Una “carica” di affetto

Qualche settimana fa non mi è partita la macchina, perché mi era “partita” la batteria. Non avendo…ehm…liquidità a disposizione, ho rimandato l’acquisto del pezzo nuovo ripiegando su una batteria di fortuna (molto di fortuna, visto che era più stretta e più alta di quella che avrebbe dovuto essere) gentilmente prestata da un amico del mio ex maritozzo.

Ieri l’altro, mi ha chiamata al telefono un amico che definire amico sarebbe come definire appena passabile Brad Pitt, che era al corrente del momentaneo rimpiazzo e, tra una notizia e l’altra, ha chiesto aggiornamento sulla situazione. Aggiornamento che non c’era visto che ero ancora a corto della suddetta liquidità. Insomma, si discorreva del più e del meno, più del meno che del più, quando costui mi fa “Scusa, devo interrompere la telefonata, ti richiamo tra un minuto”. Perplessa e sul punto di dirgli che potevamo sentirci in un altra occasione, magari in un momento in cui non fosse stato in altre faccende affaccendato, sono rimasta lì con il cellulare appeso, perché lui aveva già riattaccato. Dopo pochi secondi mi ha richiamata come promesso. 

“Sei ancora per strada?”

“Sì, sono ferma dove stavo prima, in Via Tal dei Tali”

“Allora, fai una cosa, tanto non sei distante. Vai dall’elettrauto Tal dei Talaltri. C’è la batteria per la tua macchina pronta per essere montata”.

Mi è caduta la mascella per la sorpresa. Ho vagamente protestato, non troppo perché so con certezza che troppe moine lo disturbano e che l’unica cosa che potessi dire per fargli piacere era “Ma tu sei matto!”. Infatti gliel’ho detto e ho aggiunto che accettavo il regalo solo a patto che valesse come dono di Natale/compleanno (che per me, chi mi conosce lo sa, coincidono). Ha borbottato un “sìsìsì va bene, ora vai”. E dunque sono andata dall’elettrauto dove, sopresa!, ho trovato anche lui. Così, terminato il montaggio della batteria sulla mia vecchia carretta, l’ho invitato al bar per offrirgli qualcosa come ringraziamento. Ha accettato e…che ve lo dico a fa’? Ha pagato lui pure lì!

‘nsomma…Brad Pitt è appena passabile e lui è un amico 🙂

BATTERIA HEART

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Masterschif

Con l’avvento dei social, si moltiplicano esponenzialmente proliferando come acari su un tappeto polveroso la foto di manicaretti. A volte tratte da siti di cucina, ma il più delle volte risultato delle alacri mani del “postatatore”, primi, secondi, dolci, minestre e papponi occhieggiano da tanti diari raccogliendo plausi e like.

Io no. Cucino in modo mediocre ma probabilmente anche se fossi uno chef pluristellato, qualunque cosa voglia dire, non lo farei. Uniche eccezioni: alcune torte di compleanno che ho fatto per Lollo e, lo dico con orgoglio, pure quelle venute male, perché non volevo (tanto) spararmi le pose quanto festeggiare simbolicamente i genetliaci dell’erede.

Sabato scorso per la prima volta ho fatto i ravioli. Tutti io, dalla pasta al ripieno di ricotta e spinaci. Sono venuti male, nel senso che erano brutti anzichenò, ma ne ero talmente fiera, soprattutto per la fatica spesa, che ho fatto una bella foto del vassoio con su il mio bel chiletto di ravioli sbilenchi. Crudi, perché cotti…non riesco a pubblicare nessuna foto di cibo cotto. Come dice la mia amica Teresa, ogni cibo casalingo, per quanto bello e magari anche buono, in foto dà l’idea del mappazzone informe. So che in molti non condivideranno questa idea, ma concordo con Teresa. Ma torniamo ai ravioli. Ero troppo contenta e ho peccato di orgoglio. E i peccati, come dice Santa Romana Chiesa, si pagano.

Il giorno dopo, mi alzo pimpante pregustando il figurone che le mie creature faranno a tavola, ma…Horribile visu! In modo decisamente maldestro, anziché lasciarli belli sparsi sul vassoio, li avevo incautamente sovrapposti e, vedendo che erano già belli asciutti, li avevo infilati in frigo per non fare inacidire il ripieno. Ma la ricotta ha un umidità retroattiva. Nel senso che il raviolo asciutto verrà nuovamente bagnato, nel tempo, dall’infingarda ricotta, che ammollerà schifosamente la pasta all’uovo, determinando il famigerato “effetto colla”.

Per farla breve: i miei ravioloni si erano penosamente appiccicati l’un l’altro, come cozze agli scogli. C’è voluta la manodiddio per riuscire a salvarne (deformandoli nell’azione di scollamento) almeno tre porzioni, mentre altri hanno dovuto arrendersi al decimonono principio della termostatidinamica: i ravioli incollati tra loro spesso sono come Romeo e Giulietta, restano uniti fino alla morte.

In buona sostanza, domenica ho mangiato i miei ravioli, che erano buoni. Conditi con sugo leggero di pomodoro e spolverati con una buona dose di autocritica mista ad umiltà ritrovata.

Che novità!

Torno su questo vecchio palcoscenico e scopro che per caricare la pagina che permette di scrivere un nuovo post, appare la scritta “beep beep boop”. Già questo mi sembra un dato rilevante e perciò degno di nota.

Non vi racconto nei dettagli cosa mi è successo durante questo anno e mezzo. Sarebbe superfluo perché chi leggeva il blog ora più o meno mi segue su Facebook. Non sempre repetita juvant e questo è uno di quei casi.

Eppure di cose nuove ne sono successe. Ad esempio ho un nuovo lavoro. Ora faccio l’investigatrice privata. Un lapsus calami mi aveva portata a scrivere “investigatrice PRIVA”. Questo aggettivo la dice lunga di come proceda la mia nuova attività, sulla quale per dovere di riservatezza professionale e personale non mi dilungherò.

Un’altra novità è rappresentata dal fatto che sono più vecchia di circa 18 mesi. Questo non mi piace e sembra non piaccia nemmeno a chi mi circonda. Insomma, il tempo che passa si vede, eccome se si vede. Soprattutto perché con gli anni aumentano anche i chili. Non posso dire che sia grassa…opulenta mi sembra il termine più appropriato per descrivere le mie tettone incombenti e la mia pancetta più che botticelliana. E’ chiaro che c’è ancora chi mi vede giovane e magra: quelli più grassi e più vecchi di me, in primo luogo. Quelli che sono obnubilati dall’affetto nei miei confronti in secondo luogo. Gli ipovedenti in terza posizione. Ultimi, per importanza e numero, quelli che ci provano, che sono sempre meno…a dimostrazione del fatto che sono invecchiata e ingrassata.

Poi…Poi…ho conosciuto un’amica. Detta così suona strano, ma è quello che è successo. Una conoscenza virtuale mi ha condotta ad un incontro reale con una donna solare e affettuosa, una scrittrice simpatica e sensibile con cui è stata…empatia a prima vista. Lei è Loredana Limone e siccome non ha ancora uno spazio su Wikipedia, ho taggato il link al suo ultimo romanzo, chissà mai che non la conosciate e non vi venga voglia di fare anche voi amicizia con lei…

E poi dopo…i vecchi amici restano amici. Questo mi dà sicurezza, nostalgia, senso del tempo, mai noia. Qualche persona si è allontanata, ma non dal mio cuore. Altre si sono avvicinate, raramente alla mia anima.

E ancora…il Lollo sta bene. Lolleggia e trolololla come sempre, anche oltre la soglia della maggiore età. Tanto per dire…or ora si è affacciato in soggiorno nudo come un verme, perché in procinto di fare la doccia, per mettere il cellulare in carica. Prima no, dopo no…durante è l’ideale. Del resto, quest’anno avrà gli esami di maturità perciò è ancora nel pieno diritto di comportarsi come un pischello immaturo. Vorrei che qualche volta, quando rivendica la sua indipendenza, se lo ricordasse pure lui. Vorrei vantarmi dei suo meriti a scuola ma non lo farò. Sia perché i panni puliti si stendono in famiglia. Sia perché lui potrebbe tirarmi lo stendino in testa se lo facessi.

Ooooh. E poi c’è il capitolo “vita sentimentale”. Fine (cit. Sio).

E poi…basta. Basta e avanza per ora. Questo è un post generico e spero non sporadico. Dipende tutto da me e dai che mi verrà voglia di comunicarvi. In genere compongo dei post meravigliosi nei cinque minuti che precedono il sonno e come accade ai più il mattino dopo li ho belli che dimenticati. Magari la prossima volta mi segno due appunti…

Ritrovarsi…

…mi sembra il titolo più adatto per questo nuovo post che arriva a più di quattro mesi di distanza dal precedente. Voglio raccontarvi una piccola storia…

Avevo 5 anni quando conobbi M. Ci accomunavano l’età, gli occhi azzurri e l’origine nordica. Mia madre piemontese, i suoi genitori lombardi. M. era una bambina seria, un po’ timida, caratterialmente diversa da me. Forse per questo andammo subito d’accordo. Pur vivendo nello stesso paese, abitavamo a diversi chilometri di distanza, per cui non ci vedevamo spesso. Le nostre mamme non erano propriamente amiche, ma si incontravano di tanto in tanto a casa di un’amica comune, ed io e M. giocavamo insieme.

Il primo giorno di scuola elementare non conoscevo nessuno dei miei nuovi compagni di scuola. Mi guardavo intorno un po’ smarrita, tesa per la prima vera separazione da mia madre, ostentando un’ aria distaccata e sicura di me che non mostrava i sentimenti che mi si agitavano dentro. Poi, tra tutti quei visi sconosciuti, riconobbi quello di M. Ci salutammo, o forse no. La mia apparente sicumera nascondeva una grande timidezza (forse più grande della sua), che mi faceva temere (mi accade anche ora, talvolta) di non essere gradita e accettata. Ricordo ancora che mi alzai per andare a gettare qualcosa nel cestino della carta straccia, e alzando gli occhi incrociai quelli di M., che mi sorrise e mi fece un cenno, per farmi avvicinare a lei. Non so se lo chiedemmo noi alla maestra, o se fu sua iniziativa, fatto sta che ci mise al banco insieme. Così si rafforzò il nostro rapporto e per tre anni fummo “amiche del cuore”, inseparabili. Ma la vita unisce e la vita separa, e in questo caso, fu sempre la maestra ad intervenire. Considerò che il nostro rapporto era troppo esclusivo, si mise in mente che forse questo avrebbe ostacolato il legame con gli altri bambini e in quarta elementare decise arbitrariamente che non potevamo più essere compagne di banco. Fu un dispiacere per entrambe, ma la parola della maestra ai miei tempi era legge e non ci rimase che accondiscendere. Naturalmente io e M. continuammo a frequentarci anche fuori da scuola. Andavo io più spesso da lei, facevamo i compiti e a merenda sua mamma ci preparava il budino al cioccolato, che divoravamo ancora tiepido, perché ci piaceva di più così. Passarono gli anni delle elementari, ci ritrovammo nella stessa classe in prima media. Poi lei andò via: con i suoi genitori tornò in Lombardia. Mi regalò la sua collezione di fumetti, ci scambiammo gli indirizzi e continuammo ad essere amiche per posta. Niente internet, niente cellulare…il telefono si usava solo per chiamate “importanti”. M. e io non ci perdemmo di vista per più di dieci anni, anche se le lettere si diradavano sempre più. L’ultima sua comunicazione la ricevetti quando nacque Lollo: mi spedì un biglietto di auguri scritto con la sua grafia minuta e ordinata, così tanto diversa dalla mia, caotica e angolosa.

Qualche anno più tardi venni a sapere che il suo papà, signore gioviale e generoso, era mancato dopo una lunga malattia. Il suo numero non era in elenco. Non sapevo se avesse cambiato caso. Non osai scriverle e di lei non seppi più nulla.

Nell’era dei social network, mi iscrissi al famigerato Facebook, e il suo fu uno dei primi nomi che cercai, inutilmente. A quanto pareva, M. si era sottratta alla febbre dei messaggi istantanei e della condivisione di status di poca importanza. Non avevo grandi speranze di rintracciarla.

Un paio di mesi fa, quasi per caso, digitai il suo nome completo su Google, e si visualizzò un link che mi rimandava ad un noto sito per lo sviluppo di contatti professionali. La zona corrispondeva, la professione anche…poteva essere davvero lei! Le mandai una richiesta di contatto e pochi giorni dopo mi arrivò una risposta…”Sei proprio tu? La ragazza con cui sono cresciuta?”.

Da allora ci siamo scambiate numerose email. Ci siamo raccontate le nostre vite, le nostre esperienze, abbiamo cercato di colmare un buco temporale durato quasi vent’anni. E’ stato un po’ come riaprire la stanza abbandonata di una casa familiare e sempre accogliente, e ritrovare intatti gli oggetti, i ricordi, le emozioni lasciate lì, ma mai dimenticate. E’ stato bello scoprire che siamo cambiate, ma siamo anche le stesse. Che nonostante la distanza l’affetto è rimasto intatto e la voglia di raccontarci è tornata più forte e più matura di prima.

La vita unisce, la vita separa. E qualche volta la vita permette anche di ritrovarsi.

Grazie

Questo è un post speciale, dedicato a persone speciali.

Ti ringrazio

per la calza della Befana appesa alla maniglia della porta

per non esserti dimenticato di me neppure nel dolore che vivi

per la fiducia che mi hai dimostrato, rischiando pur di non perdermi

per i tuoi capelli pieni di vita e di energia

per la tua mano sulla mia mentre cerchi di rassicurarmi

per le tue dichiarazioni inaspettate in momenti inaspettati

per le canzoni urlate nelle serate a tu per tu

per la tua amicizia non programmata

per le parole gentili e la disponibilità del tutto gratuita

per il tuo sms il giorno del mio compleanno

per la simpatia che mi dimostri nonostante il tuo caratteraccio

per avermi perdonata anche quando non lo meritavo

per esserci nonostante tutto

per il dispiacere che hai provato quando mi hai salutata

per il tuo sorriso malinconico ma sempre pieno di calore

per la comprensione non pidocchiosa che mi dimostri

per il tuo profumo sottile e sensuale

per la tua capacità di farmi ridere

per le tue prese in giro piene di amore

per la tenerezza che non smetti mai di suscitarmi

per il calore con cui mi hai riaccolta nella tua quotidianità

per la festa che mi hai regalato

per tutto il bene che mi vuoi anche quando mi fai arrabbiare

per il tanto che rappresenti anche quando non ci sei

per il tutto che sei anche se non lo sai

per il fatto che continui a leggermi anche se questo post non è dedicato a te.

C’è qualcosa di nuovo nell’aria?

Capitava a sera, inaspettatamente, e qualsiasi sera poteva essere buona: in particolare quelle brumose, più fredde che umide, che cominciano ad arrivare dopo la metà di ottobre, a proclamare a gran voce che, a dispetto delle temperature tiepide del giorno, l’autunno ha preso pieno possesso della sua dimora e si sta preparando ad accogliere lentamente l’inverno. Capitava che nell’aria, all’improvviso, si sentisse un profumo particolare, un’armonia di essenze che mescolava foglie secche e fumo di legna, nebbia ed erba bagnata, con una punta di freddo puro, asciutto, in sottofondo. Capitava che in quel momento, chiudessi gli occhi, inspirassi profondamente e senza nessuna premeditazione, la mia mente pensasse “Natale”. Non c’erano collegamenti reali, concreti. Non avevo bisogno dei festoni colorati, della pubblicità del pandoro, del muschio. Bastava la luce arancione di un lampione, un refolo di vento, un soffio di nebbia, un suono lontano di natura non definita. E non importava se stessi salendo in macchina, uscendo da un negozio, chiudendo un portone o andando al lavoro. “Natale” era già lì, in quell’aria più fredda che umida, in quell’odore di sottobosco che a sorpresa raggiungeva anche la strada più trafficata.

Di anno in anno, questa personalissima epifania è arrivata sempre più tardi nella mia vita. Perché ho smesso di crescere e ho cominciato ad invecchiare? O perché le difficoltà sono diventate sempre più numerose e hanno stemperato la magia e l’attesa di qualcosa che ha per me sempre meno senso? Quest’anno, quel giorno qualsiasi, inaspettato, non è ancora arrivato, sebbene le Feste siano alle porte. Eppure, non smetto di sperare che una sera, all’improvviso, io possa chiudere gli occhi per un attimo, respirare a fondo un profumo indefinibile, e che la mia mente, nonostante tutto, possa di nuovo pensare “Natale”.