Ma il coccodrillo come fa?
5 febbraio 2010
Avete mai sentito quel modo di dire che recita “piangere lacrime di coccodrillo“? Si usa quando qualcuno si pente falsamente di un comportamento scorretto che avrebbe potuto tranquillamente evitare. A quanto ne sapevo, l’adagio nasceva dal fatto che il coccodrillo piange dopo aver mangiato i propri figli, non già per legittimo rimorso, in verità, quanto per cattiva digestione. Da ciò ne consegue che pensavo che le lacrime del rettilone fossero legate appunto alla scopracciata di rettilini. E non mi sono mai brigata di verificare se questa storia fosse veritiera o una credenza popolare (anche se oggi va più di moda dire “leggenda metropolitana”, trattandosi di coccodrilli, le metropoli le metterei da parte, a meno che non li avvistino nelle fogne).
Qualche giorno fa a “Chi vuol esser milionario” hanno chiesto perché il coccodrillo piange e tra le opzioni c’era anche “per facilitare la digestione”. Ingenua…credevo fosse la risposta giusta. Ma il prode Lollo mi redarguisce “Secondo me è per smaltire i sali in eccesso”. E mi ha tirato in ballo l’ipofisi e non so che altro, per spiegarmi il perché del processo, a suo avviso. Manco a dirlo, ci ha preso lui, anche se non so se in qualche modo c’entri l’ipofisi né se il coccodrillo sia dotato di tale ghiandola. E’ vero anche che i sali si accumulano dopo i pasti, ma pare sia secondaria, come nozione.
La sera dopo, raccontavo al telefono la vicenda all’amico R.
Alianorah: e insomma, non lo sapevo che il coccodrillo piange per eliminare i sali in eccesso.
Amico R.: io sì (“gnè gnè, il primo della classe…”)
A.: e io no! (“maestra! R. mi tira le trecce!”)
R.: però ci potevi arrivare! (“maestra, Alianorah non ha fatto i compiti!”) Pensa a che pelle ha il coccodrillo…non suda, come potrebbe espellere i sali!?
A.: (“maestra, R. fa il saputello!”) ma io non mi sono mai chiesta quale fosse il grado di salinità di un coccodrillo. Non poteva essere che fosse, che ne so…basico?!
R.: … (“maestra, ma questa ci è o ci fa?”)
A.: ah no, basico è il contrario di acido. Vabbè, se non era salino come poteva essere?…Ecco, INSIPIDO! (“maestra, che figura di merda…”)*
* a chimica avevo 4.
Sconsigli per gli acquisti
23 gennaio 2010
Era da un po’ che mi ripromettevo di scrivere un post sugli ultimi capolavori della pubblicità in Italia, ma davvero, sono talmente tanti che sono seriamente in imbarazzo e non so da dove cominciare. Andrò alla rinfusa, se a voi ne vengono in mente altri, riportateli liberamente nei commenti.
LO SCALDASONNO
Una coppia di cretini si gioca a pari o dispari la precedenza ad entrare in un letto gelato e il compito di scaldarlo anche per il partner. Naturalmente, con scaldasonno questo problema non sussisterebbe. Ecco, voi direte: ma perché mai quei due sarebbero cretini? Beh, prima cosa perché vanno a letto mezzi nudi, lei con una sottovestina e lui con una magliettola a maniche corte. Ma un bel pigiama felpato, no? Seconda cosa…vabbè, non avete la coperta elettrica, ma un plaid? un piumone? un’imbottita? Al centro commerciale le trovate anche a 30 euro è una spesa fattibile. Perché cavolo in pieno inverno avete solo il lenzuolino? Ah, già. Sennò non potreste più giocarvi a testa o croce l’entrata nel letto…Ma, detto tra noi…non conoscete qualche altro giochino per riscaldarvi un po’, prima di andare a nanna?
IL BRODO PRONTO
Milly Carlucci suona alla porta di una casalinga (che è poi la tipa che fa anche la pubblicità del Moment Act, la moglie di quello che con la scusa del mal di testa si tromba la tedesca in aereo…ma prima il mal di testa non serviva ad evitarle, certe cose!?). La tipa apre, non si stupisce minimamente di trovarsi di fronte la ballerina sotto le stelle e neppure si stupisce della sua normalissima domanda “Salve, stasera lei ha fatto il brodo?”. E come no, in tutte le case italiane la sera si fa il brodo, chissà come mai in QUELLA casa no. Forse la tipa aveva il mal di testa anche lei. Comunque, senza colpo ferire, la Milly entra in casa, vuota un brick di brodo pronto in una pentola e dopo due secondi sono tutti intorno alla tavola a mangiare i tortellini. E la tipa dice “Ah, mi piace!”. Con un entusiasmo che, se ce ne mette altrettanto quando fa pic poc col marito, si capisce come mai lui si tromba le tedesche in aereo. Intanto, io aspetto che una sera mi si presentino insieme Giovanni Rana e Milly Carlucci: uno mi dà i tortellini, l’altra mi dà il brodo, e ho la cena bella che pronta. E speriamo che alla fine arrivi pure la Clerici col Gran Soleil, così digerisco il tutto.
E appunto: GRAN SOLEIL ALL’ANANAS
Sorvolo per la mia naturale repulsione per ogni preparato al gusto di ananas… Nella pubblicità succitata, Enrico Montesano, che chissà perché fa la parte di un tristissimo ragioniere (o è geometra?) che non farebbe allegria nemmeno a pagamento, bussa alla porta di uno chalet di montagna. E chi ti apre? Nientemeno che la sua vicina di casa di città, Antonella Clerici, più bionda e boccolona che mai. E cosa porta in regalo un ragioniere (o un geometra) in una fredda sera di dicembre, mentre la neve cade copiosa, alle porte del Natale? Un panettone? un torrone? un pandoro? Macché, che noia, che banalità! Un bel cesto di ananas, frutto natalizio per definizione, invernale per antonomasia. Del resto, se in estate fanno il gran soleil al mandarino, cosa potevamo aspettarci? Burp!
LISOMUCIL
Se hai la tosse o il raffreddore o un’altra malattia da raffreddamento, non preoccuparti. La statua di marmo di Nettuno è lì vicino a te con una boccetta di sciroppo in mano. Sulla panchina del parco, per strada, ovunque. E stai sicuro: la tosse ti passerà presto, ma in compenso trascorrerai il resto della tua vita in cura presso i migliori psichiatri del più vicino centro di igiene mentale.
UPDATE: GLI SNACK DELLA FERRERO
E’ chiaro che tutti gli italiani che hanno partecipato alle olimpiadi si nutrono di merendine e snack della ferrero. La figlia di Fiona May ormai viene conservata in frigorifero perché si spara tante di quelle fette al latte che hanno messo la data di scadenza anche a lei. Al figlio della Vezzali, dopo un pomeriggio passato a far finta di giocare a Lady Oscar con la mamma, viene una fame, ma una fame, che quella sciagurata della Valentina per saziarlo gli dà un Kinder cereali e una ciliegia. A cena cosa mangerà questo bimbo? Una minestra di crusca e un’oliva? I figli di Josefa Idem, idem. Non è una ripetizione, ma fanno più o meno quello che fanno gli altri pargoli: vanno a far la spesa con la canoa in testa e poi, dopo intense attività sportive, si stonano di Kinder Delice, che è chiaramente la merenda ideale per due giovanottoni in fase di crescita. E che gli vogliamo dare pane e salame, o una bella stozza di pizza con la mortadella? Troppo colesterolo, meglio gli aromi aggiunti e i conservanti delle merendine confezionate, pergiove!
E stavolta è davvero tutto!
Sigmund, se ci sei, batti un colpo!
14 gennaio 2010
Chi mi segue dai tempi dello spaces, saprà che le mie notti non sono sempre tranquille, non perché mi dia alla pazza gioia, purtroppo, quanto perché spesso i miei sonni sono turbati da sogni che assomigliano più a delle brutte fiction che a degli incubi. E si sa, una fiction, quando è brutta, è peggio del peggiore degli incubi. Recentemente queste turbative oniriche si sono intensificate e non certo perché, come molti di voi staranno già malignando, io mi conceda luculliani cene a base di peperonate, pajata, fritti misti.
Tanto per fare un esempio, sogno spesso di comporre canzoni bellissime, di cui invento lì per lì i testi e con musiche celestiali e commoventi fino alle lacrime. Non mi era successo però che queste canzoni fossero colonna sonora di eventi complessi: l’altra notte ero una donna che durante la seconda guerra mondiale cucinava per i partigiani rifugiati tra le montagne…della Ciociaria. Terra notoriamente piena di montagne piene di partigiani. E nell’attesa dei valorosi combattenti per la Patria, cantavo questa canzone, “Passa il mestolo”, mentre mescevo nelle ciotole una minestra acquosa.
Questo è niente, in confronto al sogno di ieri notte: un technicolor in cinemascope, dolby surround e tutto il resto che canta l’organo, con protagonisti nientepopodimenoche Dustin Hoffman e Merryl Streep, di nuovo insieme dopo “Kramer contro Kramer”. In questa occasione, superate forse le difficoltà coniugali che avevano portato alla loro separazione, vivevano uno strano connubio, ambientato in una casa sull’albero, sulla quale Hoffman, attempato Tarzan, piombava volando su fattispecie di liane.
Non vi angustio oltre e ce ne sarebbe. Ma non posso non concludere con un breve flash sulla cui natura non voglio indagare: un po’ di tempo fa, ho sognato un sensuale bacio alla francese tra Rocco Siffredi e Raimondo Vianello. E ho detto tutto.
P.S. fuori contesto, ma leggete qui. E’ meritevole di attenzione.
Odio il Capodanno
4 gennaio 2010
Non ho fatto il post di buon anno nuovo, perché, come diceva non ricordo più chi, è assurdo augurare un “buon anno”. Ma chi accidenti può mai avere TUTTO UN ANNO buono? Al limite, si può augurare che il primo dell’anno succeda qualcosa di bello, e poi, fiabescamente, ripetersi che se è successo a Capodanno, succederà per tutto l’anno. Per questo ho “parlato con il sesso del 2010″, una di quelle geniali applicazioni di Feisbuc che ti permettono di sorridere o di deprimerti di più, a seconda che tu sia allegro o depresso già di tuo. Il responso è stato “Chi scopa a Capodanno, scopa tutto l’anno. E tu scoperai a Capodanno”. Beh, non ci crederete, quasi non ci credo nemmeno io, ma ci ha azzeccato in pieno. Infatti, il pomeriggio del primo Gennaio, mi è toccato scopare il pavimento della sala da thè, cosparso di pop corn, patatine e noccioline. Di cosa mi posso lamentare? Se usiamo parole ambigue per esprimere desideri, o pronosticare eventi, non è il caso poi di prendersela se il Destino, il Caso, Dio o Manitù fraintendono. Ora che ci penso, forse Feisbuc aveva usato il termine “trombare”. In quel caso, credo che mi avrebbero chiesto di fare un imitazione di Satchmo, con tanto di tromba d’oro. Tutto, purché non accadesse qualcosa di divertente.
Ora, voglio fare una proposta: visto e considerato che spesso ci si attacca a tutto pur di giustificare errori e sviste, e a quanto pare il Destino, o il Caso eccetereccetera non fanno eccezione, ricominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Quindi, usiamo belle locuzioni come “fornicare”, “copulare”, o più comunemente “fare sesso”. Basta con giri di parole, con eufemismi o cacofemismi. Pane al pane, pene al pene. E a proposito di questo (non di pane né di pene, ma di eufemismi e metafore)…mi è stato regalato, per Natale, o per il compleanno, che per me è la stessa cosa, il libro della Littizzetto “La jolanda furiosa”. Se non sapete cosa intende Lucianina per “jolanda”, andate qui, così vedrete anche il simpatico disegno stilizzato sulla copertina del tomino. Il regalo è di un amico che al motto di “la jolanda è la jolanda”, mi ha detto che non poteva non comprarmelo. Ora, questa cosa mi perplime assai, perché, anche se il mio amico mi ha poi specificato che me lo ha regalato perché sono una persona spiritosa, che sa ridere di e con certe cose, comincio a capire davvero l’immagine che gli altri hanno di me. E sinceramente non so ancora se devo preoccuparmi o compiacermene.
P.S. ho ricevuto anche altri regali, tra cui una specchiera antica (qualcuno sa come restaurare le specchiere antiche?) e una deliziosa crema per il corpo al Papavero Blu. Io non sapevo nemmeno esistesse, il papavero blu, e ora mi vengono a dire che è nientemeno che il fiore nazionale del Bhutan. Non si finisce mai d’imparare, nella vita!
Saggezza adolescenziale
29 dicembre 2009
Vado a dare il bacio della buonanotte a Lollo e a tradimento mi coglie un momento di imprevista tristezza, quella tipica bastarda malinconia che prima o poi stende tutti soprattutto nei periodi di festa. Mio figlio mi guarda, anzi, mi scruta, poi mi chiede “Mamma, sei triste?”. “Un po’”. Fa una faccia saggia e adulta e poi: “Sorridi, la vita è bella. Basta guardarla con gli occhi giusti”.
Imparerà che non è sempre così facile, ma che bello poterci credere, anche solo un po’. Per me, questa frase è stata un regalo, e voglio condividerlo con chi passerà da queste parti e perderà due minuti del suo tempo per leggere questo post.
Chiacchiere tra sordi
23 dicembre 2009
E visto che il Natale è alle porte e anche alle finestre, un aneddoto in tema.
Premessa: da cinque anni e mezzo, il mio lavoro al bar nel periodo invernale ha le seguenti modalità: venerdì e sabato sera, dalle 21 fino alla chiusura; domenica pomeriggio, dalle 16 alle 20. Non è un segreto per nessuno, anzi, chi mi conosce lo sa. Chi mi conosce da tanto tempo, lo sa ancora meglio. L’amico Fritz mi conosce da prima che iniziassi a lavorare al bar. Sillogismo vorrebbe che lo sapesse anche lui e invece…
Circa una settimana fa, chiamo l’amico Fritz e lo invito con gentile perentorietà a trovare un pertugio tra i suoi numerosissimi impegni, acciocché possa consegnargli il regalo di compleanno/Natale, regalo cumulativo perché non potevo permettermene due decenti, per cui ho preferito fargliene uno solo, e pure indecente.
LUNEDI’:
Alianorah: so che a Natale non ci sei ma ti ho chiamato in anticipo così magari riesci ad organizzarti per incontrarci. Va bene un giorno qualsiasi, TRANNE venerdì e sabato, e domenica pomeriggio.
F.: guarda, sono giorni allucinanti sul lavoro, non ti garantisco niente, ma vedo quel che posso fare e ci sentiamo.
VENERDI’ SERA:
F.: scusa se non mi sono fatto sentire, ma è stata una settimana tremenda e non ho trovato un momento libero…avevo pensato…che ne dici se ci vediamo domani pomeriggio?
A.: ehm…veramente sarebbe veramente scomodo per me. Dovrei venire da te, poi tornare a casa, cenare e ripartire per andare al lavoro…
F.: ah, perché, il sabato lavori?
A.: (sospiro rassegnato)…sì, il sabato sera e la domenica pomeriggio…possiamo vederci domenica sera?
F.: no, domenica sera non posso, vado a trovare un’amica che non sta bene…Però possiamo vederci domenica pomeriggio!
A.: (doppio sospiro rassegnato)…F., domenica pomeriggio lavoro…Lunedì sera?
F.: no, lunedì lavoro fino a tardi e torno a casa stanchissimo. Che ne dici se ci vediamo DOMANI SERA?
A.: (ormai rassegnata senza più sospiri) F., DOMANI SERA LAVOROOOOO!
F.: ah, già, lavori.
A.: martedì?
F.: mah, si potrebbe, ci risentiamo?
A.: (sicura della sua perfetta buonafede e sincerità e per questo oltre misura paziente e comprensiva) ok, comunque non ti ho comprato uno yogurt, per cui il regalo non scade. Se proprio non puoi, si rimanda.
F.: ok, comunque ti faccio sapere.
Conclusione: mi chiama stasera, trafelato.
F.: sto di corsa, ho finito ora di lavorare, non ce la faccio a vederti! Devo andare a fare la spesa, poi a cena, poi accompagno mio padre a trovare dei parenti prima di partire per Roma…dobbiamo rimandare al mio rientro!
A.: ok, a dopo Natale. Ma se poi rimandi ancora, il regalo te lo spacco in testa.
Tenuto conto che anche lui mi deve dare il suo… va bene la pazienza, ma quando ce vo’, ce vo’.
E, già che ci sono…

Di Silvio e di altri demoni.
17 dicembre 2009
Dico la mia su Berlusconi. Brevemente. La dichiarazione di Di Pietro sul fatto che in qualche modo menomalechesilviocè abbia provocato l’aggressione, mi pare un po’ la stessa canzone di quei giudici che comminano pene minori agli stupratori se la vittima aveva una maglietta scollata o una minigonna. Un atto di violenza è un atto di violenza, anche se il vittimo ha una faccia di bronzo più dura del Duomo contundente. Fermo restando che trovo parimenti opinabile il supremo e istantaneo perdono concesso dall’Unto al Tartaglia…insomma, Woiytila stesso se non erro ci mise più tempo a perdonare Ali Agca. Ma forse solo perché era in coma… E così mi puzza tanto tanto il pentimento che il Tartaglione ha mostrato il giorno dopo l’ATTENTATOOOOO, quando solo poche ora prima, appena arrestato, aveva gridato il suo odio per il Cavaliere disarcionato. Quest’ultimo, poi, che martirizza dal letto di Ospedale…porello, certamente la statuettata gli ha fatto male fisicamente, ma politicamente ho l’impressione gli abbia fatto un gran bene. Videbimus.
Il Lollo ha un amico con cui fa i compiti, oggi. Prima, l’ho sentito dire “Mia madre sta più fumata di me”. Ma mi dite che c’è di male se una povera donna si fa un balletto sulle note di “I pirati dei Caraibi”? Vabbè, ero in pigiama e con i pantaloni infilati nei calzettoni di lana, e avevo i capelli sparati come quelli della Befana, ma che badiamo alla forma?
Da qualche tempo mi depilo. E chi se ne frega ce lo vogliamo mettere? Mettiamocelo, ma sta di fatto che è un cambiamento. Prima mi depilavo solo d’estate, quando più abbondanti lembi di pelle e ciccette cadenti sono esposte al pubblico sguardo. Col fatto di essere single (DIO, detesto questo termine: io non sono single, sono ZITELLA DI RITORNO), poi, me ne fregava veramente poco dei peli superflui. Ora invece, quando mi faccio il bagno o la doccia, passo anche il rasoio. Potrebbe sembrare un rigurgito di ottimismo, quasi come se io volessi essere pronta ad un improvviso accadimento di natura sentimental-erotica. Riponete in tasca i vostri sguardi di compassione, non sogno fino a questo punto, au contraire. Sempre nell’ottica di un sano fatalismo pessimistico, penso da un po’ che se dovessi star male all’improvviso, o avere un incidente, mi seccherebbe non poco finire ad un Pronto Soccorso, una sala operatoria o su un tavolo d’obitorio e mostrare gambe simili ad un campo di asparagi dopo la raccolta, piene cioè di zeppetti irti e nerastri. Del resto, anche nella sofferenza bisogna mostrare del savoir faire, no?
Dalle mie parti e forse anche da quelle di qualcuno di voi, quando una persona è stata male ed è in ripresa, o era troppo magra e ha preso qualche chilo, le si dice, a mo’ di complimento “Però, ti sei rimessa!”. E’ stato detto anche a me, recentemente, in evidente constatazione dei sei chili in più che mi ritrovo spalmati qua e là lungo il mio metro e 58 di bassezza. Sarà pure in complimento, ma a me, quando dicono “Ti vedo rimessa”, viene automatico tradurre “Sembra che sei stata appena vomitata”. E non mi fa molto piacere.
Ci risentiamo per gli auguri, ok?
Oh, Madonna!
7 dicembre 2009
Appena sentita a “Il grande fratello” (giuro, prima ho visto “Il sangue dei vinti”):
Marcuzzi: dov’è la Gioconda?
Concorrente lobotomizzato: A Lourdes!
Ma vacci te, a Lourdes, che forse la Madonna ti fa la grazia di farti avere un cervello!
Qui pro quo
3 dicembre 2009
Sono a colloquio con una delle nuove professoresse di Lollo, una bella signora bionda che elogia il pargolo con grande generosità.
Prof.: Lorenzo è proprio intelligente, veramente bravo!
Alianorah: ha due grandi doti, apprende rapidamente ed ha un’ottima memoria.
Prof.: infatti, e poi studia.
A.: però non è un secchione, le assicuro.
Prof.: forse gli piace particolarmente la mia materia…
A.: la sua collega, che gli insegnava l’anno scorso, diceva in effetti che è molto portato. E comunque a Lorenzo è piaciuto sempre studiare inglese, fin dalle elementari.
Prof.: io veramente sono l’insegnante di francese…
Ops.
Nomi di casa mia
26 novembre 2009
Kevin, Alioscia, Soraya, Morgana, Megan.
Sembra il cast di un film internazionale; in realtà sono i nomi di alcuni dei bambini (italiani) che hanno partecipato a “Chi ha incastrato Peter Pan”, il nostrano programma presentanto da Paolo Bonolis.
Dopo la generazione anni ‘80, che vedevano in prima linea le Sue Ellen, le Pamele e le Venusie, c’è stato un periodo di stasi, e i quindicenni di oggi hanno dei nomi più o meno “normali”. I compagni di scuola di mio figlio Lorenzo, si chiamano Giacomo, Matteo, Alice, Chiara, Maurizio. Una ragazzina originaria dell’Albania ha il coraggio di avere anche lei un nome italiano, Simona. Incredibile l’italofilia che regna nel regno di mezzo della gioventù.
Ma basta passare alla generazione seguente, ed ecco che troviamo…Alioscia. Che è un nome russo, se non erro. E Megan, che ridonda forse la prosperosa Megan Gale di cellularica (non cellulitica, spero per lei) memoria? Morgana, invece, ci riporta a scenari mitologici mentre Soraya (seguito da un molto più popolano “Pia”) ci favoleggia di principesse tristi e ripudiate.
Anche senza accendere la TV, conosco mamme che hanno battezzato i propri figli con nomi esotici, o semplicemente non italiani. L’ultimo è un Michael (o Maicol? chissà come avranno deciso di registrarlo all’anagrafe), ma ci sono anche dei Dennis (forse il maschile del molto diffuso Denise?), un Elvis (oh yeah) e via di questo passo.
Senza prestare il fianco ad istanze leghiste o, diomenescampi, filofasciste, io amo il nome italiano in Italia. E il nome francese in Francia. E quello inglese nei paesi anglosassoni. Insomma, nome autoctono per gli autoctoni. I nomi propri fanno parte del patrimonio culturale di una nazione, tanto che io già mal tollero le traduzioni dei nomi delle città, per cui Londra si dovrebbe chiamare London, Parigi dovrebbe essere dappertutto Paris e Roma non dovrebbe mai diventare Rome. Per questioni di comunicazioni internazionali, posso accettare queste “modifiche”, ma il bel nome italiano, lasciamolo com’è. Non traduciamolo, non cerchiamone il corrispondente straniero, tentiamo di mantenere almeno qui le radici di antiche tradizioni, senza pretese di essere migliori degli altri, ma solo unici nel nostro genere, come gli altri sono unici nel loro.
P.S. Da mio figlio Lorenzo, detto Lollo, notizie sulla verifica scritta di storia e geografia: 8,5 e 8 sono i voti ottenuti. E mentre la sera prima, con i lucciconi agli occhi, salmodiava “Stavolta prendo 3″, dopo aver visto il risultato più che onorevole, ha esclamato “Il mio compito era da guinness, come minimo mi meritavo un 10″. E come massimo?