due per qualche strano motivo si sposano prima della fine della storia) la copulazione completa. Verso la fine degli anni ottanta a volte ci si spinge al petting.

Le eccezioni: in qualche romanzo lei incontra lui cinque o sei anni dopo averlo conosciuto e aver tentato di sedurlo provocandone l’ostracismo. In quel lasso di tempo lei resta vergine, lo continua ad amare e teme la sua vendetta. Lui diventa ricco, bono e spietato al pari del conte di Montecristo. Il finale non cambia: anche lui l’ha sempre amata e l’ha già perdonata da tempo, ma non si sa bene perché non glielo fa capire se non in zona cesarini. In rare storie lei ha un carattere volitivo e lui, pur arrogante, è simpatico. Sono gli Harmony Rosa di genere commedia, i più originali se di originalità si può parlare nel campo della letteratura femminile di questo tipo. Qualche volta lei non è vergine, perché vedova (ma il suo matrimonio non è stato felice) oppure perché il tipo tenebroso ha colto il fiore della sua illibatezza sparendo nel nulla subito dopo e facendo la figura del vigliacco. Naturalmente anche per questo alla fine si trova sempre un motivo più che valido e che vede entrambi vittime delle circostanze o di malvagi figuri di contorno.

Il peggiore:  “Amanda al ballo”. Lei è bellissima e scemissima. Lui è bellissimo e cattivissimo. Lei, pur affetta da ninfomania (ma solo con lui!), non gliela dà nemmeno a morire e lo porta a un punto di frustrazione tale che lo porta a dire: ti sposo perché non me la dài ma tanto non ti amerò mai perché l’amore non esiste.  Si sposano, fanno quel che devono fare, lei ha un bambino e lui continua a trattarla come l’ultima delle donne. Finché un giorno non torna a casa e scopre che lei ha preso baracca, burattini vestiti e figlio e se n’è tornata da mammà. Allora impazzisce, corre dalla suocera sbraitando come un ossesso che lei gli appartiene e bla bla. Fin qui tutto normale se non fosse che la deficiente quando vede il marito disperato cade dalle nuvole: le non lo aveva affatto lasciato perché lo ama troppo! Era semplicemente in visita dalla madre (con cui comunque si lamentava perché lui la trattava male). Si viene dunque a sapere che i vestiti erano stati tolti dall’armadio dalla donna di servizio che, stanca di vedere soffrire la decerebrata voleva far credere allo zoticone l’impossibile: che avesse un minimo di cervello. Alla fine, lei, felice e contenta torna con lui alla casa coniugale, lo bacia appassionatamente e gli ripete per la millesima volta “Ti amo”. Al che lui risponde “Anche io. Credo“. Tutto molto cattolico.

 

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Io, come lei.

Fin da quando sono nata tutti hanno detto che assomiglio a mio padre. Mi raccontano che, quando l’ostetrica uscì dalla sala parto e mi mise in braccio alla mia nonna materna, lei mi guardò, sorrise e poi mi “passò”  tra le braccia della consuocera, madre di mio papà, dicendole “Tieni, Maria. E’ “roba” tua”. In effetti, fisicamente, ho ben poco di mia madre. Non ho la sua altezza, né i suoi occhi, che sono azzurri e a pallucca come quelli di papà. Non ho i suoi capelli: lei li aveva lisci e sottili, i miei sono mossi, pesanti e voluminosi. Non ho la sua bocca, né la forma del viso. Lei, seno piccolo e fianchi rotondi. Io, tettona e con il bacino stretto. Nessun colore in comune, forse qualcosa nel tipo di naso, ma nemmeno tanto.

Il carattere poi, non ne parliamo. Lei forte, a tratti dura. Mai un cedimento emotivo, non perché non provi emozioni, ma per una sorta di naturale e schivo riserbo che le impedisce di mostrare debolezza e di trasmettere preoccupazione. Lei, che non ho quasi mai visto piangere, se non di rabbia quando, con l’anca malandata, non riusciva più a fare i lavori di casa con la stessa abilità di prima. Lei, fatalista tendente all’ottimismo. Spietata con le paure degli altri nel tentativo di nascondere il fatto che lei stessa ha paura. Lei che, quando mi sono separata, quando ero ammalata, quando piangevo di dolore e autocommiserazione, mi strapazzava per farmi reagire. Lei, che non ha mai capito che con me la linea dura non funziona, ma continua ad usarla perché è l’unica che conosce. Lei, la sua dedizione alla famiglia, la sua pazienza, la sua testardaggine, la sua superbia, la sua dolcezza, il suo non chiedere mai scusa e il suo non pretendere mai quelle degli altri. La sua incapacità di provare rancore per torti gravi e quella di perdonare sciocchezze. 

Ho quasi cinquant’anni, mio figlio ne ha diciotto e non mi somiglia per niente, se non fisicamente. Non somiglia nemmeno al padre, a volte mi domando da quale strano miscuglio di elementi genetici sia uscito fuori. Ora io sono la mamma: quella che si preoccupa troppo, quella che dice “studia”, quella che parla a sproposito, che strilla, che si incazza e poi si scazza. Sono la mamma ansiosa ma indipendente; timorosa ma permissiva quanto. Insistente e complice, la mamma figa e rompipalle. Completamente diversa, ancora una volta, dalla mia.

Eppure…nei gesti quotidiani, nei modi di dire, nei comportamenti, in una serie di sfumature che vanno al di là del contesto di vita e dell’imprinting, dell’abitudine e dell’involontaria imitazione, io scopro ogni giorno e ogni giorno di più quanto io assomigli a mia madre. Nel rapporto con mio figlio e nel rapporto con lei, che, nella naturale meccanica che fa girare la ruota della vita, subisce sempre più spesso un ribaltamento dei ruoli che mi vede più protettiva nei suoi confronti. Un certo modo di carezzare i capelli, di affacciarmi ad una stanza senza motivo solo per vedere se chi c’è dentro sta lì e sta bene. L’intonazione nella voce nel rivolgere domande o nel porgere risposte. Persino le intuizioni, i pensieri, certi scatti nervosi, la tendenza a mostrare meno i sentimenti per non contagiare il malumore. Se il carattere resta più simile a quello di mio padre, le dinamiche con cui si manifesta si sovrappongono a quelle di mia mamma. A volte persino alcune espressioni del mio volto colte nell’immagine che mi rimanda lo specchio su cui mi soffermo raramente, mi evocano le sue espressioni.

Non mi sento deprivata dalla mia personalità, snaturata nel mio carattere. Sono sempre la stessa, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti, figa e rompipalle. Madre di mio figlio, figlia di mio figlio, figlia di mia madre, madre di mia madre. Da sempre e per sempre io. Io, come lei.

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Ritrovarsi…

…mi sembra il titolo più adatto per questo nuovo post che arriva a più di quattro mesi di distanza dal precedente. Voglio raccontarvi una piccola storia…

Avevo 5 anni quando conobbi M. Ci accomunavano l’età, gli occhi azzurri e l’origine nordica. Mia madre piemontese, i suoi genitori lombardi. M. era una bambina seria, un po’ timida, caratterialmente diversa da me. Forse per questo andammo subito d’accordo. Pur vivendo nello stesso paese, abitavamo a diversi chilometri di distanza, per cui non ci vedevamo spesso. Le nostre mamme non erano propriamente amiche, ma si incontravano di tanto in tanto a casa di un’amica comune, ed io e M. giocavamo insieme.

Il primo giorno di scuola elementare non conoscevo nessuno dei miei nuovi compagni di scuola. Mi guardavo intorno un po’ smarrita, tesa per la prima vera separazione da mia madre, ostentando un’ aria distaccata e sicura di me che non mostrava i sentimenti che mi si agitavano dentro. Poi, tra tutti quei visi sconosciuti, riconobbi quello di M. Ci salutammo, o forse no. La mia apparente sicumera nascondeva una grande timidezza (forse più grande della sua), che mi faceva temere (mi accade anche ora, talvolta) di non essere gradita e accettata. Ricordo ancora che mi alzai per andare a gettare qualcosa nel cestino della carta straccia, e alzando gli occhi incrociai quelli di M., che mi sorrise e mi fece un cenno, per farmi avvicinare a lei. Non so se lo chiedemmo noi alla maestra, o se fu sua iniziativa, fatto sta che ci mise al banco insieme. Così si rafforzò il nostro rapporto e per tre anni fummo “amiche del cuore”, inseparabili. Ma la vita unisce e la vita separa, e in questo caso, fu sempre la maestra ad intervenire. Considerò che il nostro rapporto era troppo esclusivo, si mise in mente che forse questo avrebbe ostacolato il legame con gli altri bambini e in quarta elementare decise arbitrariamente che non potevamo più essere compagne di banco. Fu un dispiacere per entrambe, ma la parola della maestra ai miei tempi era legge e non ci rimase che accondiscendere. Naturalmente io e M. continuammo a frequentarci anche fuori da scuola. Andavo io più spesso da lei, facevamo i compiti e a merenda sua mamma ci preparava il budino al cioccolato, che divoravamo ancora tiepido, perché ci piaceva di più così. Passarono gli anni delle elementari, ci ritrovammo nella stessa classe in prima media. Poi lei andò via: con i suoi genitori tornò in Lombardia. Mi regalò la sua collezione di fumetti, ci scambiammo gli indirizzi e continuammo ad essere amiche per posta. Niente internet, niente cellulare…il telefono si usava solo per chiamate “importanti”. M. e io non ci perdemmo di vista per più di dieci anni, anche se le lettere si diradavano sempre più. L’ultima sua comunicazione la ricevetti quando nacque Lollo: mi spedì un biglietto di auguri scritto con la sua grafia minuta e ordinata, così tanto diversa dalla mia, caotica e angolosa.

Qualche anno più tardi venni a sapere che il suo papà, signore gioviale e generoso, era mancato dopo una lunga malattia. Il suo numero non era in elenco. Non sapevo se avesse cambiato caso. Non osai scriverle e di lei non seppi più nulla.

Nell’era dei social network, mi iscrissi al famigerato Facebook, e il suo fu uno dei primi nomi che cercai, inutilmente. A quanto pareva, M. si era sottratta alla febbre dei messaggi istantanei e della condivisione di status di poca importanza. Non avevo grandi speranze di rintracciarla.

Un paio di mesi fa, quasi per caso, digitai il suo nome completo su Google, e si visualizzò un link che mi rimandava ad un noto sito per lo sviluppo di contatti professionali. La zona corrispondeva, la professione anche…poteva essere davvero lei! Le mandai una richiesta di contatto e pochi giorni dopo mi arrivò una risposta…”Sei proprio tu? La ragazza con cui sono cresciuta?”.

Da allora ci siamo scambiate numerose email. Ci siamo raccontate le nostre vite, le nostre esperienze, abbiamo cercato di colmare un buco temporale durato quasi vent’anni. E’ stato un po’ come riaprire la stanza abbandonata di una casa familiare e sempre accogliente, e ritrovare intatti gli oggetti, i ricordi, le emozioni lasciate lì, ma mai dimenticate. E’ stato bello scoprire che siamo cambiate, ma siamo anche le stesse. Che nonostante la distanza l’affetto è rimasto intatto e la voglia di raccontarci è tornata più forte e più matura di prima.

La vita unisce, la vita separa. E qualche volta la vita permette anche di ritrovarsi.

C’è qualcosa di nuovo nell’aria?

Capitava a sera, inaspettatamente, e qualsiasi sera poteva essere buona: in particolare quelle brumose, più fredde che umide, che cominciano ad arrivare dopo la metà di ottobre, a proclamare a gran voce che, a dispetto delle temperature tiepide del giorno, l’autunno ha preso pieno possesso della sua dimora e si sta preparando ad accogliere lentamente l’inverno. Capitava che nell’aria, all’improvviso, si sentisse un profumo particolare, un’armonia di essenze che mescolava foglie secche e fumo di legna, nebbia ed erba bagnata, con una punta di freddo puro, asciutto, in sottofondo. Capitava che in quel momento, chiudessi gli occhi, inspirassi profondamente e senza nessuna premeditazione, la mia mente pensasse “Natale”. Non c’erano collegamenti reali, concreti. Non avevo bisogno dei festoni colorati, della pubblicità del pandoro, del muschio. Bastava la luce arancione di un lampione, un refolo di vento, un soffio di nebbia, un suono lontano di natura non definita. E non importava se stessi salendo in macchina, uscendo da un negozio, chiudendo un portone o andando al lavoro. “Natale” era già lì, in quell’aria più fredda che umida, in quell’odore di sottobosco che a sorpresa raggiungeva anche la strada più trafficata.

Di anno in anno, questa personalissima epifania è arrivata sempre più tardi nella mia vita. Perché ho smesso di crescere e ho cominciato ad invecchiare? O perché le difficoltà sono diventate sempre più numerose e hanno stemperato la magia e l’attesa di qualcosa che ha per me sempre meno senso? Quest’anno, quel giorno qualsiasi, inaspettato, non è ancora arrivato, sebbene le Feste siano alle porte. Eppure, non smetto di sperare che una sera, all’improvviso, io possa chiudere gli occhi per un attimo, respirare a fondo un profumo indefinibile, e che la mia mente, nonostante tutto, possa di nuovo pensare “Natale”.

Io e Dio

Da piccola avevo fede. Quella fede un po’ stile Ikea, preconfezionata, ereditata per tradizione dai miei genitori e dai miei nonni. Andavo sovente a Messa, facevo la Comunione dopo essermi confessata, dicevo le preghiere e quelle cose lì. Poi accadde qualcosa.

Una domenica mattina di luglio, uscii per incontrare un’amica. Non la trovai e decisi di fare la brava ragazza e andare a Messa. Avevo diciannove anni suonati, non avevo mai avuto nemmeno un ragazzo, non sapevo baciare ma avevo la quarta di reggiseno. Indossavo un top di cotonina rossa a fiorellini bianchi che mi aveva cucito mia madre un paio di anni prima. Forse mi andava un po’ stretto, e il decolleté era in evidenza. Osai, sottolineo osai, presentarmi al parroco per prendere la Comunione, ma il prete ritrasse la mano e disse a voce alta e con sguardo severo che non era quello il modo di presentarsi nella casa del Signore. Al principio non capii che ce l’aveva con me, poi vidi tutti gli altri, in fila per comunicarsi, che mi guardavano. Mi tirai indietro, vergognosa, ma alla fine il sacerdote mi fece la carità di darmi l’Ostia. Io tornai al banco, assistetti alla fine della cerimonia, e intanto mi guardai intorno. C’era la signora che vestiva quotidianamente con scollature e minigonne e tradiva notoriamente il marito con numerosi uomini. Ma aveva un velo sulla testa, e il prete le diede la Comunione senza indugio. C’era il tipo che, si sapeva, viveva di furtarelli, riciclava pezzi di macchine rubate e bestemmiava come un turco. Ma aveva la cravatta, e prese l’Ostia consacrata. C’era la donna regolarmente sposata che aveva abortito più volte, perché per lei l’aborto era un metodo contraccettivo migliore di altri. Ma aveva il tailleur, e il prete non ebbe da ridire. Io uscii dalla Chiesa con il mio scandaloso top di cotonina e smisi di andare a Messa e di prendere la Comunione. Perché pur credendo ancora nell’Eucarestia, avevo smesso di credere che un prete, un uomo, potesse lavare i peccati come uno straccetto sporco, e ridarmi l’anima immacolata, ma solo a patto che dopo avermi controllato la scollatura avesse giudicato decente la sua ampiezza. Perché pur pensando ancora che Dio potesse esistere, pensavo che Lui, e solo Lui, avrebbe potuto dirmi se ero degna o meno di entrare nella Sua casa terrena. Forse perché avevo capito che i miei errori, passati presenti e futuri, non potevano essere passati al setaccio da chi di errori ne fa altrettanti restando spesso impunito, o smacchiato con la candeggina da una frettolosa benedizione.

Cominciai a leggere, a informarmi, ad aprire gli occhi. Ancora oggi, dopo più di un quarto di secolo, tengo gli occhi aperti e questo ha determinato un progressivo allontanamento dal Credo della mia infanzia, pur mantenendo alcuni comportamenti che a quel Credo ancora si collegano. A volte il mio bisogno di spiritualità si sente frustrato dall’esistenza delle religioni. Rispetto chi le pratica, ma io non mi sento più di definirmi cattolica, perché, oggettivamente, non vivo secondo le regole della Santa Romana Chiesa. Lo so, un sacco di cattolici fanno come me, e si considerano comunque credenti, devoti e fedeli. Io non ci riesco. La mia coscienza, o quel che ho al suo posto, e la mia coerenza, me lo impediscono. Continuo a credere, o a provare a credere, a Dio. Gli parlo, a volte con un po’ di sfacciataggine, senza mancarGli di rispetto perché tento di non mancare mai di rispetto agli altri, figuriamoci a Qualcuno che non conosco personalmente. Talvolta mi stanco, mi arrabbio, protesto per le ingiustizie del mondo. Talaltra espongo i miei dubbi, sperando che qualcosa possa accendersi dentro di me, aiutandomi a capire meglio cose che la ragione non arriverà mai a comprendere. Conosco credenti di tante religioni, atei, scettici, ateotelici, agnostici. Da tutti imparo qualcosa, non cerco di convincere nessuno e da nessuno mi faccio convincere, non perché abbia conquistato la Verità Assoluta, ma semplicemente perché quello della Fede (non necessariamente religiosa) è per me un percorso da compiere dentro sé stessi e non attraverso proselitismi o prediche. Non sono pacificata, ma sono me stessa.

Leggevo ieri l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo, “Fosse ‘a Madonna!” e mi ha colpito un passo che vi riporto: “Ma in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella Sua esistenza e non ci pensa più”.

Viaggio nel tempo

Sale sulla metro alla stazione successiva la mia. Somiglia a Tilda Swinton, è giovane, sottile, ha la pelle bianchissima e i capelli rossi. Mi colpisce la sua espressione disperata. La seguo con lo sguardo finché non si siede di fronte a me, qualche posto più in là. Il viso le si contrae in una smorfia. Piange. Poi si ricompone, per ricominciare subito dopo. Si apre una porta sul passato, rivedo me stessa quel giorno di ottobre di 25 anni fa, anche io a Roma, anche io su un mezzo pubblico. Non era la metro, ma un autobus; non somigliavo a Tilda Swinton, molto meno charmante; non avevo i capelli rossi che invece ora ho; ma ero disperata. Sugli autobus avevano già installato le obliteratrici, ma c’era ancora, vestigia del passato, il posto un tempo riservato al controllore. Io ero appoggiata lì, piangevo senza ritegno, e una ragazza mi chiese se stavo male. “Problemi di cuore”, risposi, guadagnandomi un sorriso comprensivo e partecipe. Avevo appena lasciato il mio primo amore, non perché non lo amassi, ma perché lui non amava me. La porta sul passato si chiude, guardo di nuovo la ragazza che cerca disperatamente di contattare qualcuno al cellulare, nelle brevi soste del treno nelle stazioni, perché durante i tragitti non c’è segnale. Nessuno sembra accorgersi del suo dolore, nemmeno la suora dall’aria annoiata che le siede accanto. Nessuno le chiede se sta male. Resisto all’impulso di avvicinarmi, potrebbe non gradire la mia intrusione. Vorrei chiederle se piange per amore. E dirle che se così fosse quelle lacrime si asciugheranno presto, per lasciare posto ad altre lacrime, che si asciugheranno presto. E così via. E dirle che sono altre le lacrime che non si asciugano. Alcune di esse dobbiamo ancora piangerle. Altre, le più dolorose, non le piangeremo mai.